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L’IRREDENTISMO A MALTA (PARTE IV) 1919-1926: IL RITORNO DEL P.N.

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In seguito agli avvenimenti del Sette Giugno i britannici si dichiararono finalmente disposti a concedere l’autogoverno all’Arcipelago maltese riguardo “i loro affari strettamente locali” (Pall Mall Gazette del 13 giugno 1919), cosicché Malta a decorrere dal 1921 sarebbe stata dotata di una nuova Costituzione. Con essa, l’Arcipelago avrebbe avuto un Gabinetto che sarebbe stato presieduto da un Primo Ministro; una Assemblea Legislativa che avrebbe nominato un portavoce degli interessi della popolazione locale concernenti nuove leggi e disposizioni di cui venisse proposta l’introduzione; un Senato (ente corporativo che rappresentasse le classi sociali dell’isola); un Governo Maltese competente per gli affari puramente locali e un Governo Imperiale Maltese che aveva competenza residuale, per le materie connesse alle attività della Corona e le materie che non potessero configurarsi come di esclusivo carattere locale (in pratica, le questioni relative al diritto pubblico, alle relazioni dell’isola con l’estero e con la Potenza colonizzatrice, ovverosia le più rilevanti per quanto riguarda un eventuale maggior grado di autonomia maltese, sarebbero state comunque sotto il controllo e la gestione della Corona Britannica).

Concessa la Costituzione, si procedette ad elezioni, tenutesi il 18 e 19 novembre 1921. In queste elezioni le correnti del fu P.N. catalogabili come “nazionaliste” erano due: una corrente “moderata” rappresentata dall’Unione Politica Maltese, fondata nel 1920 in seguito alla fusione della Associazione Politica Maltese e del Comitato Patriottico (fondato da Ignazio Panzavecchia, vedi parte 2), e una corrente “estremista” rappresentata dal Partito Democratico Nazionalista di Enrico Mizzi, entità politica che lo stesso Mizzi creò in concomitanza con la (e in conseguenza della) nuova esperienza di “governo semiresponsabile” concessa all’Arcipelago mediante la Costituzione del 1921. Riguardo i tratti salienti del programma politico di queste due nuove entità, possiamo dire che esse ricalcassero la contrapposizione, seppur con ovvi cambiamenti dovuti al maggior grado di autonomia di Malta, tra le correnti “antiastensionista” e “astensionista” (per la definizione di quest’ultima, cfr. parte 2) dell’entità politica residua del P.N. dopo la morte di Fortunato Mizzi. Ciò perché l’Unione Politica Maltese propugnava una equalizzazione, a livello di status, nell’ambito della istruzione e della educazione, tra la lingua italiana e la lingua inglese; era apertamente schierata in favore dei poteri e dei privilegi della Chiesa Cattolica ed aspirava ad un progresso lento ma costante verso l’autogoverno (si noti che si parla di “autogoverno” e non di “indipendenza”: si cercava di ottenere una situazione simile a quella che fu attribuita al Canada, all’Australia, alla Nuova Zelanda e a Terranova nel 1907, in quanto “dominions”, entità politiche autogovernantesi le quali entrarono poi a far parte del Commonwealth Britannico). Da questi brevi tratti si può notare come le modifiche alla situazione maltese volessero essere ottenute previo accordo con il potere coloniale britannico, lasciando tuttavia alla totale discrezione di quest’ultimo il “quantum” (il livello di autonomia concessa) e naturalmente anche l’“an” (ovverosia il “se” questi cambiamenti avrebbero avuto luogo o meno). Era inoltre completamente fuori discussione l’appoggio incondizionato alle politiche clericali, e come abbiamo visto (vedi parte 1) fin dagli ultimissimi anni del secolo XIX la Chiesa si era attestata su posizioni di alleanza coi dominatori britannici, nella misura in cui le garantissero il mantenimento dei propri secolari benefici. Come evidenziato nel lavoro di Simon Mercieca, “In search of the Roots of the Unione Politica Maltese”, l’appoggio incondizionato alle politiche del clero e il sostenimento attivo delle stesse erano ben impressi nella mente di Ignazio Panzavecchia: non poteva essere altrimenti, stante il titolo di “Monsignor” che egli fieramente portava. Membro del clero maltese, scelto come Rappresentante della categoria del clero nel Government Council nell’anno 1891, aveva impostato il suo programma politico con una particolare attenzione allo sviluppo degli strati sociali più bassi della popolazione mediante politiche di sostegno da condursi con una partecipazione attiva della intera categoria clericale, dall’Arcivescovo al prete