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GIORNO DEL RICORDO 2018

Nel Giorno del Ricordo dei Martiri delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata, essendo stati sempre contrari, sin dall’inizio del nostro lavoro, alle parole retoriche, al ricordo ad orologeria (caratteristica di molti) e a strumentalizzazioni di qualsiasi tipo, inviamo il nostro silenzioso pensiero agli italiani torturati, fucilati, annegati, che trovarono la morte nelle foibe e nei campi di concentramento jugoslavi.

Una tragedia nazionale che, per sessanta anni, non ha trovato posto nel libro della millenaria storia d’Italia, un posto che molti vorrebbero negarle ancora oggi. Ad essere uccisi infatti non furono solo giuliani e dalmati ma anche soldati accorsi da tutta Italia a difendere il confine orientale d’Italia. Vogliamo oggi rendere onore a tutti coloro che si immolarono per la difesa della Venezia Giulia e della Dalmazia italiane, diventando col proprio martirio testimoni dell’italianità di queste terre.

Alla stessa maniera il nostro pensiero va alle centinaia di migliaia di giuliano-dalmati che scelsero la via dell’esodo per restare italiani, sopportando anni di campo profughi unitamente all’emarginazione, alle umiliazioni ed alle offese subite da parte dei propri connazionali.

Lasciamo ad altri lo sterile esercizio di ripetere, come ogni 10 Febbraio, il solito copione di vuote parole di circostanza.

Noi, in silenzio, ricordiamo.

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano

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12 Aprile 2014 – Il Movimento Irredentista Italiano a Bellante (TE) per ricordare e costruire

 

Il 12 Aprile il Movimento Irredentista Italiano sarà a Bellante (TE), per un incontro dal titolo “Trieste 1 Maggio 1945. Arrivarono i “liberatori”. Le stragi delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata”. L’evento si svolgerà alle ore 17, presso la Sala Consiliare del Municipio, col patrocinio del Comune di Bellante e con la collaborazione dell’Associazione Culturale “Nuove Sintesi” e dell’Associazione Aries Officina Nazionalpopolare.

Un silenzio sessantennale, seguito dall’istituzione di una legge per poter tutelare il Ricordo delle stragi delle foibe di cui furono vittime migliaia di italiani innocenti, evidenzia tutta l’ambiguità dimostrata dallo Stato nel coltivare la propria memoria storica dal dopoguerra ad oggi. Assume quindi ancora più importanza sganciare la storia di ciò che accadde al confine orientale d’Italia tra il 1943 ed il 1947, da quel “recinto” istituzionale del “10 Febbraio” nel quale la politica ha voluto confinarla.

L’incontro di Bellante del 12 Aprile va proprio in questa direzione. L’evento sarà occasione per fare una panoramica storica sulla millenaria italianità delle terre dell’Adriatico orientale, sulle violenze asburgiche e slave volte a cancellare la civiltà italiana già dalla prima metà dell’800, sull’irredentismo italiano come risposta ed autodifesa della popolazione italiana fino ad arrivare al tragico epilogo dei massacri delle foibe e dell’esodo, i quali non rappresentano una vendetta slava contro soprusi italiani, bensì l’ultimo atto del processo di cancellazione dell’italianità adriatica orientale perseguita dagli slavi per più di cento anni.

Il riferimento ai “liberatori” nel titolo non è casuale, poiché l’evento sarà occasione anche per sottolineare tutta l’ipocrisia di una propaganda di Stato postbellica volta a santificare gli eserciti e i partigiani di stati stranieri che, sotto il cappello di una occupazione spacciata per “liberazione”, compirono ogni genere di crimine contro il popolo italiano, dai bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile indifesa agli stupri di massa e alle uccisioni del corpo di spedizione francese dopo la battaglia di Montecassino, dai massacri delle foibe ai crimini di guerra in Sicilia e nel meridione.

Un appuntamento importante per recuperare la nostra memoria storica, per riappropriarci delle nostre radici e costruire, su questa consapevolezza, una comunità nazionale cosciente e desiderosa di riaffermare i propri diritti e la propria libertà.

