Archivi categoria: La Voce Irredentista

L’IRREDENTISMO A MALTA (PARTE V) 1927-1928: LORD STRICKLAND E LA LOTTA ALL’ITALIANITÀ

Lord Gerald Strickland in un fotogramma d’epoca

(Clicca qui per iniziare dalla Parte I)

La rinascita del PN nel 1926 fu un fattore che non si rivelò alla prova dei fatti sufficiente per i nazionalisti maltesi: la vittoria delle elezioni parlamentari a Malta, tenutesi tra il 7 e il 9 agosto 1927, arrise al Constitutional Party di Lord Gerald Strickland. Aspetto davvero caratteristico di queste elezioni fu sicuramente la impossibilità di definire la vittoria dei costituzionalisti come anche solo “di misura”, dal momento che le percentuali dei voti favorevoli per il CP e per il PN unito furono esattamente pari: 41,5%. La vittoria venne assegnata al CP dal momento che ottenne 15 seggi, contro i 14 dei nazionalisti: questi ultimi tuttavia avrebbero dovuto in ogni caso accontentarsi di un ruolo all’opposizione, poiché il Labour Party riuscì, coi suoi 5000 voti, ad ottenere tre seggi di cui beneficiò Strickland, stante l’instaurazione della coalizione tra i due partiti anglofili, basata su di una politica comune improntata alle promesse di riforme economiche e sociali per i ceti più umili, alla definitiva rinuncia alla lingua italiana considerata come una zavorra che impediva a Malta e ai maltesi di elevarsi materialmente e spiritualmente (cosa che poteva secondo Strickland essere fatta solo mediante la piena accettazione e assimilazione della lingua e della cultura anglosassone), alla lotta senza quartiere contro coloro i quali – tuonavano gli stricklandiani in campagna elettorale – celavano dietro il loro sbandierato amore per l’Italia e la cultura italiana una segreta qualità personale di spie e sabotatori prezzolati dall’Italia Fascista. Si aggiungeva a ciò il persistere da parte dello Strickland nel considerare i Maltesi ultimi discendenti dei Fenici, Malta l’estremo lembo del Nord Africa (invece che l’estremo Sud dell’Europa), la lingua maltese l’ultimo residuo della lingua di Annibale Barca: teoria contraria non solo alle ragioni etniche, storiche, linguistiche, culturali che ho già esposto, ma anche a quelle più banalmente geografiche, dato che l’appartenenza alla regione geografica italiana delle isole Calipsee (altro modo per definire l’Arcipelago Maltese) è più che assodata e non da poco tempo: se ne trova citazione, per fare degli esempi, nelle “Memorie” di Napoleone Bonaparte così come anche nei “Gheographikà” di Strabone, geografo greco vissuto tra il 65 e il 25 a.C. Per concludere poi la visione del quadro in cui si esplicò la vittoria costituzionalista, bisogna tenere in debito conto la protezione (e i conseguenti finanziamenti) accordata a Strickland dal Governatore di Malta (Walter Norris Congreve fino al febbraio 1927; John Philip Du Cane fino al 1931) e dal Colonial Office, con i quali Strickland aveva intensificato i rapporti di collaborazione fin dalla precedente legislatura, diventando quindi la “longa manus” dell’autorità imperiale.

Questi rapporti con le autorità coloniali britanniche non erano certamente recenti: Gerald Strickland Bonnici Perdicomati Bologna era nato il 24 maggio del 1861 a La Valletta, da Walter Strickland, irlandese cattolico (quindi suddito di Sua Maestà, in quanto il suo Paese era parte integrante del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda) e da Maria Bonnici Perdicomati Bologna, maltese ma, come il cognome evidenzia, di chiare origini italiane: Strickland succedette infatti nel titolo di “Conte delle Catene e delli Mori”. Dopo gli studi al collegio gesuita di Mondragone (CE), frequentò l’università di Cambridge nella quale si laureò in legge nel 1887. Ebbe modo di venire a contatto una prima volta con le autorità britanniche immediatamente dopo questo evento, allorché, dopo essere tornato a Malta, si recò a Londra insieme con Fortunato Mizzi per la presentazione di una proposta di costituzione di una Assemblea Legislativa; ma la creazione di uno stretto rapporto con l’Impero trovò compiuta realizzazione soprattutto negli anni dal 1902 al 1917, in cui fu Governatore delle Isole Sottovento, Governatore della Tasmania, Governatore dell’Australia Occidentale e infine Governatore del Nuovo Galles del Sud. Tornato a Malta si dedicò in toto alla carriera politica e fu appunto con le vittoriose

