L’IRREDENTISMO A MALTA (PARTE II): ENRICO MIZZI, “IL-TALJAN TA’ MALTA” (1905-1917)

Enrico MizziLa morte di Fortunato Mizzi privò Malta della sua figura più rappresentativa, proprio nel momento storico in cui Malta, sospesa la Costituzione, si trovò a dover fare i conti con il “nuovo” status (già assegnatole con la Costituzione del 1849) di Colonia Britannica. Questo arbitrario ritorno al passato deciso dalle autorità coloniali britanniche – caso unico per quanto riguarda i territori dell’Impero Britannico all’inizio del ‘900 – determinò il totale e penetrante controllo della amministrazione coloniale sulle questioni riguardanti l’Arcipelago, essendo le leggi oramai approvate in brevissimi lassi di tempo, senza discussione né contraddittorio, nemmeno per quanto atteneva alle disposizioni più direttamente incidenti sulla vita della popolazione (come quelle riguardanti le tasse o l’agricoltura), con il Government Council completamente esautorato e i membri elettivi privati di ogni potere effettivo, anche solo a livello di incidenza sulle proposte di legge. Valga a titolo di esempio il fatto che nelle elezioni del 1909 una delle fazioni del fu P.N., la “anti-astensionista” (perché come tale si proponeva di collaborare con le autorità, pur liberticide, “per il bene del paese”) con a capo Vincenzo Azzopardi, pur conquistando a suon di voti tutti i seggi messi a disposizione nel Council, vide, per l’ennesima volta, la necessità di far dimettere in blocco i membri eletti nello stesso, dal momento che vennero approvati due pesanti dazi, uno sugli spiriti, e uno sulle vernici, per decreto, nonostante il parere contrario dei suddetti membri.E del resto le autorità britanniche non avevano alcun interesse ad una fattiva partecipazione alla vita politica dei rappresentanti del popolo maltese, né tantomeno ad una elevazione dello stesso a livello morale, spirituale, ed economico-materiale, in particolare. Prova ne è la disparità di trattamento stipendiale tra i portuali maltesi e inglesi a Senglea, tanto più ingiustificata se teniamo in conto il fatto che un portuale maltese, emigrato a Portsmouth o a Liverpool, era pagato, lavorando lì, come il suo collega britannico. L’emigrazione, per molti maltesi, era l’unico modo per scampare alla fame, in particolare negli anni, di forte crisi economica, che interessarono il lustro dal 1906 al 1911. La questione linguistica vedeva una anglicizzazione che procedeva a ritmi serrati, a totale discapito della lingua italiana, non curandosi l’autorità coloniale delle proteste delle correnti nazionaliste, sempre più fievoli, dal momento che, nonostante l’avvicendarsi, tra ritorni e comparse sulla scena, di vari personaggi (oltre all’Azzopardi menzioniamo Antonio Dalli, Sigismondo Savona, Alfredo Mattei), nessuno di costoro ebbe la forza di opporsi coerentemente ed efficacemente ai britannici; nessuno di loro ebbe le due qualità di Fortunato Mizzi, consistenti nel compattare il fronte contro il “nemico comune”, evitando discordie e rancori, e nelmantenersi fedele ad una unica bandiera e ad un unico obiettivo.