Ringraziamo con una menzione speciale l’Associazione Culturale Nuove Sintesi e l’Associazone Aries Officina Nazionalpopolare, per la collaborazione e il continuativo interesse dimostrato verso il nostro lavoro e più in generale verso le terre irredente di Istria, Fiume e Dalmazia e la loro storia millenaria.

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano

Prove di dialogo? No, di mistificazione.

ImageLo scorso 29 novembre, in quel di Padova, si è tenuta una sorta di “prova di dialogo” tra le sezioni locali di Anpi ed Anvgd. Un evento forse storico, sicuramente unico fino ad ora, ma del quale abbiamo fin da subito intuito l’intento truffaldino e la poca limpidezza. Non era poi difficile giungere a queste conclusioni, vista la storia recente nella quale l’anpi si è dimostrata la più grande ed operativa fucina del negazionismo sulla vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. L’intento dell’incontro era chiaro: tentare di scaricare dalle spalle dei partigiani italiani le responsabilità delle foibe, dell’esodo e della perdita di intere regioni, in modo da “ripulirne” e restaurarne l’immagine, gravemente minata dalla sempre crescente scoperta e diffusione della storia dei massacri e delle violenze operate in Venezia Giulia e nel resto d’Italia. Il gioco è riuscito a metà e, leggendo quanto detto durante l’incontro, è facile capire il perché.

Il presidente dell’anpi Veneto ha ripetuto più volte gli errori compiuti dai partigiani che, a detta dell’associazione, sarebbero: l’aver esagerato nell’equiparazione esule=fascista, il non aver intuito i motivi dell’esodo negandogli dignità ed accogliendo male i profughi, l’aver tardato a capire l’autoritarismo ed il regime illiberale della nascente Jugoslavia comunista, con la quale collaborarono e simpatizzarono. Un po’ pochino per pensare di aver assolto al mea culpa che l’associazione pensava di propinare al pubblico, tanto più che, dopo questo iniziale prologo, il presidente non ha mancato di rispolverare il vecchio ritornello, scaricando pressoché in toto le responsabilità delle foibe sul regime fascista.

Evidentemente l’anpi non ha imparato ancora la lezione. Se per questa associazione la storia dell’Istria e della Dalmazia sembra sempre iniziare solo nel 1918, con l’annessione al Regno d’Italia (avvenuta in verità nel 1920 col Trattato di Rapallo, e che non riguardò la Dalmazia se non per Zara), e tutte le disgrazie paiono derivare dal fascismo italiano, ribadiamo, per l’ennesima volta, che non è questo il modo corretto di approcciarsi a questioni storiche complesse. Alcune brevi precisazioni su quanto detto nella conferenza:

1 – Le persecuzioni contro gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, ed il loro primo esodo, risalgono ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico quando, tra il 1866 ed il 1918, venne attuata una violenta politica snazionalizzatrice che, con violenze, incendi (di circoli culturali, sedi di giornali italiani, sale di lettura), pestaggi, chiusura delle scuole italiane, omicidi, espulsioni, divieto di utilizzo della lingua, slavizzazione di cognomi e toponomastica, mirava a cancellare la popolazione e la cultura italiane dal Trentino, dall’Alto Adige, dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, come prescritto nel decreto imperiale del 12 novembre 1866 per la tedeschizzazione e/o slavizzazione delle suddette terre. Una politica proseguita sotto il Regno di Jugoslavia tra il 1920 ed il 1941 in quelle terre che, sebbene promesse dal Patto di Londra, il Trattato di Rapallo non assegnerà all’Italia, cioè la Dalmazia settentrionale (ad esclusione di Zara e delle isole di Lagosta e Pelagosa). Le violenze contro gli italiani e le persecuzioni che portarono ad un primo esodo, soprattutto dalla Dalmazia, risalgono dunque a ben prima della Marcia su Roma e continuare con il ritornello che vorrebbe il fascismo responsabile dei massacri delle foibe appare, se non completamente assurdo, perlomeno decisamente inesatto.