Un ostacolo a questo progetto avrebbe potuto essere rappresentato dalla situazione di minoranza in cui il CP si trovava al Senato di Malta (5 costituzionalisti contro 8 nazionalisti): era logicamene intuibile che i nazionalisti avrebbero fatto muro impedendo che i provvedimenti adottati dall’Assemblea Legislativa trovassero approvazione anche nella Camera Alta – passo del resto necessario per dare forma compiuta alle leggi da adottarsi – di modo da costringere le autorità coloniali le quali erano in pieno accordo con gli stricklandiani a dover eventualmente assumere misure di sospensione delle libertà costituzionali instaurate nel 1921, per poter ufficializzare la cancellazione della lingua italiana dalla vita pubblica dell’Isola. Ciò era certamente possibile, ma avrebbe avuto ripercussioni sui rapporti tra Gran Bretagna e Italia che faticosamente, soprattutto per via dell’operato del Duce, si stavano avviando verso un procedimento di normalizzazione: per quanto le scorie della “vittoria mutilata” dell’Italia nella Grande Guerra non fossero certamente smaltite (e probabilmente non lo furono mai per davvero), ambo le parti avevano interesse alla suddetta normalizzazione dei rapporti. L’Italia, per via della necessità di avere tranquillità in ambito di politica estera (poiché era in primis da rifondare l’ordinamento interno e le strutture della vita civile e sociale italiana in accordo con i principi del Fascismo); la Gran Bretagna dal canto suo si era resa conto che sull’area mediterranea, presidiata dagli inglesi nei punti strategici (Gibilterra, Malta, Cipro, Egitto) si stavano affacciando le mire di uno Stato che poteva, come mai prima d’allora nella propria breve storia, aspirare al rango di Potenza europea: l’Italia, appunto. Mussolini intendeva affermare l’egemonia italiana nel Mediterraneo; nonostante ciò la sua politica dei primi anni nei riguardi del Regno Unito fu quella della ricerca di accordi, che continuarono fino agli anni precedenti la guerra mondiale, di modo da spartire il Mediterraneo in zone di influenza, possibilmente senza intaccare gli interessi vitali che l’isola di Albione aveva. Egli non era insensibile alle istanze irredentiste che molti degli esponenti del P.N.F. gli facevano presente (nel 1923 nello stesso Partito era confluito il Partito Nazionalista Italiano, vedi parte 2), così come non lo era al desiderio delle genti delle terre immediatamente propinque, dal Ticino al Nizzardo, dalla Dalmazia alla stessa Malta, di sentirsi parte anche a livello politico-statuale di una realtà della quale culturalmente avevano sempre fatto parte. Ma un’Italia totalmente da rifondare dopo i disastri della guerra non poteva permettersi di avanzare pretese territoriali in modo violento, specie se si tiene in considerazione il fatto che, in un eventuale conflitto con la Gran Bretagna, ci sarebbe stata da risolvere anche la grana francese: la Francia non avrebbe esitato a schierarsi con gli inglesi (come difatti ne fu dato prova dopo il 1935) anche perché vi erano situazioni di tensione con l’Italia, a livello di rivendicazioni territoriali, non solo sulle aree di confine tra Provenza e Piemonte, ma anche su territori quali la Tunisia, meta costante dell’immigrazione siciliana – e maltese – fin dagli anni ’70 del secolo precedente: dopo il c.d. “schiaffo di Tunisi” con il quale la Repubblica Francese instaurò il protettorato sulla Tunisia (1881) i rapporti tra le due nazioni non erano mai stati, su quel territorio, buoni, ricordando tra l’altro che i quasi 90000 italiani di Tunisia (censimento francese del 1926) erano parte, nell’ottica francese, del “péril italien”. Cosicché, per evitare di causare discredito a livello internazionale alla politica albionica, Strickland escogitò uno stratagemma per fare sì che i provvedimenti venissero adottati in ogni caso: tra gli “appointed members”, i membri nominati del Senato maltese, rappresentanti delle varie categorie, non erano ancora stati scelti i rappresentanti dei Sindacati: per far sì che venissero scelti dei rappresentanti i quali votassero conformemente alle direttive costituzionaliste, si procedette ad una arbitraria modificazione del Collegio elettorale dal quale sarebbero usciti i rappresentanti. Modificando l’area del Collegio stesso, la consultazione portò alla vittoria di rappresentanti stricklandiani, che così conferirono la maggioranza al CP anche nella Camera Alta (il Labour Party non aveva ottenuto seggi in Senato). Un espediente tale portò i nazionalisti a rivolgersi alla Corte d’Appello di Malta che infatti dichiarò illegale la consultazione elettorale. Tuttavia era concessa a coloro i quali fossero insoddisfatti della sentenza della Corte la possibilità di ricorrere contro la medesima al Privy Council di Sua Maestà Britannica, che stabilì che il provvedimento di modifica del collegio elettorale in questione era pienamente legittimo e come tale Strickland poteva beneficiare della maggioranza in entrambe le Camere così ottenuta.elezioni del 1927 che riuscì a mettere in pratica quanto aveva finora esposto a livello teorico: decisa antiitalianità (benché, per raccattare più voti possibili, non mancasse di affermare pubblicamente il rispetto che provava per la storia che la lingua italiana aveva nell’Arcipelago); lotta alle categorie sociali di estrazione medio-borghese od alto-borghese le quali avevano sempre sostenuto il PN, reo a parere di Strickland di aver condotto al dissesto finanziario le isole (ma in un Arcipelago privo delle più importanti materie prime, costretto a fare affidamento sulle importazioni per garantire la presenza dei generi di prima necessità alla popolazione, e in una situazione in cui l’autorità coloniale poneva limiti di tipo finanziario un giorno sì e l’altro pure, è ben difficile attuare misure importanti per risanare un dissesto di natura economica, la cui soluzione doveva essere unicamente compito dell’Autorità centrale, stante il fatto che la gestione del potere era di fatto nelle mani di Londra); anglicizzazione forzata delle isole maltesi mediante provvedimenti che eliminassero l’uso della lingua italiana nella vita pubblica, con l’obiettivo di ridurne progressivamente l’uso anche nel privato.

