Archivi tag: jugoslavia

LA VOCE IRREDENTISTA N.40

Pubblichiamo il 40° numero de “La Voce Irredentista”, bollettino informativo del Movimento Irredentista Italiano.

Gli articoli all’interno:
– Gli sciancati della storia
– Malta e l’Irredentismo (Parte III) 1917-1919
– Da Caporetto a Vittorio Veneto (Parte I)
– La Redenzione di Pisino
– 10 Novembre 1975: 42 anni fa la vergogna del       Trattato di Osimo
– Filippo Corridoni: Apostolo del lavoro, Eroe della Patria
– I Fatti di Innsbruck del 1904
– Trieste e la caduta dell’Austria
– Esodo istriano e memoria storica: Riflessioni nel LXXI anniversario della strage di Vergarolla

All’interno, oltre all’editoriale, anche l’abituale rubrica “Il lavoro del Movimento” e “Stoccata finale”.

Clicca qui sotto per leggere la Voce.

La Voce Irredentista n. 40

Buona lettura.

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano

Annunci

12 Aprile 2014 – Il Movimento Irredentista Italiano a Bellante (TE) per ricordare e costruire

 

Il 12 Aprile il Movimento Irredentista Italiano sarà a Bellante (TE), per un incontro dal titolo “Trieste 1 Maggio 1945. Arrivarono i “liberatori”. Le stragi delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata”. L’evento si svolgerà alle ore 17, presso la Sala Consiliare del Municipio, col patrocinio del Comune di Bellante e con la collaborazione dell’Associazione Culturale “Nuove Sintesi” e dell’Associazione Aries Officina Nazionalpopolare.

Un silenzio sessantennale, seguito dall’istituzione di una legge per poter tutelare il Ricordo delle stragi delle foibe di cui furono vittime migliaia di italiani innocenti, evidenzia tutta l’ambiguità dimostrata dallo Stato nel coltivare la propria memoria storica dal dopoguerra ad oggi. Assume quindi ancora più importanza sganciare la storia di ciò che accadde al confine orientale d’Italia tra il 1943 ed il 1947, da quel “recinto” istituzionale del “10 Febbraio” nel quale la politica ha voluto confinarla.

L’incontro di Bellante del 12 Aprile va proprio in questa direzione. L’evento sarà occasione per fare una panoramica storica sulla millenaria italianità delle terre dell’Adriatico orientale, sulle violenze asburgiche e slave volte a cancellare la civiltà italiana già dalla prima metà dell’800, sull’irredentismo italiano come risposta ed autodifesa della popolazione italiana fino ad arrivare al tragico epilogo dei massacri delle foibe e dell’esodo, i quali non rappresentano una vendetta slava contro soprusi italiani, bensì l’ultimo atto del processo di cancellazione dell’italianità adriatica orientale perseguita dagli slavi per più di cento anni.

Il riferimento ai “liberatori” nel titolo non è casuale, poiché l’evento sarà occasione anche per sottolineare tutta l’ipocrisia di una propaganda di Stato postbellica volta a santificare gli eserciti e i partigiani di stati stranieri che, sotto il cappello di una occupazione spacciata per “liberazione”, compirono ogni genere di crimine contro il popolo italiano, dai bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile indifesa agli stupri di massa e alle uccisioni del corpo di spedizione francese dopo la battaglia di Montecassino, dai massacri delle foibe ai crimini di guerra in Sicilia e nel meridione.

Un appuntamento importante per recuperare la nostra memoria storica, per riappropriarci delle nostre radici e costruire, su questa consapevolezza, una comunità nazionale cosciente e desiderosa di riaffermare i propri diritti e la propria libertà.

Ringraziamo con una menzione speciale l’Associazione Culturale Nuove Sintesi e l’Associazone Aries Officina Nazionalpopolare, per la collaborazione e il continuativo interesse dimostrato verso il nostro lavoro e più in generale verso le terre irredente di Istria, Fiume e Dalmazia e la loro storia millenaria.

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano

La Voce Irredentista n. 20

Clicca qui sotto per leggere La Voce.

La Voce Irredentista n. 20

Consigli per una visualizzazione ottimale: dopo aver cliccato sul link riportato qui sopra, aprire il menu “Finestra”, poi scegliere “Modalità a schermo intero”.

Buona lettura.