2 – L’incontro è stata occasione per denigrare l’esercito italiano, bollato in toto come fascista ed autore, secondo la vulgata, di un’aggressione indiscriminata alla Jugoslavia e di crimini inenarrabili. È bene precisare che la Jugoslavia, con il Patto di alleanza del Belvedere, aderì il 25 marzo 1941 al Patto Tripartito, diventando dunque alleata di Germania ed Italia. Il colpo di stato del generale Simovic, orchestrato dagli inglesi due giorni dopo, scatenò disordini e costrinse all’intervento le forze dell’Asse, tradite dal cambio di fronte del Regno, che stracciò il trattato di alleanza firmandone subito uno di non aggressione con l’Unione Sovietica e facendo causa comune con l’Inghilterra. L’invasione inizierà il 6 aprile ed avrà termine solamente 11 giorni dopo, causando lo sfaldamento del Regno jugoslavo, che sprofonderà in una sanguinosa guerra civile tra i differenti gruppi etnici che la componevano, fatta di stragi e sterminio. In questo scenario l’esercito italiano giocò un ruolo del tutto marginale, volto al mantenimento dell’ordine, obiettivo che non verrà raggiunto a causa dei massacri e della guerriglia scatenata dalle forze comuniste di Tito, dagli ustascia di Pavelic e dai cetnici serbi di Mihajlovic. L’esercito italiano tentò di mantenere l’ordine, evitando stragi di serbi ed ebrei per mano ustascia, difendendo i civili dalle incursioni dei partigiani che massacravano e razziavano e tutelando gli stessi ustascia dalla guerriglia cetnica. I presunti crimini di guerra imputati all’esercito italiano furono solo menzogne artatamente usate dai vincitori per meglio giustificare i massacri operati sul vinto, per far apparire in un certo modo “legittime” le stragi delle foibe e l’invasione della Venezia Giulia (già promessa dagli Alleati alla Jugoslavia).

3 – Il titolo dell’incontro racchiude due tipi di errori. Gli esuli in fuga dall’Istria e dalla Dalmazia vennero etichettati a prescindere come fascisti poiché in fuga dal “paradiso comunista” della nuova Jugoslavia e, pertanto, trattati alla stregua di banditi e criminali, venendo insultati e spesso picchiati, relegati per anni in condizioni pietose in 109 campi profughi. A comporre le schiere dell’esodo bisogna ricordare che non furono benestanti o gerarchi (messisi in salvo per tempo), ma solo la povera gente composta da civili, artigiani, contadini, pescatori, impiegati che, se furono fascisti, lo furono né più né meno del resto degli italiani (parte dei quali tentò di rifarsi una verginità al cambiamento delle sorti belliche). I partigiani responsabili delle foibe erano invece realmente comunisti, vennero ricoperti di onori, ricevendo medaglie e pensioni per le loro azioni. Persino pluriomicidi, che uccisero a sangue freddo propri connazionali, ricevettero per anni pensioni dall’inps, pur risiedendo oltreconfine per sfuggire la giustizia italiana. Pertanto il “ci chiamavano” fu vero nel primo caso, ma non per il secondo. Questa equiparazione risponde ad un artificio lessicale volto a far apparire questo incontro come una sorta di pacificazione tra persone che sono state strumentalizzate da forze maggiori e che, per questo, non si sono capite pur essendo invece accomunate da un medesimo spirito di italianità (singolarmente associato all’amore per la Costituzione). No, non è stato così. Gli uni furono le vittime, gli altri i carnefici. I primi vennero massacrati e cacciati dalla propria terra, i secondi tradirono la propria Patria giurando di servire lo straniero ed aiutandolo nell’occupazione di suolo italiano, per far sì che la Regione Giulia venisse annessa alla Jugoslavia. La cosa è ben diversa da come il titolo dell’incontro vuole far apparire.

4 – Non più tardi di due mesi fa, durante le contestazioni per il passaggio della salma di Erich Priebke ad Albano Laziale, a fianco dell’anpi, scesa in strada per l’occasione, sono comparse magliette con su scritto “I ♥ Foiba”, spesso presenti a celebrazioni ed incontri della suddetta associazione. Nell’occasione, tanto per gradire, erano presenti anche sindaci ed altri rappresentanti istituzionali, nessuno dei quali ha ovviamente osato pronunciare una parola di condanna. A questo si potrebbe aggiungere che condannare uno dei responsabili delle Fosse Ardeatine, rappresaglia simbolo dell’occupazione tedesca, inneggiando ad un altro genocidio operato ai danni di propri connazionali non rappresenti il massimo della coerenza. Cosa alla quale, dopotutto, l’anpi ci ha abituati nel corso del tempo. Di fatto questa associazione riunisce gli eredi ideologici dei partigiani che si macchiarono di stragi efferate e che collaborarono con lo straniero al fine di ottenere il passaggio di tutta la regione giuliana alla nascente Jugoslavia.