Forte della sentenza del Privy Council, Strickland e il suo governo emanarono quindi, come primi provvedimenti adottati durante la loro legislatura, disposizioni contro l’uso della lingua italiana: nelle tabelle, negli avvisi degli uffici postali, nei biglietti del lotto così come nei comunicati della Gazzetta Ufficiale, nei bilanci ministeriali, fino ad arrivare alle denominazioni delle strade –  in lingua italiana da secoli – la lingua italiana fu sostituita dall’utilizzo dell’inglese e del maltese; l’uso del maltese a discapito dell’italiano fu introdotto nei Tribunali e negli atti notarili, come stabilito nel “The Use of Maltese Language in Legal Proceedings Act” del 1929. È da segnalare che così la lingua maltese ottenne uno status giuridico che non venne più perduto e che persiste tuttora, essendo costituzionalmente stabilita la coufficialità delle due lingue nei procedimenti. Per di più, come ulteriore segno di omaggio al Governo imperiale, dispose che i residenti inglesi a Malta e a Gozo avessero l’obbligo del voto, potendo esercitarlo anche in caso di assenza mediante l’invio di rappresentanti. Ma Strickland, aderendo convintamente al suo medesimo programma snazionalizzante, oltre a concedere benefici ai civili inglesi, fu munifico anche nei riguardi della categoria dei militari: ad uso della British Army vennero espropriati molti terreni così come pure immobili privati. È comunque importante sottolineare il fatto che Gerald Strickland non fu l’unico uomo politico di rilievo a Malta convinto della necessità di una anglicizzazione dell’isola e dello sradicamento delle tradizioni che costituivano il suo passato: in questo senso trovò pieno appoggio in Augusto Bartolo (vedi parte 4) il sentimento del quale è ben espresso nel “Memorandum per l’istituzione di un collegio inglese a Malta” inviato il 15 maggio 1928 da lui stesso, in quanto Ministro dell’Istruzione Pubblica durante la legislatura Stricklandiana, al Segretario di Stato per le Colonie, Leo Amery, nel quale, asserendo la inoppugnabile separazione tra popolazione maltese e popolazione inglese, suggerisce che “la separazione deve essere eliminata da altri vincoli. Fra questi nessun vincolo è più importante di quello culturale. E la cultura significa qualcosa di diverso e più importante di una semplice conoscenza superficiale dell’inglese… essa significa imprimere nella popolazione idee, modi di vita, scopi ecc. inglesi. Significa insegnare al popolo ed addestrarlo a […] sentire che l’Impero è la sua patria […]”. Si raccomanda inoltre di agire sulle menti dei bambini e dei più giovani in generale, in quanto “è troppo tardi e perfettamente inutile occuparsi dei giovani quando sono entrati nelle università, anzitutto perché essi sono già imbevuti di una cultura italiana spesso con vernice anti inglese, e poi perché nelle università l’inglese è un cattivo secondo”. Del resto, era fondamentale l’instillare nelle menti dei Maltesi la loro appartenenza anche culturale al Regno Unito, in accordo con lo scopo per il quale “è interesse supremo dell’Impero Britannico che quest’importante avamposto sia inglese in altri sensi, oltre che per la bandiera inglese che su di esso sventola”. Nelle parole di Bartolo è riassunta perfettamente la politica britannica sull’arcipelago maltese: non potendo procedere ad una sostituzione di popolo, si poteva e doveva procedere ad un intervento sul pensiero e sulla mentalità maltese di modo che essi potessero accettare e favorire l’operato di coloro i quali, accolti come liberatori (ricordiamo che all’inizio dell’800 la protezione britannica fu richiesta dai Maltesi, tenendo conto del fatto che, formalmente, Malta era soggetta all’autorità del Re delle Due Sicilie, alleato dei britannici in funzione antinapoleonica) si tramutarono in niente di più che padroni, in ossequio al principio del “divide and conquer” caratteristico della politica imperialista inglese e – anch’esso – condensato nelle succitate parole finali del Memorandum.