indistintamente e a seconda delle aree e tematiche di rispettiva competenza. In tutti i casi in cui il Panzavecchia diede vita ad entità politiche (Partito Popolare nel 1895, Comitato Patriottico nel 1910 e U.P.M. nel 1920) si tentò di dare pratica attuazione al nuovo indirizzo preso dal Vaticano riguardo le questioni sociali mediante l’enciclica Rerum Novarum del 1891, nella quale si esplicitava che « nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue ». Queste intenzioni si coniugavano alla sottolineatura dei legami secolari di Malta con l’Italia per quanto concerne la questione linguistica e culturale, in una battaglia che fu condotta dal Panzavecchia molto più intensamente al tempo delle sue prime esperienze politiche, che al tempo della UPM (anche se in ciò giocò un fattore decisivo l’età: egli aveva 65 anni e sarebbe morto di lì a cinque anni); peraltro, quando la Chiesa verso la fine del secolo ebbe un avvicinamento al dominatore d’Oltremanica, il Panzavecchia non si oppose, giustamente rimanendo fedele alla sua qualifica di esponente del clero, che gli imponeva di sottostare agli ordini delle autorità ecclesiastiche. È da sottolineare che le caratteristiche dell’entità politica in questione, molto rassomiglianti ai tratti distintivi del Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo (predecessore della Democrazia Cristiana del dopoguerra) unitamente alla presenza, anche dopo la formazione del Partit Nazzjonalista nel 1926, di una non minuscola componente “panzavecchiana”, permisero nell’immediato dopoguerra allo stesso PN di emergere dal forzato oblio che, indistintamente, veniva imposto a coloro i quali direttamente o indirettamente, in parte o in toto, avevano scelto di schierarsi, per i più diversi motivi, a sostegno delle ragioni dei vinti della Seconda Guerra Mondiale. Queste caratteristiche, che già alla fine del secolo XIX segnavano la differenza con il Partito Anti-Riformista di Fortunato Mizzi, a maggior ragione la segnarono con il Partito Democratico Nazionalista di Enrico Mizzi. Entità politica costituita dall’avvocato gozitano in conseguenza della nuova Costituzione concessa, si proponeva principalmente, anche per condurre una proficua opposizione al Labour Party (fondato nel 1921 e attualmente partito di maggioranza nell’Arcipelago col nome di Partit Laburista), la promozione del benessere sociale soprattutto in favore delle classi più indigenti di cittadini maltesi. Per quanto i suoi membri fossero buoni cattolici, il PDN non ottenne mai tra i più praticanti il consenso che, tra di loro, la UPM riuscì ad ottenere, per due motivi: in primo luogo perché le figure che avevano influenzato il lavoro e l’operato del Panzavecchia, quasi tutti istruiti nella città di Senglea, da Dun Salv Bonnici a Fortunato Panzavecchia, erano membri importanti della Curia maltese (rimando al lavoro succitato di S. Mercieca per un approfondimento) e ciò sicuramente consentiva una più facile identificazione del popolo sempre devotamente cattolico con l’erede di questa tradizione; in secondo luogo, il Mizzi non ne voleva sapere di rinunciare o anche solo scendere a patti riguardo l’importanza che la lingua italiana doveva avere e mantenere a Malta, in tutti i settori della vita pubblica, con uno status di lingua ufficiale in solitaria o, tutt’al più, in coabitazione con la lingua inglese: ma era imprescindibile il riconoscimento della sua ufficialità. Fu questo suo “estremismo”, il non cercare un compromesso su questioni di principio imprescindibili, che contribuì al discredito presso l’autorità coloniale (la quale per la verità non aveva mai smesso di tenere d’occhio il Mizzi, nonostante il perdono della Corona), alla impossibilità, almeno in un primo tempo, di cercare coalizioni, alla alienazione del potenziale elettorato, che difatti, nelle elezioni del 1921, premiò con il 39% dei voti la UPM, mentre il PDN si limitò al 12% dei voti (ciò per quanto riguarda la Assemblea Legislativa); in Senato la UPM ebbe il 63%, mentre neanche un singolo membro del PDN vi entrò. La sconfitta venne resa ancora più cocente dal fatto che Mizzi si classificò, eccettuando i candidati indipendenti presentatisi, ultimo anche a livello di opposizione. Ciò fu dovuto alla comparsa sulla scena di altri due partiti, la cui principale caratteristica era di essere fieramente e dichiaratamente anglofili. Essi erano il Constitutional Party ed il Labour Party di cui sopra. Ottennero rispettivamente il 25 e il 23% dei voti nella Assemblea e il 14 e il 22% al Senato. In particolar modo il primo, fondato da Augusto