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Distrutta lapide dedicata alle Vittime delle Foibe a Torino

Torino - Giardini vittime foibe (ottobre 2015)Torino. Circa un mese fa era stata segnalata la distruzione, a colpi di piccone, della targa di intitolazione alle Vittime delle Foibe del giardino delle Vallette, compreso tra corso Molise, corso Grosseto e strada delle Vallette.

Un’interrogazione in consiglio comunale presentata in questi ultimi giorni ci ha permesso di venire a conoscenza del fatto che, ad oggi, la targa non è stata ricollocata (foto).

Ci auguriamo che il Comune ripristini immediatamente la lapide per cancellare l’ennesimo oltraggio verso la memoria dei Martiri delle Foibe e dei loro congiunti, offesa ancora più grave considerata la grande presenza di esuli a Torino (che ne ospitò a centinaia prima in campo profughi e poi nel noto quartiere giuliano-dalmata).

Chi volesse scrivere al Comune di Torino per sollecitare il ricollocamento della targa, può farlo al seguente indirizzo email: www@comune.torino.it

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano

 
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Prove di dialogo? No, di mistificazione.

ImageLo scorso 29 novembre, in quel di Padova, si è tenuta una sorta di “prova di dialogo” tra le sezioni locali di Anpi ed Anvgd. Un evento forse storico, sicuramente unico fino ad ora, ma del quale abbiamo fin da subito intuito l’intento truffaldino e la poca limpidezza. Non era poi difficile giungere a queste conclusioni, vista la storia recente nella quale l’anpi si è dimostrata la più grande ed operativa fucina del negazionismo sulla vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. L’intento dell’incontro era chiaro: tentare di scaricare dalle spalle dei partigiani italiani le responsabilità delle foibe, dell’esodo e della perdita di intere regioni, in modo da “ripulirne” e restaurarne l’immagine, gravemente minata dalla sempre crescente scoperta e diffusione della storia dei massacri e delle violenze operate in Venezia Giulia e nel resto d’Italia. Il gioco è riuscito a metà e, leggendo quanto detto durante l’incontro, è facile capire il perché.

Il presidente dell’anpi Veneto ha ripetuto più volte gli errori compiuti dai partigiani che, a detta dell’associazione, sarebbero: l’aver esagerato nell’equiparazione esule=fascista, il non aver intuito i motivi dell’esodo negandogli dignità ed accogliendo male i profughi, l’aver tardato a capire l’autoritarismo ed il regime illiberale della nascente Jugoslavia comunista, con la quale collaborarono e simpatizzarono. Un po’ pochino per pensare di aver assolto al mea culpa che l’associazione pensava di propinare al pubblico, tanto più che, dopo questo iniziale prologo, il presidente non ha mancato di rispolverare il vecchio ritornello, scaricando pressoché in toto le responsabilità delle foibe sul regime fascista.

Evidentemente l’anpi non ha imparato ancora la lezione. Se per questa associazione la storia dell’Istria e della Dalmazia sembra sempre iniziare solo nel 1918, con l’annessione al Regno d’Italia (avvenuta in verità nel 1920 col Trattato di Rapallo, e che non riguardò la Dalmazia se non per Zara), e tutte le disgrazie paiono derivare dal fascismo italiano, ribadiamo, per l’ennesima volta, che non è questo il modo corretto di approcciarsi a questioni storiche complesse. Alcune brevi precisazioni su quanto detto nella conferenza:

1 – Le persecuzioni contro gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, ed il loro primo esodo, risalgono ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico quando, tra il 1866 ed il 1918, venne attuata una violenta politica snazionalizzatrice che, con violenze, incendi (di circoli culturali, sedi di giornali italiani, sale di lettura), pestaggi, chiusura delle scuole italiane, omicidi, espulsioni, divieto di utilizzo della lingua, slavizzazione di cognomi e toponomastica, mirava a cancellare la popolazione e la cultura italiane dal Trentino, dall’Alto Adige, dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, come prescritto nel decreto imperiale del 12 novembre 1866 per la tedeschizzazione e/o slavizzazione delle suddette terre. Una politica proseguita sotto il Regno di Jugoslavia tra il 1920 ed il 1941 in quelle terre che, sebbene promesse dal Patto di Londra, il Trattato di Rapallo non assegnerà all’Italia, cioè la Dalmazia settentrionale (ad esclusione di Zara e delle isole di Lagosta e Pelagosa). Le violenze contro gli italiani e le persecuzioni che portarono ad un primo esodo, soprattutto dalla Dalmazia, risalgono dunque a ben prima della Marcia su Roma e continuare con il ritornello che vorrebbe il fascismo responsabile dei massacri delle foibe appare, se non completamente assurdo, perlomeno decisamente inesatto.

2 – L’incontro è stata occasione per denigrare l’esercito italiano, bollato in toto come fascista ed autore, secondo la vulgata, di un’aggressione indiscriminata alla Jugoslavia e di crimini inenarrabili. È bene precisare che la Jugoslavia, con il Patto di alleanza del Belvedere, aderì il 25 marzo 1941 al Patto Tripartito, diventando dunque alleata di Germania ed Italia. Il colpo di stato del generale Simovic, orchestrato dagli inglesi due giorni dopo, scatenò disordini e costrinse all’intervento le forze dell’Asse, tradite dal cambio di fronte del Regno, che stracciò il trattato di alleanza firmandone subito uno di non aggressione con l’Unione Sovietica e facendo causa comune con l’Inghilterra. L’invasione inizierà il 6 aprile ed avrà termine solamente 11 giorni dopo, causando lo sfaldamento del Regno jugoslavo, che sprofonderà in una sanguinosa guerra civile tra i differenti gruppi etnici che la componevano, fatta di stragi e sterminio. In questo scenario l’esercito italiano giocò un ruolo del tutto marginale, volto al mantenimento dell’ordine, obiettivo che non verrà raggiunto a causa dei massacri e della guerriglia scatenata dalle forze comuniste di Tito, dagli ustascia di Pavelic e dai cetnici serbi di Mihajlovic. L’esercito italiano tentò di mantenere l’ordine, evitando stragi di serbi ed ebrei per mano ustascia, difendendo i civili dalle incursioni dei partigiani che massacravano e razziavano e tutelando gli stessi ustascia dalla guerriglia cetnica. I presunti crimini di guerra imputati all’esercito italiano furono solo menzogne artatamente usate dai vincitori per meglio giustificare i massacri operati sul vinto, per far apparire in un certo modo “legittime” le stragi delle foibe e l’invasione della Venezia Giulia (già promessa dagli Alleati alla Jugoslavia).

3 – Il titolo dell’incontro racchiude due tipi di errori. Gli esuli in fuga dall’Istria e dalla Dalmazia vennero etichettati a prescindere come fascisti poiché in fuga dal “paradiso comunista” della nuova Jugoslavia e, pertanto, trattati alla stregua di banditi e criminali, venendo insultati e spesso picchiati, relegati per anni in condizioni pietose in 109 campi profughi. A comporre le schiere dell’esodo bisogna ricordare che non furono benestanti o gerarchi (messisi in salvo per tempo), ma solo la povera gente composta da civili, artigiani, contadini, pescatori, impiegati che, se furono fascisti, lo furono né più né meno del resto degli italiani (parte dei quali tentò di rifarsi una verginità al cambiamento delle sorti belliche). I partigiani responsabili delle foibe erano invece realmente comunisti, vennero ricoperti di onori, ricevendo medaglie e pensioni per le loro azioni. Persino pluriomicidi, che uccisero a sangue freddo propri connazionali, ricevettero per anni pensioni dall’inps, pur risiedendo oltreconfine per sfuggire la giustizia italiana. Pertanto il “ci chiamavano” fu vero nel primo caso, ma non per il secondo. Questa equiparazione risponde ad un artificio lessicale volto a far apparire questo incontro come una sorta di pacificazione tra persone che sono state strumentalizzate da forze maggiori e che, per questo, non si sono capite pur essendo invece accomunate da un medesimo spirito di italianità (singolarmente associato all’amore per la Costituzione). No, non è stato così. Gli uni furono le vittime, gli altri i carnefici. I primi vennero massacrati e cacciati dalla propria terra, i secondi tradirono la propria Patria giurando di servire lo straniero ed aiutandolo nell’occupazione di suolo italiano, per far sì che la Regione Giulia venisse annessa alla Jugoslavia. La cosa è ben diversa da come il titolo dell’incontro vuole far apparire.

