L’IRREDENTISMO A MALTA PARTE III (1917-1919): IL SETTE GIUGNO

Come per gli altri Paesi europei, la Grande Guerra non mancò di produrre evidenti conseguenze per “l’infermiera del Mediterraneo”, come Malta fu soprannominata durante la guerra (e ancora prima, in occasione della Guerra di Crimea), allorquando servì da base per gli ospedali in cui erano dispensate le cure necessarie ai combattenti feriti. Date le ridotte dimensioni dell’Arcipelago e la sua limitata estensione di terre coltivabili, l’importazione di generi alimentari era vitale per il popolo maltese. Fin da subito ci fu una scarsità di cibo che negli ultimi due anni della guerra, e, in particolar modo, nei mesi seguenti la cessazione delle ostilità, andò sempre più aggravandosi. In particolar modo durante il 1918 si sfiorò la carestia, con un Governo Coloniale britannico totalmente incapace di assicurare la quantità di cibo corrispondente al fabbisogno della popolazione maltese. Le importazioni erano state drasticamente limitate in stato di guerra, e rimasero ad un livello non sufficiente anche successivamente, allorché tanto il settore primario quanto quello industriale erano stati azzerati nel Vecchio Continente. I prezzi del pane conobbero continui aumenti; si sviluppò un fiorente mercato nero gestito da pochi profittatori (i quali, insieme agli importatori cui era stato affidato il monopolio delle limitate importazioni e ai mercanti beneficiari dei proventi di guerra, si arricchirono a dismisura); la censura delle autorità coloniali fu inasprita; proseguì la linea di ostracismo ad oltranza nei riguardi dei rappresentanti del popolo maltese (ricordiamo che Enrico Mizzi conquistò 560 voti alle elezioni generali dell’ottobre 1917, unitamente ad un posto come membro dell’esecutivo che poi fu, con sentenza, assegnato a Francesco Azzopardi, il quale ne aveva contestato la legalità); non ci si curò delle proteste, attuate prima dai lavoratori portuali nel 1917 e poi dalla polizia civile il 14 ottobre 1918, a causa dei salari troppo bassi per poter compensare l’elevato costo dei beni di prima necessità; infine, si mantenne la discriminazione stipendiale tra inglesi e maltesi a parità di mansione. La tensione del popolo, stante questa situazione, salì esponenzialmente, anche per via dei “Quattordici Punti” espressi da Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti d’America, nel discorso al Senato americano l’8 gennaio 1918: in questo discorso, al punto 5, era stato delineato il diritto, per i popoli i cui territori fossero sottoposti a governo coloniale, a che le ragioni dei popoli in questione, concernenti l’autogoverno e/o l’autodeterminazione, fossero equamente soppesate con le pretese del Paese controllante. Conseguenza di ciò fu che i maltesi, logicamente e correttamente, si chiesero perché, in nome della mai celata volontà di conservazione di dominio britannica, dovessero essere esclusi dall’applicazione di questo principio.

Conseguenza di ciò fu la proposta del Dott. Filippo Sceberras, il 23 novembre 1918, di indire un’Assemblea Nazionale rappresentativa della popolazione maltese, con il compito di elaborare richieste da trasmettere a Londra. La riunione dell’Assemblea avvenne il 25 febbraio 1919: Sceberras aveva proposto, insieme all’ala “moderata”, una risoluzione per chiedere un “governo responsabile” per Malta. Tuttavia Enrico Mizzi e la sua fazione “estremista”, proposero una risoluzione che si appellasse pienamente al diritto fondamentale all’autodeterminazione del popolo maltese, e che quindi contenesse la richiesta d’indipendenza dall’Impero Britannico. Le ragioni del Mizzi, oramai pienamente perdonato dalla Corona Britannica, prevalsero, e ad esse aderirono anche i sostenitori della tesi di Sceberras, ritenendo a ragione che, in occasione di una richiesta tale, il fronte dovesse essere compatto e non lacerato da divisioni ideologiche. Enrico Mizzi era pienamente conscio dell’insofferenza del popolo maltese nei riguardi del dominatore d’Oltremanica: prova ulteriore di ciò fu il fatto che lo stesso 25 febbraio i negozi che decisero di rimanere aperti nonostante lo svolgimento dell’Assemblea furono violentemente assaltati, senza che la polizia maltese, peraltro trascurata e bistrattata dall’amministrazione coloniale, intervenisse per fermare i disordini. E, del resto, le stesse forze di polizia minacciarono scioperi per tutta la primavera seguente; in più, dalla parte di Enrico Mizzi vi era la maggioranza degli studenti universitari, che misero in atto una protesta il 16 maggio 1919.