Ma sicuramente non si può trascurare, per comprendere quanto avvenuto negli anni seguenti, che la politica stricklandiana ebbe come nemico giurato non solo l’italianità ma anche l’altro elemento che concorreva a determinare la “maltesità”: ovverosia, il legame molto forte con la Curia Maltese, espressione dell’intransigente cristianesimo cattolico che contraddistingue l’Arcipelago. Strickland non lesinò mai invettive contro diversi esponenti del clero – anche e soprattutto perché molti di loro votavano per la fazione nazionalista – ma le sue accuse non di rado si spingevano addirittura alla Santa Sede (ad esempio, nel 1924 definì il Vaticano come una “paying concern”, cioè una “bottega”). Una volta eletto, Strickland rimase coerente anche in questo caso con quanto esposto in campagna elettorale: ho già detto delle espropriazioni attuate, aggiungendo ora che colpirono il clero in quanto i terreni e gli edifici espropriati in maggior parte appartenevano ad istituti religiosi; altra misura adottata fu la reciproca esecuzione delle sentenze civili fra Malta e la Gran Bretagna (oltre che fra di esse e gli altri possedimenti britannici): cosicché in pratica venne introdotto anche a Malta il divorzio, nonostante le proteste dei giornali nazionalisti e delle autorità ecclesiastiche locali. Strickland aveva deciso di schierarsi contro la Curia nel tentativo di spezzare indirettamente il legame che, per mezzo della presenza nella Penisola italiana della suprema autorità cristiana cattolica, sussisteva tra Malta e Roma: ma l’anticlericalismo militante che i suoi sostenitori scatenavano ben oltre i limiti dello scandalo, come sarà descritto nella prossima parte, portò ad una “questione religiosa” che occupò i restanti anni della legislatura stricklandiana, durando fino al 1932, e che fu la causa primaria della crisi diplomatica che divampò tra il Regno Unito e il Vaticano, con l’Italia Fascista sullo sfondo.

                                                                                                                         EMILIO CARAMICO

Originariamente pubblicato nel 41° numero de La Voce Irredentista

Annunci

L’IRREDENTISMO A MALTA (PARTE IV) 1919-1926: IL RITORNO DEL P.N.

(Clicca qui per iniziare dalla Parte I)

In seguito agli avvenimenti del Sette Giugno i britannici si dichiararono finalmente disposti a concedere l’autogoverno all’Arcipelago maltese riguardo “i loro affari strettamente locali” (Pall Mall Gazette del 13 giugno 1919), cosicché Malta a decorrere dal 1921 sarebbe stata dotata di una nuova Costituzione. Con essa, l’Arcipelago avrebbe avuto un Gabinetto che sarebbe stato presieduto da un Primo Ministro; una Assemblea Legislativa che avrebbe nominato un portavoce degli interessi della popolazione locale concernenti nuove leggi e disposizioni di cui venisse proposta l’introduzione; un Senato (ente corporativo che rappresentasse le classi sociali dell’isola); un Governo Maltese competente per gli affari puramente locali e un Governo Imperiale Maltese che aveva competenza residuale, per le materie connesse alle attività della Corona e le materie che non potessero configurarsi come di esclusivo carattere locale (in pratica, le questioni relative al diritto pubblico, alle relazioni dell’isola con l’estero e con la Potenza colonizzatrice, ovverosia le più rilevanti per quanto riguarda un eventuale maggior grado di autonomia maltese, sarebbero state comunque sotto il controllo e la gestione della Corona Britannica).