ImageGià da qualche tempo l’anpi si intromette nell’organizzazione del Giorno del Ricordo in molte città italiane, con lo scopo di manipolarlo per accomodare il più possibile la verità alla loro decennale versione storica di parte. Questo incontro si inquadra nello stesso ampio progetto volto a sminuire, nascondere, distorcere i fatti per fuggire le tremende responsabilità che gravano sulle spalle di tutti i partigiani italiani comunisti della Venezia Giulia, nonché su quelle dei loro eredi ideali che, a settant’anni di distanza, tentano goffamente di ripulire la coscienza dei propri progenitori. Stupisce vieppiù la partecipazione dell’anvgd a questo genere di eventi. Se la buona fede poteva essere appellata in prima battuta, non è più possibile farlo dopo anni di dimostrazioni e manifestazioni in cui l’anpi non ha fatto altro che continuare a propagandare menzogne, calunnie, falsità ed insulti alla memoria di chi trovò la morte nelle foibe e dovette abbandonare la propria terra natale, etichettato, nella migliore delle ipotesi, come fascista, criminale di guerra e, in sostanza, come qualcuno che meritasse un simile destino.

Non può esserci dialogo con chi non ammetterà mai le proprie responsabilità, con chi continua imperterrito nella mistificazione storica. Sono quindi estremamente pericolose queste “prove di dialogo” che, del medesimo, non presentano alcuna caratteristica ma che intendono solamente giungere alla cancellazione delle responsabilità, alla strumentalizzazione ed all’occultamento di una triste e sanguinosa pagina di storia italiana che mina alla base la leggenda della vulgata resistenziale sulla quale è stata edificata l’attuale repubblica. D’altra parte sarebbe, se non proprio da folli, perlomeno da ingenui credere ad un’improvvisa presa di coscienza da parte di chi non ha mai riconosciuto i massacri perpetrati contro gli istriani, i fiumani e i dalmati, né ha mai chiesto perdono. Ed ora i rappresentanti degli esuli stringono le mani degli eredi degli infoibatori della propria gente. Ebbene nessuno ci troverà disposti ad accettare questo tipo di inciuci, peraltro profondamente umilianti visto che realizzati con persone che, come già detto, sono scese in piazza non più tardi di due mesi fa con magliette con su scritto “I ♥ Foiba”, dimostrando un vero e proprio disprezzo verso le vittime, ma più in generale verso la dignità umana.

Il perdono si concede a chi ne fa umilmente richiesta. Non a chi inneggia al sangue di connazionali che macchia le mani dei propri progenitori.

F.B.

Le responsabilità di fronte alla storia

13-10-1945 - Il Lavoratore, lettera del battaglione Pino Budicin

Pubblichiamo un interessante documento risalente all’ottobre del 1945, affinché lo scorrere inesorabile del tempo e le menzogne storiche non coprano le gesta, le parole e le intenzioni di chi si rese responsabile, tra il 1943 e il 1945, del massacro della popolazione istriana e della perdita della Venezia Giulia. Vogliamo in questo modo richiamare ognuno alle proprie responsabilità, al fine di evitare che la sabbia della clessidra le ricopra, concedendo un’assoluzione “per insufficienza di prove” a chi non la merita. Soprattutto, il nostro scopo è rendere noti a tutti i “valori” e l’ideologia che spinsero “eroici” delinquenti ad arrestare, torturare, deportare, massacrare, infoibare i propri fratelli, con lo scopo finale di svendere la propria terra natale all’invasore. Nel mese in cui in Italia viene festeggiata una presunta “liberazione”, noi abbruniamo le nostre bandiere per commemorare invece tutti i nostri morti, in una data che per noi rappresenta solo l’occupazione e la perdita di alcune tra le più sacre terre d’Italia.