Ma i britannici si limitarono a vaghe statuizioni circa la possibilità di concedere una maggiore possibilità di espressione al popolo maltese riguardo i propri affari interni, annunciando che il futuro governatore dell’isola, Lord Plumer, avrebbe “studiato la situazione”. Il glissare dei britannici, mentre gli animi si infuocavano sempre più, indusse l’Assemblea Nazionale a riunirsi di nuovo in data 7 giugno 1919 per deliberare una nuova risoluzione da presentare a Lord Plumer. In quello stesso giorno, le strade di Valletta si erano riempite con una folla esasperata, a seguito dell’ennesima ondata di licenziamenti che aveva colpito i portuali. Ad un certo punto, al negozio “A La Ville De Londres” – si dice da parte di un mercante anglofilo – fu esposta la bandiera maltese, sottoposta a defacimento con i colori della Union Jack britannica (il “defacimento”, in vessillologia, sta ad indicare l’aggiunta di simboli od emblemi ad una bandiera preesistente di modo da formarne una nuova o creare una versione modificata della precedente). Con questo intollerabile atto, cominciò l’insurrezione. La folla, in primis, distrusse tutto quanto poteva nel negozio succitato, dopodiché si diresse verso i più importanti edifici del centro della capitale (l’Officers Club, la Bibliothéque, la stazione meteorologica) intimando agli uomini in servizio di stracciare e gettare a terra immediatamente l’Union Jack; dove gli uomini in servizio non lo facevano, come nel caso della stazione meteorologica, era la folla stessa a strappare le bandiere dalla loro collocazione per poi bruciarle al suolo (ricordiamo che, essendo da pochi giorni morto Vincenzo Frendo Azzopardi, Chief Justice di Malta, era stato dato l’ordine di esporre, in tutti i luoghi succitati, la bandiera inglese a mezz’asta). La folla imbestialita si diresse poi all’attacco della sede del “Daily Malta Chronicle”, giornale anglofilo, le cui presse furono distrutte, dopo che la mobilia fu scaraventata fuori. Era ormai il tardo pomeriggio, e, avvicinandosi la folla a Strada Teatro e Strada Forni (in quest’ultima via risiedeva Anthony Cassar Torreggiani, uno dei principali importatori), vennero mandati dieci soldati al comando del Luogotenente Shields, dimostratisi poi insufficienti a contenere l’ardore della folla, cosicché dovettero, sotto una pioggia di sassate, battere in ritirata per chiamare i rinforzi. Essi non esitarono a giungere: ventiquattro soldati si disposero fra Strada Forni e Strada Teatro, di modo che la folla indietreggiasse. Tuttavia, udito uno sparo proveniente dalla casa di Torreggiani, uno di loro – nonostante i soldati inglesi avessero ricevuto l’ordine di non sparare – fece esplodere un colpo, seguito immediatamente da un altro: Emanuele Attard, 26enne di Sliema, e Giuseppe Bajada, 38enne gozitano, caddero a seguito di questi colpi in Strada Forni. Il secondo cadde sulla bandiera maltese che recava con sé, inondandola di sangue. Altri soldati intanto erano stati bloccati dalla folla negli uffici del Daily Malta Chronicle, cosicché Shields diede loro l’ordine di aprirsi un varco sparando, per uscire dagli uffici pervasi dalle esalazioni di gas. Per mezzo di questi colpi morì Lorenzo Dyer, 21enne di Vittoriosa, mentre tentava di scappare: a nulla valsero i tentativi della folla di arrestare l’emorragia. Lo spargimento di sangue si concluse per intervento dei delegati della Assemblea Nazionale ai quali, nel corso dei loro dibattimenti, erano stati portati dei feriti. In particolare fu il Conte Alfredo Caruana Gatto, eminente criminologo, che convinse la folla a desistere da ulteriori atti di violenza, tenuto conto che vi erano feriti tra i maltesi (per contro, nemmeno un ferito vi era tra gli inglesi; il 7 giugno furono listati, dalle autorità britanniche, 8 feriti maltesi, cui vanno aggiunti gli 11 dell’8 giugno). Nonostante gli appelli dei delegati, le violenze continuarono il giorno successivo, allorquando il popolo assaltò la residenza del Colonnello Francia, proprietario di un mulino per la macinazione del grano. Ancora una volta la polizia maltese deputata alla protezione della residenza evitò di sparare contro i propri connazionali, cossiché occorsero 140 uomini della Marina britannica per sgombrare i luoghi intorno alla residenza. Due di questi uomini arrestarono Carmelo Abela, 39enne del quartiere popolare di Valletta, il Manderaggio: tuttavia, poiché egli oppose resistenza, fu trafitto da una baionetta attraverso lo stomaco. La sua morte, tra l’altro, sopraggiunse il 15 giugno, in seguito ad una dolorosa agonia.