Le responsabilità di fronte alla storia

13-10-1945 - Il Lavoratore, lettera del battaglione Pino Budicin

Pubblichiamo un interessante documento risalente all’ottobre del 1945, affinché lo scorrere inesorabile del tempo e le menzogne storiche non coprano le gesta, le parole e le intenzioni di chi si rese responsabile, tra il 1943 e il 1945, del massacro della popolazione istriana e della perdita della Venezia Giulia. Vogliamo in questo modo richiamare ognuno alle proprie responsabilità, al fine di evitare che la sabbia della clessidra le ricopra, concedendo un’assoluzione “per insufficienza di prove” a chi non la merita. Soprattutto, il nostro scopo è rendere noti a tutti i “valori” e l’ideologia che spinsero “eroici” delinquenti ad arrestare, torturare, deportare, massacrare, infoibare i propri fratelli, con lo scopo finale di svendere la propria terra natale all’invasore. Nel mese in cui in Italia viene festeggiata una presunta “liberazione”, noi abbruniamo le nostre bandiere per commemorare invece tutti i nostri morti, in una data che per noi rappresenta solo l’occupazione e la perdita di alcune tra le più sacre terre d’Italia.

13 Ottobre 1945: lettera dei combattenti del battaglione “Pino Budicin”, formazione di partigiani italiani comunisti inquadrata nella brigata croata “Vladimir Gortan”, attiva in Istria dall’Aprile del 1944.

Alla direzione del “Lavoratore”, Organo del Partito Comunista della Regione Giulia

Cari Compagni!

Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin”, rappresentanti della minoranza italiana dell’Istria insorta contro il fascismo, che abbiamo combattuto spalla a spalla con i fratelli slavi, spargendo il nostro sangue con loro, per liberare la nostra terra dall’oppressione, sotto la guida del grande eroe popolare compagno Maresciallo Tito, noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito.

Più che mai oggi noi ci stringiamo, sia nella vita civile che nell’esercito, sempre più strettamente ai nostri fratelli slavi, per difenderci vicendevolmente dai luridi imperialisti sciovinisti che nuovamente vorrebbero premere sotto il loro tallone la nostra Istria e tutta la Regione Giulia, per seminare ancora l’odio fra i popoli che abitano la stessa terra, persfruttarli ed impedire loro il progresso verso la vera democrazia.

Questi signori, imperialisti sciovinisti, di qualsiasi razza e nazionalità essi siano, devono sapere che la minoranza italiana della nostra regione ha cementato col proprio sangue la fratellanza con i popoli slavi, ed ha sparso tanti fiumi di sangue per formare ed appartenere alla nuova Democratica Federativa Jugoslavia, unico Stato in Europa veramente democratico dopo l’Unione Sovietica.

Gli italiani della Regione Giulia non permetteranno che si mettano loro quelle catene che hanno spezzato nella durissima lotta. Nemmeno le forze democratiche di tutto il mondo permetteranno che si riesca ad attuare questi luridi piani.

Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia, che vogliamo Tito!

Compagni dirigenti del “Lavoratore”! Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin” ammiriamo ed apprezziamo la grande fatica che giornalmente dovete sostenere nella lotta contro la reazione ed i suoi manutengoli!

Noi siamo veramente indignati per l’ingiustizia commessa contro il compagno Jaksetich, conosciuto dalle più larghe masse popolari come vecchio combattente antifascista, che ha dato tutta la sua vita combattendo contro le orde fascista. Mentre egli si trova in carcere come un comune delinquente, dei criminali fascisti camminano placidamente per le vie della città e siedono come nei “bei tempi” ai tavolini dei caffè.

Uniamo la nostra indignazione a quelle di tutti gli uomini amanti della libertà e della giustizia di tutto il mondo.
Vi salutiamo con le parole che sono state e sono il programma della nostra lotta:

Morte al fascismo!                                                                                 Libertà ai popoli!

(seguono le firme)

Il documento è eloquente e certifica inoppugnabilmente l’ideologia e la volontà delle formazioni partigiane italiane comuniste che, entrate a far parte dell’esercito popolare jugoslavo agli ordini di Tito, si impegnarono per annettere l’intera Venezia Giulia alla nascente Jugoslavia (“noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito”). Per maggiore chiarezza, precisiamo che la Regione Giulia, più volte nominata nella lettera, geograficamente parlando era intesa dal Tagliamento a Fiume. Nei disegni partigiani quindi, oltre Fiume, l’Istria, l’alta Venezia Giulia, Trieste e Gorizia, sarebbero dovute passare alla Jugoslavia anche città come Monfalcone, Cividale del Friuli, Palmanova e Udine.

Un altro dettaglio su cui va posta l’attenzione è la volontà della formazione partigiana di esprimersi a nome di tutta la comunità italiana dell’Istria, classificata nel testo due volte come “minoranza”. Come sappiamo, questo non corrisponde al vero. Furono i partigiani slavi, riunitisi a Pisino il 13 settembre 1943 per dichiarare l’unilaterale annessione dell’Istria alla Jugoslavia (presenti due italiani all’evento), ad affermare per la prima volta, e contro ogni riscontro logico e numerico, l’esistenza di una minoranza italiana nell’Istria. Di punto in bianco, e per voce slava, gli italiani d’Istria si scoprirono minoranza e quindi, secondo la logica “democratica” slava, al seguito del volere della maggioranza slovena e croata.