13 Ottobre 1945: lettera dei combattenti del battaglione “Pino Budicin”, formazione di partigiani italiani comunisti inquadrata nella brigata croata “Vladimir Gortan”, attiva in Istria dall’Aprile del 1944.

Alla direzione del “Lavoratore”, Organo del Partito Comunista della Regione Giulia

Cari Compagni!

Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin”, rappresentanti della minoranza italiana dell’Istria insorta contro il fascismo, che abbiamo combattuto spalla a spalla con i fratelli slavi, spargendo il nostro sangue con loro, per liberare la nostra terra dall’oppressione, sotto la guida del grande eroe popolare compagno Maresciallo Tito, noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito.

Più che mai oggi noi ci stringiamo, sia nella vita civile che nell’esercito, sempre più strettamente ai nostri fratelli slavi, per difenderci vicendevolmente dai luridi imperialisti sciovinisti che nuovamente vorrebbero premere sotto il loro tallone la nostra Istria e tutta la Regione Giulia, per seminare ancora l’odio fra i popoli che abitano la stessa terra, persfruttarli ed impedire loro il progresso verso la vera democrazia.

Questi signori, imperialisti sciovinisti, di qualsiasi razza e nazionalità essi siano, devono sapere che la minoranza italiana della nostra regione ha cementato col proprio sangue la fratellanza con i popoli slavi, ed ha sparso tanti fiumi di sangue per formare ed appartenere alla nuova Democratica Federativa Jugoslavia, unico Stato in Europa veramente democratico dopo l’Unione Sovietica.

Gli italiani della Regione Giulia non permetteranno che si mettano loro quelle catene che hanno spezzato nella durissima lotta. Nemmeno le forze democratiche di tutto il mondo permetteranno che si riesca ad attuare questi luridi piani.

Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia, che vogliamo Tito!

Compagni dirigenti del “Lavoratore”! Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin” ammiriamo ed apprezziamo la grande fatica che giornalmente dovete sostenere nella lotta contro la reazione ed i suoi manutengoli!

Noi siamo veramente indignati per l’ingiustizia commessa contro il compagno Jaksetich, conosciuto dalle più larghe masse popolari come vecchio combattente antifascista, che ha dato tutta la sua vita combattendo contro le orde fascista. Mentre egli si trova in carcere come un comune delinquente, dei criminali fascisti camminano placidamente per le vie della città e siedono come nei “bei tempi” ai tavolini dei caffè.

Uniamo la nostra indignazione a quelle di tutti gli uomini amanti della libertà e della giustizia di tutto il mondo.
Vi salutiamo con le parole che sono state e sono il programma della nostra lotta:

Morte al fascismo!                                                                                 Libertà ai popoli!

(seguono le firme)

Il documento è eloquente e certifica inoppugnabilmente l’ideologia e la volontà delle formazioni partigiane italiane comuniste che, entrate a far parte dell’esercito popolare jugoslavo agli ordini di Tito, si impegnarono per annettere l’intera Venezia Giulia alla nascente Jugoslavia (“noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito”). Per maggiore chiarezza, precisiamo che la Regione Giulia, più volte nominata nella lettera, geograficamente parlando era intesa dal Tagliamento a Fiume. Nei disegni partigiani quindi, oltre Fiume, l’Istria, l’alta Venezia Giulia, Trieste e Gorizia, sarebbero dovute passare alla Jugoslavia anche città come Monfalcone, Cividale del Friuli, Palmanova e Udine.

Un altro dettaglio su cui va posta l’attenzione è la volontà della formazione partigiana di esprimersi a nome di tutta la comunità italiana dell’Istria, classificata nel testo due volte come “minoranza”. Come sappiamo, questo non corrisponde al vero. Furono i partigiani slavi, riunitisi a Pisino il 13 settembre 1943 per dichiarare l’unilaterale annessione dell’Istria alla Jugoslavia (presenti due italiani all’evento), ad affermare per la prima volta, e contro ogni riscontro logico e numerico, l’esistenza di una minoranza italiana nell’Istria. Di punto in bianco, e per voce slava, gli italiani d’Istria si scoprirono minoranza e quindi, secondo la logica “democratica” slava, al seguito del volere della maggioranza slovena e croata.