In questo contesto emerse il giovane Enrico “Nerik” Mizzi, nato a La Valletta il 20 settembre del 1885 e morto sempre a Valletta il 26 dicembre del 1950. Il figlio di Fortunato aveva studiato al seminario di Gozo e successivamente alla Royal University of Malta (dove nel 1906, a 21 anni, si laureò in “Literature and Science”). Compiuto questo primo ciclo formativo, il giovane Enrico colse l’occasione per poter andare a studiare in Italia, l’amore per la quale gli fu trasmesso principalmente dalla madre, Maria Sofia Folliero De Luna (1847-1903). “Principalmente” perché le sue posizioni, in particolar modo in gioventù, sui legami fra Malta e l’Italia, furono sempre molto più radicali di quelle propugnate dal padre Fortunato. Questi, infatti, legò le sue campagne alla questione puramente linguistica, all’asserzione dell’italianità come elemento culturale imprescindibile della Nazione e del nazionalismo maltese, senza però mai avvicinarsi a posizioni “irredentiste” propriamente dette. L’esplicarsi del desiderio irredentista implica principalmente la volontà di ricongiungere il territorio geografico in cui ci si trova con la Madrepatria – in considerazione dei legami etnici, storici, linguistici che quel territorio ha con essa -, dalla quale si è ad un dato momento separati in conseguenza, in considerazione, o stanti, le vicende storiche. Fu quindi questo il tema che Enrico coltivò e sviluppò, nei suoi anni italiani, durante i quali fu studente di legge, prima alla Sapienza di Roma e poi all’Università di Urbino nella quale si laureò nel 1911. Mizzi, in Italia, fu oltre che studente universitario, giornalista – prima di diventare avvocato e poi politico nella sua Malta -. I suoi articoli mostrano una personalità forte, con idee chiaramente spinte verso una direzione: quella dell’unione dell’Arcipelago Maltese con la “Nazione Madre” Italia, “la madre della civiltà e la culla delle scienze e delle arti” (parole del Mizzi da “Il Convegno di Malta e una nuova soluzione della questione maltese”, opera del Mizzi pubblicata sul mensile romano “Rassegna Contemporanea”,1912). La attività di Mizzi si esplicò in molti giornali: ricordiamo tra essi “Il Giornale d’Italia, “Rassegna Nazionale”, “Italia all’estero”, “Idea Nazionale”. Di quest’ultimo giornale, secondo quanto statuito dallo stesso Mizzi e riportato nel giornale del P.N. “Patria!”, sarebbe stato addirittura uno dei fondatori. L’attività giornalistica era imprescindibilmente connotata da implicazioni politiche nazionaliste, e prova di questa considerazione la si può trovare nel fatto che Antonio Gramsci, nei suoi “Quaderni dal carcere”, citasse un articolo del “The Manchester Guardian Weekly” per il quale Mizzi sarebbe stato tra i fondatori del Partito Nazionalista Italiano – Associazione Nazionalista Italiana (fondata nel 1910, con la sua personalità di spicco in Enrico Corradini, si attestò su posizioni, oltre che nazionaliste e irredentiste, anche interventiste nella Prima Guerra Mondiale; alleata alle elezioni del 1921 con i Fasci diCombattimento nei Blocchi Nazionali, si sciolse nel 1923 per confluire nel Partito Nazionale Fascista).

Il contatto con esponenti del mondo politico italiano fu comunque certo e rilevante. Valga a titolo di esempio la frequentazione con l’Onorevole Adriano Vespucci-Colocci, che ebbe un posto di primo piano ne “Il Convegno…” succitato.