Concessa la Costituzione, si procedette ad elezioni, tenutesi il 18 e 19 novembre 1921. In queste elezioni le correnti del fu P.N. catalogabili come “nazionaliste” erano due: una corrente “moderata” rappresentata dall’Unione Politica Maltese, fondata nel 1920 in seguito alla fusione della Associazione Politica Maltese e del Comitato Patriottico (fondato da Ignazio Panzavecchia, vedi parte 2), e una corrente “estremista” rappresentata dal Partito Democratico Nazionalista di Enrico Mizzi, entità politica che lo stesso Mizzi creò in concomitanza con la (e in conseguenza della) nuova esperienza di “governo semiresponsabile” concessa all’Arcipelago mediante la Costituzione del 1921. Riguardo i tratti salienti del programma politico di queste due nuove entità, possiamo dire che esse ricalcassero la contrapposizione, seppur con ovvi cambiamenti dovuti al maggior grado di autonomia di Malta, tra le correnti “antiastensionista” e “astensionista” (per la definizione di quest’ultima, cfr. parte 2) dell’entità politica residua del P.N. dopo la morte di Fortunato Mizzi. Ciò perché l’Unione Politica Maltese propugnava una equalizzazione, a livello di status, nell’ambito della istruzione e della educazione, tra la lingua italiana e la lingua inglese; era apertamente schierata in favore dei poteri e dei privilegi della Chiesa Cattolica ed aspirava ad un progresso lento ma costante verso l’autogoverno (si noti che si parla di “autogoverno” e non di “indipendenza”: si cercava di ottenere una situazione simile a quella che fu attribuita al Canada, all’Australia, alla Nuova Zelanda e a Terranova nel 1907, in quanto “dominions”, entità politiche autogovernantesi le quali entrarono poi a far parte del Commonwealth Britannico). Da questi brevi tratti si può notare come le modifiche alla situazione maltese volessero essere ottenute previo accordo con il potere coloniale britannico, lasciando tuttavia alla totale discrezione di quest’ultimo il “quantum” (il livello di autonomia concessa) e naturalmente anche l’“an” (ovverosia il “se” questi cambiamenti avrebbero avuto luogo o meno). Era inoltre completamente fuori discussione l’appoggio incondizionato alle politiche clericali, e come abbiamo visto (vedi parte 1) fin dagli ultimissimi anni del secolo XIX la Chiesa si era attestata su posizioni di alleanza coi dominatori britannici, nella misura in cui le garantissero il mantenimento dei propri secolari benefici. Come evidenziato nel lavoro di Simon Mercieca, “In search of the Roots of the Unione Politica Maltese”, l’appoggio incondizionato alle politiche del clero e il sostenimento attivo delle stesse erano ben impressi nella mente di Ignazio Panzavecchia: non poteva essere altrimenti, stante il titolo di “Monsignor” che egli fieramente portava. Membro del clero maltese, scelto come Rappresentante della categoria del clero nel Government Council nell’anno 1891, aveva impostato il suo programma politico con una particolare attenzione allo sviluppo degli strati sociali più bassi della popolazione mediante politiche di sostegno da condursi con una partecipazione attiva della intera categoria clericale, dall’Arcivescovo al prete indistintamente e a seconda delle aree e tematiche di rispettiva competenza. In tutti i casi in cui il Panzavecchia diede vita ad entità politiche (Partito Popolare nel 1895, Comitato Patriottico nel 1910 e U.P.M. nel 1920) si tentò di dare pratica attuazione al nuovo indirizzo preso dal Vaticano riguardo le questioni sociali mediante l’enciclica Rerum Novarum del 1891, nella quale si esplicitava che « nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue ». Queste intenzioni si coniugavano alla sottolineatura dei legami secolari di Malta con l’Italia per quanto concerne la questione linguistica e culturale, in una battaglia che fu condotta dal Panzavecchia molto più intensamente al tempo delle sue prime esperienze politiche, che al tempo della UPM (anche se in ciò giocò un fattore decisivo l’età: egli aveva 65 anni e sarebbe morto di lì a cinque anni); peraltro, quando la Chiesa verso la fine del secolo ebbe un avvicinamento al dominatore d’Oltremanica, il Panzavecchia non si oppose, giustamente rimanendo fedele alla sua qualifica di esponente del clero, che gli imponeva di sottostare agli ordini delle autorità ecclesiastiche. È da sottolineare che le caratteristiche dell’entità politica in questione, molto rassomiglianti ai tratti distintivi del Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo (predecessore della Democrazia Cristiana del dopoguerra) unitamente alla presenza, anche dopo la formazione del Partit Nazzjonalista nel 1926, di una non minuscola componente “panzavecchiana”, permisero nell’immediato dopoguerra allo stesso PN di emergere dal forzato oblio che, indistintamente, veniva imposto a coloro i quali direttamente o indirettamente, in parte o in toto, avevano scelto di schierarsi, per i più diversi motivi, a sostegno delle ragioni dei vinti della Seconda Guerra Mondiale. Queste caratteristiche, che già alla fine del secolo XIX segnavano la differenza con il Partito Anti-Riformista di Fortunato Mizzi, a maggior ragione la segnarono con il Partito Democratico Nazionalista di Enrico Mizzi. Entità politica costituita dall’avvocato gozitano in conseguenza della nuova Costituzione concessa, si proponeva principalmente, anche per condurre una proficua opposizione al Labour Party (fondato nel 1921 e attualmente partito di maggioranza nell’Arcipelago col nome di Partit Laburista), la promozione del benessere sociale soprattutto