MALTA E L’IRREDENTISMO (PARTE I): IL PN E L’IRREDENTISMO “SPIRITUALE” (1883-1905)

Una singolare espressione dell’irredentismo italiano, senza dubbio l’unica con i tratti qui delineati, si riscontra nell’esperienza e nell’operato del Partit Nazzjonalista (Partito Nazionalista maltese, di seguito PN) negli anni che dalla sua fondazione, come “Partito Anti-Riformista” (di seguito PAR) nel 1883 ad opera di Fortunato Mizzi (La Valletta, 1844 – La Valletta, 1905), attraversano, fino al 1945,  data spartiacque del “secolo breve”, quel concentrato di eventi e di esperienze che fu la prima metà del ‘900.

Per parlare della genesi e dello sviluppo del Partito, è fondamentale un breve tratteggio del retroterra che caratterizzò lo sviluppo di una piena coscienza ideologica e sentimentale, in quanto Nazione, nell’Arcipelago Maltese.

15326388_1139214119448709_2350617104723406146_nIl legame tra l’Arcipelago e l’Italia, continentale e insulare –  mi riferisco alla Sicilia –  è databile, esaminando la comune genetica delle popolazioni di queste terre, almeno al 1091, data che segna l’inizio della dominazione sull’isola da parte dei Normanni che controllavano il Sud Italia, passati i più di due secoli di dominio arabo. È infatti appurato che i Maltesi, a tutt’oggi, mostrano come la loro origine genetica sia riconducibile all’Italia meridionale, Sicilia e Calabria in primis (http://www.khazaria.com/genetics/maltese.html), con buona pace di chi, come Gerald Strickland, di cui si dirà successivamente, per giustificare la politica anglofila, anglicizzante ed italofoba – attuata a partire dalla seconda metà dell’800, e più intensamente dal 1919 – sull’Arcipelago, arrivò a sostenere una comune discendenza di Inglesi e Maltesi dai Fenici.

Ma fu l’arrivo degli esuli italiani, a partire dal 1815, che diede l’impulso decisivo, a livello ideologico e politico, allo sviluppo di una comune coscienza di essere “maltesi” caratterizzata in primis dal fatto che si fosse “di cultura e lingua italiane” oltre che “nativo di Malta” e “di religione cattolica”: concetti che verranno poi riassunti nel “religio et patria” di Enrico Mizzi, figlio di Fortunato. Si evidenziavano questi elementi caratterizzanti Malta ed i Maltesi in opposizione alle caratteristiche socio-linguistiche dei dominatori Inglesi, i quali controllavano Malta dal 1800. E ciò a ragione, essendo stato l’italiano la lingua utilizzata, dal 1091, ininterrottamente, nell’istruzione, nei tribunali, nella pubblica amministrazione e dalla Chiesa – suffraganea della Arcidiocesi di Palermo – ricordando tra l’altro di menzionare che la nobiltà maltese era interamente discendente da famiglie benestanti italiane, che, prevalentemente nel tredicesimo secolo, si trasferirono sulle isole di Malta e Gozo.

Questo status acquisito nel corso del tempo dalla lingua italiana fu alla base della considerazione della lingua di Dante come della lingua della cultura, delle classi sociali elevate, dei ceti colti ed istruiti, i quali consideravano il maltese – oggi esclusiva lingua ufficiale dell’Arcipelago, derivante dal dialetto arabo di Sicilia, e ancor oggi lingua semitica, pur con evidenti influenze siciliane ed italiane – come la lingua da utilizzare informalmente, con le persone di minore o nulla cultura, priva di una storia e una tradizione letteraria paragonabile a quella delle altre lingue parlate in Europa. Fu proprio con i ceti colti che entrarono in contatto gli esuli italiani, tra i quali ricordiamo Nicola Fabrizi, Vittorio Barzoni, Gabriele Rossetti. Essi, stante questo retroterra culturale, non ebbero difficoltà a diffondere il loro sentimento profondo e indomabile per una Patria che volevano finalmente unita. Ciò avvenne principalmente mediante il più importante strumento dell’epoca con cui veicolare propositi, pensieri e idee: il giornalismo. Fintantoché la Patria italiana non si costituì a Nazione finalmente unita, la stampa periodica maltese rifletté le contrapposizioni tra correnti di pensiero, questioni e cause contrapposte, nella lotta per l’unificazione italiana, senza che l’autorità coloniale britannica si preoccupasse più di tanto della anglicizzazione dell’Arcipelago.