In questo suo scritto il Mizzi propone, suscitando non poche proteste e preoccupazioni da parte britannica, una futura unione di Malta all’Italia, sotto forma di federazione. Viene quindi a delinearsi una forma di irredentismo connotata da una tendenza autonomistica riguardo molti aspetti che avrebbero coinvolto Malta. Egli propone uno scambio tra Gran Bretagna e Italia: l’Eritrea agli inglesi, e Malta agli italiani. Questo perché, per usare le parole di “Nerik” – come era colloquialmente chiamato in Patria – Garantendosi l’Inghilterra di potere avere a Malta il pieno diritto di approdo alla sua bandiera di guerra o mercantile, cantieri, depositi di carbone, uguaglianza di diritti ecc. – ciò che del resto, ridonderebbe anche di vantaggio economico all’Isola – che diavolo le importa il dominio politico che, specialmente da 30 anni in qua, si è cambiato in conflitto acuto ed iroso colla popolazione maltese?”. Si configura un forte desiderio di ricongiungimento all’Italia, pur con una tollerata presenza degli inglesi a livello economico, quindi. Mizzi trova man forte nell’On. Colocci, del quale una lettera spedita al Mizzi viene pubblicata ne “il Convegno”. È nello scambio epistolare tra i due che vengono messe in evidenza le proposte di autonomia per l’Arcipelago, pur all’interno di questa Federazione: autogoverno; formale indipendenza; trattamento paritario dei cittadini maltesi con i cittadini italiani; rappresentanza dell’Arcipelago nel Parlamento italiano; educazione gratuita; esenzione dalle leggi italiane su clero e tassazione (segno della forte influenza esercitata dai rappresentanti del clero sul popolo maltese); contributi per le necessità locali; norme speciali per il servizio di leva; possibilità di poter emigrare per lavoro in Tripolitania appena passata sotto il dominio italiano, per rimediare alla incresciosa situazione che, per cause di lavoro, i figli di Malta erano costretti a vivere, essendo, per citare il Colocci, “dispersi da Gibilterra a Port Said”. E tutto ciò viene corroborato dalla statuizione dello stesso Colocci per la quale “Se in una epoca prossima […] ci saranno le due Italie: l’Italia europea e l’Italia africana, è inammissibile che Malta, pilone del ponte che congiunge codeste rive, rimanga straniera!”. Parole che lasciano poco spazio alla interpretazione: viene delineato un chiaro invito ad una Italia in espansione a fare tutto quanto in suo potere per occupare Malta, considerando altresì che in questo modo la politica inglese, di dominio ovunque essa avesse posato i suoi bramosi occhi, avrebbe subito un colpo mortale nel Mediterraneo, che ormai era franco-spagnolo (eccezion fatta per Gibilterra) ad ovest, mentre ad est si avevano costanti problemi con il popolo cipriota desideroso di una “enosis” (ricongiungimento) alla Grecia. Se a ciò aggiungiamo altri esempi di prosa mizziana in favore dell’Italia (“quel caratteristico dialetto che suona dalle bocche delle donne così dolce e scorrevole, ma rotto e frastagliato dalla forte aspirazione semitica, accompagnato e quasi ricinto dalla sonora e melodiosa cadenza italiana” – definizione della lingua Maltese – ; “l’ultimo lembo d’Italia” – definizione dell’Arcipelago Maltese – ; “Noi maltesi ci auguriamo piuttosto che la Nazione italiana sappia compiere un atto di energia degno delle sue tradizioni, della sua posizione nel mondo e del suo avvenire; ed eleviamo fervidi i nostri voti per una più grande Italia” – riferimento alla guerra in Libia del 1911-1912; le prime due citazioni sono tratte da “Malta Italiana”, estratto della rivista mensile “Italia!”; la terza da “Il Convegno…”), si può ben capire che le autorità britanniche non nutrissero certo sentimenti di benevolenza e amicizia per colui che venne dispregiativamente definito, dal giornale “L’Avvenire” diretto da V. Azzopardi, “l’avvocato italo-maltese”. E infatti i problemi cominciarono già al momento della discesa in politica di Enrico, che, iniziata la professione di avvocato nella roccaforte dei Mizzi, l’isola di Gozo, aveva nel 1913 inaugurato la sede maltese della Società Dante Alighieri (la quale dovette poi, nel mese di dicembre, cambiare nome in Lega Nazionalistica Maltese Dante Alighieri, senza poter più ricevere i finanziamenti italiani, a causa delle proteste che la Curia – ormai fedele alleata del potere costituito – e una buona parte dei maltesi anglofili, o comunque filo-governativi, avevano fatto divampare).

Nel 1915, inaugurato il Comitato Patriottico Maltese ad opera di Ignazio Panzavecchia, Mizzi ne fu eletto membro, e fu uno dei fondatori dell’organo del Comitato, il giornale “l’Eco di Malta”. La nomina avvenne in concomitanza con le elezioni del 1915 in cui il Mizzi si candidò, rendendo suo cavallo di battaglia in campagna elettorale la teoria per la quale “la nostra nazionalità non è né inglese né africana, ma semplicemente ed unicamente italiana. E noi, checché ne dica e ne pensi l’On. Rappresentante del Governo, non possiamo e non vogliamo ammettere né la prescrizione del nostro diritto né l’apostasia della nostra nazionalità per le stesse ragioni morali che non ci fanno ammettere né la diserzione né il suicidio!”

Candidatosi per il seggio vacante di Gozo, sfidò suo fratello Giuseppe Mizzi, il quale, entrato in politica molto prima, era, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, considerato un “estremista” nel senso che poteva essere inteso tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 a Malta (vedi parte 1), nel solco del padre Fortunato, il quale, nonostante la sua strenua difesa dell’autonomia linguistica e culturale, aveva cercato sempre di mantenere dei buoni rapporti tra il popolo (e i suoi rappresentanti) di Malta e le autorità britanniche. Cosa alla quale Enrico non pensava minimamente, non potendo scendere a patti con un Governo che “soffoca la libertà dei popoli che gli sono soggetti”, come ebbe a dire in una seduta consiliare del 29 marzo 1917 – che lo portò ad affrontare il processo davanti alla Corte Marziale -. Se aggiungiamo a ciò il fatto che Giuseppe Mizzi, così come Vincenzo Azzopardi, avevano allo scoppio della guerra optato per una linea di fattiva collaborazione con il Governo, si comprende il perché della sfida tra i due fratelli, vinta da Enrico. Questa vittoria segnò l’inizio della sua fama politica e l’inizio dei patimenti che dovette sopportare per praticamente tutta la durata della sua vita, a causa delle sue idee e della sua italofilia malcelata, quando nonaddirittura pienamente rivendicata. In seguito a questa vittoria e all’ottenimento di un posto nel Council, si diede da fare redigendo proposte che potessero essere condivise dalle varie fazioni, girando l’isola in lungo e in largo per ottenere il massimo consenso possibile, discutendo e contrattando con le autorità, in particolare con il Feldmaresciallo Lord Methuen, Governatore di Malta dal 1915 al 1919. Purtroppo gli accordi con i capi delle varie correnti e forze politiche non sortirono gli effetti sperati, ma rimase intatta l’abilità oratoria di Mizzi, e la capacità di indirizzare l’opinione pubblica, come confermato dalla schiacciante vittoria riportata alle elezioni del 1916, in cui corse di nuovo nella sua isola di Gozo, diventando il candidato più votato, nonostante i pressanti e continui attacchi della stampa filo-governativa, dei residenti inglesi, e infine, del Governo. Methuen cominciò a preoccuparsi seriamente dell’influenza esercitata dal Mizzi, il quale era visto come un “tizzone […] che deve essere spento”, secondo gli appunti di J.W. Flood sul governatore Methuen.