Bartolo, giurista e avvocato maltese dichiaratamente filobritannico, editore del “Malta Chronicle” e dall’intramontabile Gerald Strickland, mediante fusione delle loro rispettive entità anglofile denominate “Maltese Constitutional Party” e “Anglo-Maltese Party”, era la prova tangibile del frutto dell’operato di anglicizzazione compiuta dai britannici a partire dalla seconda metà dell’800. Le modifiche amministrative, burocratiche e legislative introdotte dai britannici non incontrarono più la forte opposizione della fine del secolo XIX anche in considerazione della vittoria dell’Impero inglese nella Grande Guerra. Il conflitto mondiale aveva rinforzato la convinzione che la Gran Bretagna fosse una potenza affidabile e capace di garantire sicurezza; con il miglioramento delle condizioni economiche, non si ebbero significativi accenni di proteste o rivolte come quelle che precedettero il Sette Giugno; in più, le nuove generazioni, nate a cavallo dei due secoli e istruite in maltese ed in inglese a livello scolastico, avevano incolpevolmente perduto il legame linguistico che li univa a colei che i loro padri ritenevano Madrepatria o, comunque, anche semplicemente terra cui si era culturalmente legati – e una volta perduto il legame linguistico, è molto difficile ritenere il legame culturale -. Sempre più maltesi sostenevano le proposte del dominatore inglese, ormai guardando alle proposte mizziane come a relitti di un tempo che non esisteva più. Gerald Strickland fu nominato Leader dell’Opposizione – titolo conferito ancora oggigiorno dal Presidente di Malta e avente natura costituzionale – e durante i tre anni che a norma della costituzione Amery-Milner dovevano intercorrere tra una elezione e l’altra seppe fare una propaganda attenta e mirata, che diede i suoi frutti nelle elezioni generali del 1924, allorquando il suo Constitutional party ottenne il 34% dei voti, diventando il primo partito maltese. Il PDN rimase l’ultimo partito a livello di voti presi (pur se riuscì ad ottenere il 5% di voti in più rispetto alle elezioni precedenti). Enrico Mizzi si convinse a poco a poco della necessità di dover cercare un accordo con i “nazionalisti moderati” della UPM. Su questa decisione influì sicuramente il mutamento della situazione politica italiana: la presa del potere da parte di Benito Mussolini e la instaurazione di un Governo forte e determinato al perseguimento dei propri interessi, non disposto alla ricerca di compromessi riguardo il raggiungimento dei propri obiettivi, stimolò enormemente la convinzione di Enrico Mizzi di dover avere sull’Arcipelago una entità politica forte, che potesse porsi come valido interlocutore del nuovo Governo italiano, le cui ambizioni erano ben note al Mizzi, il quale non aveva mai perso il suo spirito irredentista nonostante le battute d’arresto a livello politico. La ricerca di un accordo sarebbe stata molto più difficile se a capo della UPM fosse rimasto Ignazio Panzavecchia, il quale però morì nel 1925 e già da qualche tempo aveva indicato in Ugo Pasquale Mifsud il suo successore designato. Costui era membro della comunità italo-maltese, laureato in Legge, avvocato fra i più noti a livello internazionale, punto di riferimento a livello culturale per l’intero arcipelago maltese. Fu nominato primo Ministro nel 1924 successivamente alle elezioni, nelle quali il numero di seggi presi dalla UPM parificò quello dei seggi attributi al Constitutional Party in numero di 10. Mifsud, per il suo carisma e l’aura di eminenza culturale che possedeva, era un ottimo interlocutore sia per il Governo Britannico che per le formazioni, come il PDN, che allo stesso si opponevano. Non ebbe sentimenti definibili come “irredentisti” ma fu sempre attento ad evitare e a contrastare qualunque sentimento di ingiustizia nei riguardi di coloro i quali non erano visti di buon occhio dall’Impero: atteggiamento che manterrà anche durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si oppose con discorsi appassionati e veementi alla decisione di tradurre un gran numero di nazionalisti maltesi nei campi di concentramento in Uganda: e fu proprio a causa dell’impeto e dell’ardore che trasmetteva che ebbe, dopo uno di questi discorsi, un attacco di cuore che lo portò alla morte, nel 1942. In ogni caso, vi era anche un altro motivo che induceva Mifsud ad avere la medesima intenzione di Enrico Mizzi, ovverosia la pericolosa ascesa dei due partiti anglofili. La intenzione di accordarsi in una coalizione, per quanto formalizzata solo nel 1927, era ben presente già tempo prima, in primo luogo