in favore delle classi più indigenti di cittadini maltesi. Per quanto i suoi membri fossero buoni cattolici, il PDN non ottenne mai tra i più praticanti il consenso che, tra di loro, la UPM riuscì ad ottenere, per due motivi: in primo luogo perché le figure che avevano influenzato il lavoro e l’operato del Panzavecchia, quasi tutti istruiti nella città di Senglea, da Dun Salv Bonnici a Fortunato Panzavecchia, erano membri importanti della Curia maltese (rimando al lavoro succitato di S. Mercieca per un approfondimento) e ciò sicuramente consentiva una più facile identificazione del popolo sempre devotamente cattolico con l’erede di questa tradizione; in secondo luogo, il Mizzi non ne voleva sapere di rinunciare o anche solo scendere a patti riguardo l’importanza che la lingua italiana doveva avere e mantenere a Malta, in tutti i settori della vita pubblica, con uno status di lingua ufficiale in solitaria o, tutt’al più, in coabitazione con la lingua inglese: ma era imprescindibile il riconoscimento della sua ufficialità. Fu questo suo “estremismo”, il non cercare un compromesso su questioni di principio imprescindibili, che contribuì al discredito presso l’autorità coloniale (la quale per la verità non aveva mai smesso di tenere d’occhio il Mizzi, nonostante il perdono della Corona), alla impossibilità, almeno in un primo tempo, di cercare coalizioni, alla alienazione del potenziale elettorato, che difatti, nelle elezioni del 1921, premiò con il 39% dei voti la UPM, mentre il PDN si limitò al 12% dei voti (ciò per quanto riguarda la Assemblea Legislativa); in Senato la UPM ebbe il 63%, mentre neanche un singolo membro del PDN vi entrò. La sconfitta venne resa ancora più cocente dal fatto che Mizzi si classificò, eccettuando i candidati indipendenti presentatisi, ultimo anche a livello di opposizione. Ciò fu dovuto alla comparsa sulla scena di altri due partiti, la cui principale caratteristica era di essere fieramente e dichiaratamente anglofili. Essi erano il Constitutional Party ed il Labour Party di cui sopra. Ottennero rispettivamente il 25 e il 23% dei voti nella Assemblea e il 14 e il 22% al Senato. In particolar modo il primo, fondato da Augusto Bartolo, giurista e avvocato maltese dichiaratamente filobritannico, editore del “Malta Chronicle” e dall’intramontabile Gerald Strickland, mediante fusione delle loro rispettive entità anglofile denominate “Maltese Constitutional Party” e “Anglo-Maltese Party”, era la prova tangibile del frutto dell’operato di anglicizzazione compiuta dai britannici a partire dalla seconda metà dell’800. Le modifiche amministrative, burocratiche e legislative introdotte dai britannici non incontrarono più la forte opposizione della fine del secolo XIX anche in considerazione della vittoria dell’Impero inglese nella Grande Guerra. Il conflitto mondiale aveva rinforzato la convinzione che la Gran Bretagna fosse una potenza affidabile e capace di garantire sicurezza; con il miglioramento delle condizioni economiche, non si ebbero significativi accenni di proteste o rivolte come quelle che precedettero il Sette Giugno; in più, le nuove generazioni, nate a cavallo dei due secoli e istruite in maltese ed in inglese a livello scolastico, avevano incolpevolmente perduto il legame linguistico che li univa a colei che i loro padri ritenevano Madrepatria o, comunque, anche semplicemente terra cui si era culturalmente legati – e una volta perduto il legame linguistico, è molto difficile ritenere il legame culturale -. Sempre più maltesi sostenevano le proposte del dominatore inglese, ormai guardando alle proposte mizziane come a relitti di un tempo che non esisteva più. Gerald Strickland fu nominato Leader dell’Opposizione – titolo conferito ancora oggigiorno dal Presidente di Malta e avente natura costituzionale – e durante i tre anni che a norma della costituzione Amery-Milner dovevano intercorrere tra una elezione e l’altra seppe fare una propaganda attenta e mirata, che diede i suoi frutti nelle elezioni generali del 1924, allorquando il suo Constitutional party ottenne il 34% dei voti, diventando il primo partito maltese. Il PDN rimase l’ultimo partito a livello di voti presi (pur se riuscì ad ottenere il 5% di voti in più rispetto alle elezioni precedenti). Enrico Mizzi si convinse a poco a poco della necessità di dover cercare un accordo con i “nazionalisti moderati” della UPM. Su questa decisione influì sicuramente il mutamento della situazione politica italiana: la presa del potere da parte di Benito Mussolini e la instaurazione di un Governo forte e determinato al perseguimento dei propri interessi, non disposto alla ricerca di compromessi riguardo il raggiungimento dei propri obiettivi, stimolò enormemente la convinzione di Enrico Mizzi di dover avere sull’Arcipelago una entità politica forte, che potesse porsi come valido interlocutore del nuovo Governo italiano, le cui ambizioni erano ben note al Mizzi, il quale non aveva mai perso il suo spirito irredentista nonostante le battute d’arresto a livello politico. La ricerca di un accordo sarebbe stata molto più difficile se a capo della UPM fosse rimasto Ignazio Panzavecchia, il quale però morì nel 1925 e già da qualche tempo aveva indicato in Ugo Pasquale Mifsud il suo successore designato. Costui era membro della comunità italo-maltese, laureato in Legge, avvocato fra i più noti a livello internazionale, punto di riferimento a livello culturale per l’intero arcipelago maltese. Fu nominato primo Ministro nel 1924 successivamente alle elezioni, nelle quali