La goccia che fece traboccare il vaso fu il discorso di Mizzi, pronunciato in una seduta del Government Council del 29 marzo 1917, nella quale contestava la norma che prevedeva che negli istituti superiori le Sacre Scritture venissero insegnate in inglese. Mizzi non mancò di sbandierare la sua italianità, statuendo che Il Governo britannico che in questa guerra e per questa guerra strombazza, ai quattro venti e in tutti itoni, il principio della nazionalità e della libertà di popoli, attenta alla nazionalità e soffoca la libertà dei popoli che gli sono soggetti – specie se questi popoli sono piccoli ed inermi come noi. L’unica ragione quindi che spiega quella misura odiosa è la proverbiale ipocrisia inglese. Questo però non ha il coraggio di dirlo l’On. Signore, ma in vece sua siamo qui a dirlo noi, smentendo ancora una volta la vantata lealtà inglese”. Aggiungendo, impetuosamente, che “Noi abbiamo già sacrificato la nostra Costituzione, la nostra stessa libertà, alla tutela del nostro più caro e prezioso patrimonio nazionale, e siamo pronti domani a sacrificar la vita per la riaffermazione delle nostre secolari aspirazioni nazionali”. Ciò era intollerabile per il Governo che mandò i soldati in Strada Zecca a Valletta, per arrestare Mizzi, detenerlo per due mesi in attesa della preparazione delle accuse, per cominciare il processo davanti alla Corte Marziale il 16 luglio. Il discorso succitato avrebbe potuto causare “disaffezione nei riguardi di Sua Maestà”, per il contesto in cui era stato pronunciato e per il contenuto che recava (in ciò consisteva la seconda accusa); in più – contenuto della prima accusa rivoltagli – gli si imputava il fatto di essere in possesso di documenti che avrebbero potuto condizionare in senso negativo le relazioni dell’Inghilterra con le Potenze straniere: il riferimento era, oltre a “Il Convegno…” e “Malta Italiana” succitati, ad un articolo, dal titolo “Malta Irredenta”, scritto da Giovanni Giglio, un semisconosciuto irredentista maltese residente da anni in Italia, sostenitore di Fortunato Mizzi e del suo P.A.R., critico oltre che nei riguardi del Governo anche nei riguardi delle interferenze del Papato nella vita politica maltese (particolarità notevole per un maltese, essendo state le influenze della Curia generalmente accettate e/o sostenute, oggi come allora, da una popolazione che ancor oggi è tra le più cattoliche d’Europa). Mizzi durante il processo dà la sua definizione di irredentismo, ovverosia “il tentativo da parte di coloro che sono soggetti ad un Governo straniero, di espellere il Governo, anche con l’uso di violenza e altri mezzi non conformi alla legge, al fine di riunirsi alla Madrepatria”. Inoltre, contesta l’accusa di slealtà nei riguardi della Corona, esprimendo che non vi è stato alcun tentativo concreto di sovvertire l’ordine costituito, anche e soprattutto per la effettiva incapacità numerica, da parte di una popolazione di poco più di 200000 anime (cfr. “La Lotta”, articolo del Mizzi su “Idea Nazionale”) di poter suscitare sentimenti di separatismo; a ciò aggiunge il fatto che sia lui che i suoi seguaci avevano un senso di lealtà tale per cui si sentivano obbligati al rispetto di questo governo, pur essendo quest’ultimo una entità alla quale egli si opponeva nei suoi discorsi. Per concludere, contesta il fatto che a suo dire le prove presentate dalla pubblica accusa non siano sufficienti a poterlo condannare alla pena prevista nel massimo (i lavori forzati a vita), poiché la concretezza della sostanza delle accuse è prossima alla nullità, essendo i documenti, per la maggior parte, non scritti o divulgati dal Mizzi, bensì contenenti semplici riferimenti alla sua persona. Lewis F. Mizzi – fratello di Fortunato, zio di Enrico, e, nel caso in essere, difensore di quest’ultimo – accusava le autorità di averlo presentato all’opinione pubblica, durante quel processo, come niente di più di un “capro espiatorio” sul quale scaricare le problematiche economiche e sociali che attanagliavano l’isola in considerazione dello stato di guerra. Venne aggiunta anche la considerazione per la quale, stante lo stato di alleanza militare fra Gran Bretagna e Italia, il possesso di questi articoli, per la difesa, non era compromettente perché non era integrato il reato di “favoreggiamento bellico” (per usare la terminologia del nostro Codice Penale).