perché i due partiti e le menti che li controllavano – Bartolo e Strickland per il CP e William Savona per il LP –  avevano svolto le loro attività a sostegno delle politiche britanniche e proponevano programmi molto simili, sia per quanto riguarda l’introduzione di un welfare state, sia per il legame con la Chiesa, sia per la questione linguistica, da risolversi da parte loro in favore della lingua inglese; in secondo luogo, perché i risultati elettorali del 1921 e del 1924 avevano fatto acquisire loro la consapevolezza che, uniti o comunque in coalizione, avrebbero avuto la possibilità di governare senza alcuna ostruzione da parte della opposizione, con una maggioranza (rispettivamente, potenzialmente del 48 e del 54%) che avrebbe potuto decidere in totale autonomia su qualunque questione, essendo peraltro sponsorizzata e favorita dalla autorità coloniale. Per prevenire anche solo la possibilità di accordo tra queste due entità, Enrico Mizzi e Ugo Mifsud, dopo numerosi colloqui, decisero di unire le proprie forze, di fondere i rispettivi partiti in un unico, grande, Partito Nazionalista, che fosse il rappresentante delle istanze di coloro i quali non si sentissero in linea con le sempre più penetranti interferenze del Governo di Londra nella vita politica e privata maltese, di coloro i quali riconoscessero di non avere nulla a che spartire con il dominatore straniero che oramai da 125 anni si era stabilito a Malta e non aveva alcuna intenzione di abbandonare quel punto d’Europa, a metà tra Gibilterra e Suez, così strategico dal punto di vista geografico, commerciale e politico, di coloro i quali riconoscevano che una autorità tale non avrebbe mai potuto e voluto pensare in primo luogo al bene del popolo maltese, di coloro i quali, pur consapevoli di essere pochi e osteggiati, non avrebbero mai rinunciato a considerare, per usare le parole del Conte Caruana Gatto, Malta “l’estremo limite del territorio Italiano”. Per quanto il 1926 vedesse finalmente una unione delle anime nazionaliste che non si era più vista dai tempi di Fortunato Mizzi, la differenza di impostazione tra l’anima “moderata-panzavecchiana” e quella “estremista-mizziana” non cessò mai di manifestarsi. Un primo momento di contrapposizione, ad esempio, lo si vide nella scelta dell’uomo che avrebbe dovuto, all’esterno e soprattutto nei rapporti con le autorità coloniali, rappresentare il Partito Nazionalista, in qualità di leader: era naturale che, nonostante l’opposizione della fazione mizziana, per le ragioni succitate la scelta cadesse sul Mifsud, il rispetto da tutti provato per il quale poteva sicuramente condurre ad un cammino su strade molto meno ripide, al fine di ottenere la maggioranza dei consensi nel Paese. Ciò fu tuttavia parzialmente controbilanciato dal fatto che fu sempre e comunque Enrico Mizzi l’uomo cui le attenzioni di sostenitori e oppositori si rivolsero: e, come è ovvio, negli anni a venire, la bilancia pendette decisamente dalla parte delle attenzioni negative, a maggior ragione allorché il Mizzi si mostrava entusiasta, pur senza potersi permettere eccessive manifestazioni d’amore, della retorica del Governo Italiano post-1922, con la sua attenzione alla promozione, valorizzazione e al sostegno, anche e soprattutto finanziario, delle associazioni, movimenti, partiti, presenti in territori non soggetti alla giurisdizione italiana ma chiaramente ed esplicitamente dichiarati italiani per storia, lingua, cultura e tradizioni. Un primo esempio dell’apprezzamento da lui provato per il Duce e la conduzione delle sue politiche fu sicuramente la strutturazione dell’inno ufficiale del Partito Nazionalista richiamandosi in parte a quello che fu l’inno del Partito Nazionale Fascista italiano, ovverosia “Giovinezza” – per quanto l’Autore, considerando l’inno in questione come autonomo prodotto dell’ingegno nonostante le ispirazioni e i contributi ricevuti, si tenga lontano, personalmente, dalle definizioni di “brutta copia” di “Giovinezza” e di “riadattamento” dello stesso “di scarsa qualità”, come è stato sostenuto nel corso degli anni – . Tuttavia, l’oggetto dei legami veri o presunti, che costituirono oggetto delle accuse rivolte a Mizzi e al PN, da parte dell’Autorità coloniale britannica negli anni a venire, fu molto più ampio e strutturato, come si vedrà.

                                                                                                                        EMILIO CARAMICO

Originariamente pubblicato nel 41° numero de La Voce Irredentista

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