Terzo particolare: nella lettera, i partigiani recriminano per l’arresto (da parte degli Alleati), di tale Giorgio Jaksetich. Quest’ultimo, triestino nato nel 1901, dopo l’armistizio si unì ai partigiani e nel 1944 partecipò alla costituzione delle brigate Trieste e Fontanot, in qualità di “referente” italiano presso il comando generale sloveno, carica di facciata vista la volontà annessionista dell’esercito slavo verso la Venezia Giulia e la popolazione italiana. All’arrivo dei partigiani a Trieste, il 1 Maggio 1945, assunse la carica di vicecomandante italiano della città. Famosi i suoi proclami alla radio, con i quali esaltava (testualmente) “l’emergere di un nuovo popolo guida dopo l’Italia del Rinascimento e la Francia della Rivoluzione: la Jugoslavia”. Dopo il 12 Giugno 1945, quando con gli Accordi di Belgrado la città di Trieste venne posta sotto la giurisdizione del Governo Militare Alleato, Jaksetich venne condannato a 18 mesi di carcere per “violazione delle ordinanze”. Dopo l’espulsione del PCJ dal Cominform fugge da Capodistria per venire a lavorare a Roma, alla Direzione nazionale del Pci. Jaksetich, al quale va la solidarietà dei combattenti del “Budicin”, rappresenta solo uno dei tanti casi di partigiani “espatriati” dopo la risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, in seguito alla quale vennero perseguiti ed arrestati tutti i sostenitori della linea staliniana, e quindi oppositori, o presunti tali, della linea titoista.
Un destino che molti del “Pino Budicin” (continuamente “epurato”) condivideranno con lui, a differenza di tanti altri partigiani e capi comunisti italiani che non riuscirono a fuggire e vennero messi al bando, arrestati, deportati, fucilati, infoibati. In aggiunta ai “dissidenti”, tra coloro che vennero liquidati vanno considerati anche i partigiani che non avevano del tutto rinnegato il principio di nazionalità e la difesa dell’italianità giuliana. La morte di Antonio Budicin, fratello di Giuseppe (Pino), al quale era intitolato il battaglione, è emblematica: accusato artificiosamente di spionaggio, verrà ucciso in un’imboscata a distanza di pochi giorni da una sua aperta contestazione verso la linea nazionalista e annessionista dei partigiani comunisti slavi.

Quest’ultimo concetto ci porta al passaggio conclusivo, chiaro quanto desolante, ossia l’intenzione della formazione partigiana di dichiarare al mondo intero la propria volontà (inspiegabilmente fatta coincidere in maniera unilaterale con quella dell’intero popolo giuliano) di volere Tito (“Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia, che vogliamo Tito!”), distorcendo quella verità che verrà invece testimoniata con un esodo biblico. Nei giorni in cui si decideranno le sorti delle nostre terre di confine, saranno proprio i partigiani come quelli del “Budicin” ad alimentare la campagna annessionista slava che mirava, come già detto, ad arrivare al Tagliamento. Un impegno che, in caso di mancato atto di devozione totale e subordinazione completa ai voleri e al progetto titino, venne ripagato con la detenzione, le torture e la morte. Lo stesso destino che i partigiani italo-slavi avevano riservato ad italiani innocenti, col solo scopo di decapitare e disperdere la comunità italiana istriana, al fine di poter rivendicare l’intera Venezia Giulia come territorio jugoslavo. L’esplicita dichiarazione del desiderio di unirsi alla Jugoslavia fu solo l’ufficializzazione che questa stessa volontà fu l’idea motrice alla base dei massacri e delle devastazioni operati lungo tutto il confine orientale italiano negli ultimi due anni di guerra.

Le responsabilità di coloro che collaborarono attivamente con l’occupatore slavo sono, da decenni, definitivamente comprovate: dalla compilazione delle liste di proscrizione di persone da infoibare, alla materiale eliminazione dei fantomatici “nemici del popolo”, fino alla partecipazione attiva (o passiva) al progetto di annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia. Di fronte a queste prove noi chiamiamo a rispondere tutti dei propri crimini, affinché il popolo italiano conservi e difenda il ricordo e la verità storica, impedendo che il lento scorrere del tempo cancelli le responsabilità di individui che, ancora oggi, qualcuno ha il coraggio di appellare come “eroi”.

Meglio un mese a Dachau, che una sola ora a Goli Otok. Prigionieri dell’oblio.