È stato sostenuto che le statuizioni contraddittorie rese dal Mizzi a processo fossero indice di una sua incoerenza tra teoria esposta e pratica attuata. Ad avviso dell’Autore, ciò non si configura, se si tiene in debito conto che in tempo di guerra la tendenza da parte dell’autorità a comminare pene, relative a veri o presunti reati concernenti rapporti con il nemico, di severità maggiore rispetto al tempo di pace, in qualunque Stato, è sempre stata riscontrata: il Mizzi era ben conscio della considerazione che le autorità britanniche avevano di lui, e del fatto che la prima opportunità che esse avessero avuto per renderlo inoffensivo, preferibilmente per tutta la durata della sua vita, sarebbe stata sfruttata pienamente. La condanna ai lavori forzati a vita avrebbe certamente precluso la possibilità di sviluppo del progetto mizziano per la sua Malta, e in situazioni in cui non vi è la possibilità di combattere ad armi pari con il nemico, non è sintomo di incoerenza o, ancor peggio, di tradimento, attuare la considerazione, per citare G. Bufardeci, per la quale “per la carriera una mezza sconfitta è meglio di una disfatta totale”. Enrico Mizzi, pur catalogabile tra i modelli che Carmelo Borg Pisani ebbe, nel suo desiderio, sentendosi italiano, di vedere definitivamente Malta come parte integrante del Regno d’Italia (si veda questo articolo a riguardo), fu davvero un “italo-maltese”, come, in modo tristemente dispregiativo lo definiva il giornale di Azzopardi, nel senso che la tendenza all’autonomia della sua terra e del suo popolo fu un elemento che venne sempre e comunque contemperato con il desiderio di vedere Malta italiana. Per fare un esempio, il Mizzi non avrebbe mai accettato la riduzione di Malta a Regione a Statuto Ordinario (come da disposizioni costituzionali del 1948 e da attuazioni di esse del 1970 per la Repubblica Italiana), avendo essa delle peculiarità che necessitavano, per l’unione di essa con il Regno d’Italia per la quale egli lottò tutta la vita, che l’Arcipelago fosse parte di una federazione, o quantomeno che avesse parziale autonomia in materia socio-economica, previdenziale, legislativa pur nell’ambito del più grande quadro delle leggi emanate dal Parlamento e vincolanti l’intero territorio nazionale.

La Corte Marziale riconobbe Enrico Mizzi colpevole di tutte le accuse, condannandolo ad un anno di reclusione. La sentenza venne commutata da Lord Methuen in un “severo rimprovero”, dal momento che l’Impero era “abbastanza potente per essere generoso”. Tuttavia a Mizzi venne impedito in perpetuo di esercitare la professione di avvocato, venendo altresì espulso dal Council. Vane furono le richieste di completa riabilitazione da parte dei membri del Consiglio, perlomeno fintanto che la guerra fu in corso: infatti, nel novembre 1918, gli fu concesso il perdono della Corona.

Ma la situazione economica e sociale era entrata in una spirale irreversibilmente roteante verso il basso, Mizzi o non Mizzi. E anche il potente Impero Britannico dovette rendersene conto e scendere a patti, quando le vicende ormai divenute intollerabili per il popolo condussero alla rivolta del Sette Giugno 1919.

[Fine seconda parte – Articolo originariamente pubblicato ne “La Voce Irredentista n. 39“]

Emilio Caramico

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