Costoro furono i quattro morti, ancor oggi calorosamente ricordati e celebrati, del Sette Giugno 1919. La loro morte fu ammantata di un’aura di eroismo e di leggenda, fin dalle celebrazioni che si ebbero al momento della loro sepoltura; furono inoltre fatte delle collette, che riscossero un enorme successo, per aiutare le famiglie in difficoltà. Ma, cosa più importante, questa data ebbe l’effetto di unire, finalmente, tutto il popolo maltese in un unico afflato nazionalista, in un’unica consapevolezza di essere legati, alla terra che avevano abitato per secoli, da vincoli non riducibili all’aspetto materiale, bensì aventi una caratterizzazione di natura principalmente spirituale, che nessun dominatore straniero, fosse esso Francese, Inglese o di altra provenienza, avrebbe potuto azzerare.

“Questi sono i nostri colori”, disse un delegato dell’Assemblea in strada il 7 giugno, passando il proprio fazzoletto bianco sul sangue di un ferito. Fu quel sangue sparso a far capire alla popolazione della Perla del Mediterraneo che cosa significasse essere maltesi: ed è proprio per questo che i quattro Caduti sono, ancor oggi, venerati, davanti al monumento funerario loro dedicato, l’idea del quale venne a Enrico Mizzi il 16 ottobre 1919, per il tramite del neocostituito “Comitato pro Maltesi morti e feriti” , creato allo scopo di perpetuare la memoria delle vittime e di aiutare le famiglie dei caduti. Il monumento funerario fu inaugurato l’8 giugno 1925 e reca la dicitura mizziana, in lingua italiana, “Ai Caduti del 7 giugno 1919, la Patria Riconoscente. Riposino in pace.”

L’effetto del Sette Giugno, pietra miliare del nazionalismo maltese, fu in primis la “resa” dell’autorità britannica, perlomeno sui temi riguardanti gli affari interni: ci si dichiarò disposti a concedere a Malta la Costituzione e l’autogoverno. Lord Plumer invitò l’Assemblea Nazionale a presentare una proposta di Costituzione da sottoporre a Londra. Nel novembre 1919 Plumer dichiarò che ai maltesi sarebbe stato affidato “il pieno controllo responsabile dei loro affari strettamente locali”; Londra avrebbe garantito copertura finanziaria totale per il successo di queste misure, come preludio al conferimento della Costituzione del 1921. Con questa Costituzione fu instaurato un “governo responsabile” che diede l’impulso allo sviluppo di una fattiva – in termini di potere decisionale e conseguenze delle deliberazioni adottate – attività politica nell’Arcipelago.

In secundis, il Sette Giugno fu celebrato come un avvenimento di somma valenza per  l’irredentismo tanto maltese quanto italiano, da parte dell’Italia Fascista. Il 9 novembre 1924, quando i corpi dei quattro morti vennero collocati nel cimitero dell’Addolorata, i caduti maltesi vennero proclamati martiri del Risorgimento Italiano, oltre che eroi dell’irredentismo italiano a Malta. Il comportamento delle truppe britanniche fu stigmatizzato da Mussolini in quanto “eccidio”. Questa considerazione fu duratura, come riporta un articolo de “La Stampa” del  14 marzo 1943, dedicato al “martire Carmelo Borg Pisani” nel quale il Pisani, Medaglia d’oro al Valor Militare,“ è animato dallo spirito eroico degli Oberdan, del Battisti, del Filzi, del Rismondo, del Sauro, deve vendicare Lorenzo Dyer, Carmelo Abela, Giuseppe Bajada, Emanuele Attard, vittime dell’eccidio del 7 giugno 1919”.

I due effetti ora descritti esplicarono le loro conseguenze negli anni a venire, poiché l’attività politica del Partito Nazionalista mizziano (che assumerà questo nome nel 1926), si intrecciò con l’attività di promozione del sentimento irredentista, in Italia e all’estero, da parte del governo italiano, nel periodo tra il 1920 e il 1945.

Emilio Caramico

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