il numero di seggi presi dalla UPM parificò quello dei seggi attributi al Constitutional Party in numero di 10. Mifsud, per il suo carisma e l’aura di eminenza culturale che possedeva, era un ottimo interlocutore sia per il Governo Britannico che per le formazioni, come il PDN, che allo stesso si opponevano. Non ebbe sentimenti definibili come “irredentisti” ma fu sempre attento ad evitare e a contrastare qualunque sentimento di ingiustizia nei riguardi di coloro i quali non erano visti di buon occhio dall’Impero: atteggiamento che manterrà anche durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si oppose con discorsi appassionati e veementi alla decisione di tradurre un gran numero di nazionalisti maltesi nei campi di concentramento in Uganda: e fu proprio a causa dell’impeto e dell’ardore che trasmetteva che ebbe, dopo uno di questi discorsi, un attacco di cuore che lo portò alla morte, nel 1942. In ogni caso, vi era anche un altro motivo che induceva Mifsud ad avere la medesima intenzione di Enrico Mizzi, ovverosia la pericolosa ascesa dei due partiti anglofili. La intenzione di accordarsi in una coalizione, per quanto formalizzata solo nel 1927, era ben presente già tempo prima, in primo luogo perché i due partiti e le menti che li controllavano – Bartolo e Strickland per il CP e William Savona per il LP –  avevano svolto le loro attività a sostegno delle politiche britanniche e proponevano programmi molto simili, sia per quanto riguarda l’introduzione di un welfare state, sia per il legame con la Chiesa, sia per la questione linguistica, da risolversi da parte loro in favore della lingua inglese; in secondo luogo, perché i risultati elettorali del 1921 e del 1924 avevano fatto acquisire loro la consapevolezza che, uniti o comunque in coalizione, avrebbero avuto la possibilità di governare senza alcuna ostruzione da parte della opposizione, con una maggioranza (rispettivamente, potenzialmente del 48 e del 54%) che avrebbe potuto decidere in totale autonomia su qualunque questione, essendo peraltro sponsorizzata e favorita dalla autorità coloniale. Per prevenire anche solo la possibilità di accordo tra queste due entità, Enrico Mizzi e Ugo Mifsud, dopo numerosi colloqui, decisero di unire le proprie forze, di fondere i rispettivi partiti in un unico, grande, Partito Nazionalista, che fosse il rappresentante delle istanze di coloro i quali non si sentissero in linea con le sempre più penetranti interferenze del Governo di Londra nella vita politica e privata maltese, di coloro i quali riconoscessero di non avere nulla a che spartire con il dominatore straniero che oramai da 125 anni si era stabilito a Malta e non aveva alcuna intenzione di abbandonare quel punto d’Europa, a metà tra Gibilterra e Suez, così strategico dal punto di vista geografico, commerciale e politico, di coloro i quali riconoscevano che una autorità tale non avrebbe mai potuto e voluto pensare in primo luogo al bene del popolo maltese, di coloro i quali, pur consapevoli di essere pochi e osteggiati, non avrebbero mai rinunciato a considerare, per usare le parole del Conte Caruana Gatto, Malta “l’estremo limite del territorio Italiano”. Per quanto il 1926 vedesse finalmente una unione delle anime nazionaliste che non si era più vista dai tempi di Fortunato Mizzi, la differenza di impostazione tra l’anima “moderata-panzavecchiana” e quella “estremista-mizziana” non cessò mai di manifestarsi. Un primo momento di contrapposizione, ad esempio, lo si vide nella scelta dell’uomo che avrebbe dovuto, all’esterno e soprattutto nei rapporti con le autorità coloniali, rappresentare il Partito Nazionalista, in qualità di leader: era naturale che, nonostante l’opposizione della fazione mizziana, per le ragioni succitate la scelta cadesse sul Mifsud, il rispetto da tutti provato per il quale poteva sicuramente condurre ad un cammino su strade molto meno ripide, al fine di ottenere la maggioranza dei consensi nel Paese. Ciò fu tuttavia parzialmente controbilanciato dal fatto che fu sempre e comunque Enrico Mizzi l’uomo cui le attenzioni di sostenitori e oppositori si rivolsero: e, come è ovvio, negli anni a venire, la bilancia pendette decisamente dalla parte delle attenzioni negative, a maggior ragione allorché il Mizzi si mostrava entusiasta, pur senza potersi permettere eccessive manifestazioni d’amore, della retorica del Governo Italiano post-1922, con la sua attenzione alla promozione, valorizzazione e al sostegno, anche e soprattutto finanziario, delle associazioni, movimenti, partiti, presenti in territori non soggetti alla giurisdizione italiana ma chiaramente ed esplicitamente dichiarati italiani per storia, lingua, cultura e tradizioni. Un primo esempio dell’apprezzamento da lui provato per il Duce e la conduzione delle sue politiche fu sicuramente la strutturazione dell’inno ufficiale del Partito Nazionalista richiamandosi in parte a quello che fu l’inno del Partito Nazionale Fascista italiano, ovverosia “Giovinezza” – per quanto l’Autore, considerando l’inno in questione come autonomo prodotto dell’ingegno nonostante le ispirazioni e i contributi ricevuti, si tenga lontano, personalmente, dalle definizioni di “brutta copia” di “Giovinezza” e di “riadattamento” dello stesso “di scarsa qualità”, come è stato sostenuto nel corso degli anni – . Tuttavia, l’oggetto dei legami veri o presunti, che costituirono oggetto delle accuse rivolte a Mizzi e al PN, da parte dell’Autorità coloniale britannica negli anni a venire, fu molto più ampio e strutturato, come si vedrà.