Nel corso degli ultimi anni sono stati fatti numerosi passi avanti nel processo di riscoperta della verità storica in merito alla questione foibe-esodo. Tuttavia, un argomento che spesso viene scarsamente approfondito, se non direttamente evitato, è quello dei campi di concentramento jugoslavi nel quale vennero internati i “nemici del popolo”, soldati ma anche civili, prelati, persino antifascisti e comunisti che parteciparono fianco a fianco con i titini alla guerra partigiana. Di molti di questi internati non si saprà più nulla, mentre i più fortunati che riusciranno a tornare a casa, verranno costretti a firmare una dichiarazione attestante il buon trattamento ricevuto, e una volta in Patria saranno diffidati dal parlare dei maltrattamenti subiti e dei crimini dei quali furono spettatori. L’odioso paragone con i lager tedeschi è un mero esercizio di retorica, ma per questa volta faremo un eccezione, solamente per dimostrare la disparità esistente nelle commemorazioni di tragici eventi e come non sia assurdo parlare di monopolio della memoria da parte delle vittime più note.

Chiunque conosce i nomi dei lager tedeschi ed ha avuto la possibilità, nel corso degli anni, di visionare materiale fotografico, video, film e documentari sull’argomento. La stessa cosa naturalmente non si può dire per i gulag sovietici, i laogai cinesi e men che meno per i campi di concentramento slavi. Uno tra i più noti fu il campo di Borovnica, nel quale vennero internati migliaia di italiani: soldati catturati e scampati ai massacri che sovente avvenivano sul posto, in barba ai codici bellici dell’epoca sul trattamento dei prigionieri, ma anche civili deportati dall’Istria e dalle città di Gorizia e Trieste durante i terribili 40 giorni di occupazione. Le foto dei detenuti scampati all’inferno di Borovnica sono terribili quanto quelle che ogni 27 gennaio vengono mandate in onda per ricordare i lager tedeschi. A Borovnica va aggiunto un altro campo, forse il più famoso in assoluto per la sua particolarità e “originalità”: Goli Otok. Il campo sorgeva sull’isola calva (goli otok la traduzione), un isolotto di rocce aride e bianche. In questo campo vennero rinchiusi per la maggior parte tutti coloro che dopo la rottura tra Stalin e Tito nel 1948, in seguito alla scomunica del Cominform, si confermarono stalinisti appoggiando la decisione di Mosca. Fu così che gli slavi internarono chiunque non aderisse pienamente alla linea titoista, descrizione alla quale corrispondevano quasi tutti i comunisti istriani rimasti dopo la firma del trattato di pace, e i controesodati che espatriarono dall’Italia per andare a costruire il socialismo in Jugoslavia. La detenzione nel campo era tremenda quanto particolare, poiché volta esclusivamente all’annientamento non fisico, ma morale. All’arrivo al campo i nuovi arrivati dovevano passare tra due ali di detenuti che accoglievano gli sventurati picchiandoli selvaggiamente. La vita quotidiana era segnata da continue vessazioni, punizioni, pestaggi, violenze, e ogni detenuto aveva l’obbligo tassativo di denunciare ai gestori del campo ogni parola fuori posto degli altri prigionieri, ogni malumore, ogni accenno di protesta. La pena per non aver denunciato questi fatti era l’essere accomunato a chi si era lamentato, cosa che prevedeva pestaggi e torture di ogni genere. Veniva così a mancare quel conforto che il prigioniero in genere ricava dalla consapevolezza di essere nella stessa situazione di tutti gli altri, dal pensiero di poter trovare negli altri un appoggio, un aiuto. A Goli Otok invece si sapeva di essere in un nido di vipere, l’unico campo di concentramento dove i torturatori e gli aguzzini dei detenuti, erano i prigionieri stessi.

Il silenzio che ha gravato sugli eventi delle foibe e dell’esodo ha sicuramente contribuito ad offuscare le vicende dei campi di concentramento slavi, specialmente considerando il fatto che i comunisti italiani internati a Goli Otok, una volta tornati in Patria, vennero esplicitamente diffidati dal PCI dal parlare delle violenze subite nel campo. Negli ultimi anni il velo è stato stracciato, grazie anche alle testimonianze di ex detenuti e al prezioso lavoro di ricerca svolto da storici seri. Chiudendo con l’improprio ma eloquente paragone con i lager tedeschi, riportiamo una testimonianza di Sergio Borme, ex detenuto a Goli Otok, estratta da una sua intervista rilasciata a History Channel qualche anno fa, dove racconta il suo terribile soggiorno nel campo. Nel periodo della sua prigionia, Borme incontrò un fiumano che era stato rinchiuso nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. Preso dalla curiosità di sapere come erano le condizioni in quei famosi campi, chiese al compagno di sventura di raccontargli la propria esperienza. Riportiamo la risposta senza aggiungere ulteriori commenti superflui: “Meglio un mese a Dachau, che una sola ora a Goli Otok”.

F.B.