Terzo particolare: nella lettera, i partigiani recriminano per l’arresto (da parte degli Alleati), di tale Giorgio Jaksetich. Quest’ultimo, triestino nato nel 1901, dopo l’armistizio si unì ai partigiani e nel 1944 partecipò alla costituzione delle brigate Trieste e Fontanot, in qualità di “referente” italiano presso il comando generale sloveno, carica di facciata vista la volontà annessionista dell’esercito slavo verso la Venezia Giulia e la popolazione italiana. All’arrivo dei partigiani a Trieste, il 1 Maggio 1945, assunse la carica di vicecomandante italiano della città. Famosi i suoi proclami alla radio, con i quali esaltava (testualmente) “l’emergere di un nuovo popolo guida dopo l’Italia del Rinascimento e la Francia della Rivoluzione: la Jugoslavia”. Dopo il 12 Giugno 1945, quando con gli Accordi di Belgrado la città di Trieste venne posta sotto la giurisdizione del Governo Militare Alleato, Jaksetich venne condannato a 18 mesi di carcere per “violazione delle ordinanze”. Dopo l’espulsione del PCJ dal Cominform fugge da Capodistria per venire a lavorare a Roma, alla Direzione nazionale del Pci. Jaksetich, al quale va la solidarietà dei combattenti del “Budicin”, rappresenta solo uno dei tanti casi di partigiani “espatriati” dopo la risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, in seguito alla quale vennero perseguiti ed arrestati tutti i sostenitori della linea staliniana, e quindi oppositori, o presunti tali, della linea titoista.
Un destino che molti del “Pino Budicin” (continuamente “epurato”) condivideranno con lui, a differenza di tanti altri partigiani e capi comunisti italiani che non riuscirono a fuggire e vennero messi al bando, arrestati, deportati, fucilati, infoibati. In aggiunta ai “dissidenti”, tra coloro che vennero liquidati vanno considerati anche i partigiani che non avevano del tutto rinnegato il principio di nazionalità e la difesa dell’italianità giuliana. La morte di Antonio Budicin, fratello di Giuseppe (Pino), al quale era intitolato il battaglione, è emblematica: accusato artificiosamente di spionaggio, verrà ucciso in un’imboscata a distanza di pochi giorni da una sua aperta contestazione verso la linea nazionalista e annessionista dei partigiani comunisti slavi.

Quest’ultimo concetto ci porta al passaggio conclusivo, chiaro quanto desolante, ossia l’intenzione della formazione partigiana di dichiarare al mondo intero la propria volontà (inspiegabilmente fatta coincidere in maniera unilaterale con quella dell’intero popolo giuliano) di volere Tito (“Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia, che vogliamo Tito!”), distorcendo quella verità che verrà invece testimoniata con un esodo biblico. Nei giorni in cui si decideranno le sorti delle nostre terre di confine, saranno proprio i partigiani come quelli del “Budicin” ad alimentare la campagna annessionista slava che mirava, come già detto, ad arrivare al Tagliamento. Un impegno che, in caso di mancato atto di devozione totale e subordinazione completa ai voleri e al progetto titino, venne ripagato con la detenzione, le torture e la morte. Lo stesso destino che i partigiani italo-slavi avevano riservato ad italiani innocenti, col solo scopo di decapitare e disperdere la comunità italiana istriana, al fine di poter rivendicare l’intera Venezia Giulia come territorio jugoslavo. L’esplicita dichiarazione del desiderio di unirsi alla Jugoslavia fu solo l’ufficializzazione che questa stessa volontà fu l’idea motrice alla base dei massacri e delle devastazioni operati lungo tutto il confine orientale italiano negli ultimi due anni di guerra.

Le responsabilità di coloro che collaborarono attivamente con l’occupatore slavo sono, da decenni, definitivamente comprovate: dalla compilazione delle liste di proscrizione di persone da infoibare, alla materiale eliminazione dei fantomatici “nemici del popolo”, fino alla partecipazione attiva (o passiva) al progetto di annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia. Di fronte a queste prove noi chiamiamo a rispondere tutti dei propri crimini, affinché il popolo italiano conservi e difenda il ricordo e la verità storica, impedendo che il lento scorrere del tempo cancelli le responsabilità di individui che, ancora oggi, qualcuno ha il coraggio di appellare come “eroi”.