                                                                                                                        EMILIO CARAMICO

Originariamente pubblicato nel 41° numero de La Voce Irredentista

LA VOCE IRREDENTISTA N.41

Pubblichiamo il 41° numero de “La Voce Irredentista”, bollettino informativo del Movimento Irredentista Italiano.

Gli articoli all’interno:
– L’Austria perde il pelo ma non il vizio: la questione del doppio passaporto
– Malta e l’Irredentismo: il ritorno del P.N. (parte IV)
-Malta e l’irredentismo: Lord Strickland e la lotta all’italianità (parte V)
– Da Caporetto a Vittorio Veneto (Parte II)

All’interno, oltre all’editoriale del Segretario Nazionale, anche l’abituale aggiornamento sul lavoro del Movimento.

Clicca qui sotto per leggere la Voce.

La Voce Irredentista n. 41

Buona lettura.

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano

L’AUSTRIA PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO: LA QUESTIONE DEL DOPPIO PASSAPORTO

passaportoGli ultimi scampoli del 2017 hanno visto, nelle delicate faccende altoatesine, un’entrata a gamba tesa da parte del nuovo governo austriaco di centrodestra, guidato dal popolare Sebastian Kurz. Infatti Vienna ha manifestato l’intenzione di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini di lingua tedesca e ladina. Tale iniziativa era stata sollecitata con una lettera, inviata al nuovo Governo danubiano, da 19 consiglieri provinciali altoatesini, in maggioranza della Südtiroler Volkspartei, contenente la richiesta di concessione ai cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina anche del passaporto austriaco.

L’annuncio ha provocato l’esultanza dei secessionisti altoatesini dell’estrema destra locale, come pure dell’”Obmann” della Svp, Philipp Achammer, che ha affermato come Continua a leggere

LA VOCE IRREDENTISTA N.40

Pubblichiamo il 40° numero de “La Voce Irredentista”, bollettino informativo del Movimento Irredentista Italiano.

Gli articoli all’interno:
– Gli sciancati della storia
– Malta e l’Irredentismo (Parte III) 1917-1919
– Da Caporetto a Vittorio Veneto (Parte I)
– La Redenzione di Pisino
– 10 Novembre 1975: 42 anni fa la vergogna del       Trattato di Osimo
– Filippo Corridoni: Apostolo del lavoro, Eroe della Patria
– I Fatti di Innsbruck del 1904
– Trieste e la caduta dell’Austria
– Esodo istriano e memoria storica: Riflessioni nel LXXI anniversario della strage di Vergarolla

All’interno, oltre all’editoriale, anche l’abituale rubrica “Il lavoro del Movimento” e “Stoccata finale”.

Clicca qui sotto per leggere la Voce.

La Voce Irredentista n. 40

Buona lettura.

Il Consiglio Direttivo del Movimento Irredentista Italiano