4 – Non più tardi di due mesi fa, durante le contestazioni per il passaggio della salma di Erich Priebke ad Albano Laziale, a fianco dell’anpi, scesa in strada per l’occasione, sono comparse magliette con su scritto “I ♥ Foiba”, spesso presenti a celebrazioni ed incontri della suddetta associazione. Nell’occasione, tanto per gradire, erano presenti anche sindaci ed altri rappresentanti istituzionali, nessuno dei quali ha ovviamente osato pronunciare una parola di condanna. A questo si potrebbe aggiungere che condannare uno dei responsabili delle Fosse Ardeatine, rappresaglia simbolo dell’occupazione tedesca, inneggiando ad un altro genocidio operato ai danni di propri connazionali non rappresenti il massimo della coerenza. Cosa alla quale, dopotutto, l’anpi ci ha abituati nel corso del tempo. Di fatto questa associazione riunisce gli eredi ideologici dei partigiani che si macchiarono di stragi efferate e che collaborarono con lo straniero al fine di ottenere il passaggio di tutta la regione giuliana alla nascente Jugoslavia.

ImageGià da qualche tempo l’anpi si intromette nell’organizzazione del Giorno del Ricordo in molte città italiane, con lo scopo di manipolarlo per accomodare il più possibile la verità alla loro decennale versione storica di parte. Questo incontro si inquadra nello stesso ampio progetto volto a sminuire, nascondere, distorcere i fatti per fuggire le tremende responsabilità che gravano sulle spalle di tutti i partigiani italiani comunisti della Venezia Giulia, nonché su quelle dei loro eredi ideali che, a settant’anni di distanza, tentano goffamente di ripulire la coscienza dei propri progenitori. Stupisce vieppiù la partecipazione dell’anvgd a questo genere di eventi. Se la buona fede poteva essere appellata in prima battuta, non è più possibile farlo dopo anni di dimostrazioni e manifestazioni in cui l’anpi non ha fatto altro che continuare a propagandare menzogne, calunnie, falsità ed insulti alla memoria di chi trovò la morte nelle foibe e dovette abbandonare la propria terra natale, etichettato, nella migliore delle ipotesi, come fascista, criminale di guerra e, in sostanza, come qualcuno che meritasse un simile destino.

Non può esserci dialogo con chi non ammetterà mai le proprie responsabilità, con chi continua imperterrito nella mistificazione storica. Sono quindi estremamente pericolose queste “prove di dialogo” che, del medesimo, non presentano alcuna caratteristica ma che intendono solamente giungere alla cancellazione delle responsabilità, alla strumentalizzazione ed all’occultamento di una triste e sanguinosa pagina di storia italiana che mina alla base la leggenda della vulgata resistenziale sulla quale è stata edificata l’attuale repubblica. D’altra parte sarebbe, se non proprio da folli, perlomeno da ingenui credere ad un’improvvisa presa di coscienza da parte di chi non ha mai riconosciuto i massacri perpetrati contro gli istriani, i fiumani e i dalmati, né ha mai chiesto perdono. Ed ora i rappresentanti degli esuli stringono le mani degli eredi degli infoibatori della propria gente. Ebbene nessuno ci troverà disposti ad accettare questo tipo di inciuci, peraltro profondamente umilianti visto che realizzati con persone che, come già detto, sono scese in piazza non più tardi di due mesi fa con magliette con su scritto “I ♥ Foiba”, dimostrando un vero e proprio disprezzo verso le vittime, ma più in generale verso la dignità umana.

Il perdono si concede a chi ne fa umilmente richiesta. Non a chi inneggia al sangue di connazionali che macchia le mani dei propri progenitori.

F.B.