Costituendosi l’Italia a Nazione, da Londra venne avvertito il bisogno di intensificare questa politica, in considerazione della nascita di un rivale nell’area mediterranea, potenzialmente pericoloso per la politica imperialista britannica, la presenza del quale non ebbe difficoltà, stanti i legami culturali, linguistici, storici e genetici di Malta con l’Italia, a scatenare nelle isole maltesi diffusi sentimenti che si estrinsecassero nel chiedere, oltre alla conferma dell’italiano come lingua ufficiale, dei più saldi legami economici con l’Italia come entità politica, la costituzione di una alleanza o federazione con il Regno d’Italia, se non addirittura l’unione fisica e politica, propugnata da un certo numero, seppur minoritario, di “maltesi italiani”, alla madrepatria Italia.  Valga ad esempio dell’accentuarsi della politica di anglicizzazione l’operato di una Royal Commission ( la Rowsell-Julyan-Keenan Commission) che nel 1878 raccomandò fortemente l’intensificarsi della politica suddetta, nonostante gli ammonimenti di Sir Adrian Dingli, Avvocato della Corona e Giudice Superiore maltese, ritenendo egli “altamente deleterio ricorrere a misure coercitive in un posto come Malta, dove le conseguenze sarebbero disastrose per gli interessi più immediati dei ceti professionali e, pertanto, ingiuriose anche per le altre classi. Il tentativo verrebbe combattuto con tutti i mezzi legittimi e da tutti i ceti della popolazione, la cui solidarietà andrebbe naturalmente ai propri compatrioti oltraggiati. La perseveranza [in tale proposito] potrebbe provocare un sentimento di acrimonia al quale parteciperebbe anche la nuova generazione e che potrebbe perdurare anche per molto tempo dopo che la causa originale di tale astio sarà stata dimenticata” (G. Hull, The Malta Language Question, Malta 1993, 30.)

Conseguenza prima e diretta della questione linguistica riguardo la prevalenza dell’inglese o dell’italiano fu la nascita di partiti politici che propugnarono in primis la loro adesione od opposizione alle riforme volute dal Governo inglese. Il “Partito Anti-Riformista” sorse nel 1880 e, come desumibile dal nome – oltre che dai contenuti del suo organo d’informazione, “Il Diritto di Malta” – attuò una feroce opposizione all’anglicizzazione dei settori della vita pubblica a Malta. Il suo fondatore fu Fortunato Mizzi.

Fortunato Mizzi nacque nel 1844 a Valletta e fu avvocato. Era discendente di Pietro Mizzi, residente sull’isola di Gozo già all’inizio del diciassettesimo secolo, e capostipite di una famiglia che a partire da Placido (1744) si distinse per la trasmissione della professione di avvocato di padre in figlio – processo che tuttora continua -. Ben cosciente della italianità della sua famiglia e del legame inscindibile, culturale, religioso, storico, politico nonostante le varie dominazioni succedutesi, che da sempre legava la sua terra natale a quell’Italia, distante soltanto 80 chilometri, seppe chiaramente che strada scegliere nel momento in cui la politica anglicizzante dell’isola di Albione si fece più intensa. È da ricordare che, quasi a voler testimoniare un attaccamento e una considerazione per il popolo maltese, che nei fatti non si ebbe mai da parte di Londra, si arrivò a promuovere la lingua maltese unitamente all’inglese, pur di avere un mezzo in più per discutere, contestare, indebolire e demolire la prevalenza che, in tutti gli ambiti della vita sociale eccetto la comunicazione quotidiana informale, aveva la lingua italiana. Nel 1883 costituì il PAR, come detto, e la linea guida del partito, efficacemente espressa dalle colonne del “Malta” , giornale che fu organo di partito ma ancor più organo riflettente le vedute del Mizzi, fu quella di una straordinaria e feroce opposizione alle politiche attuate dalla amministrazione coloniale, le quali si estrinsecarono in primis in una discriminazione a favore di coloro che parlavano la lingua dei dominatori, per l’accesso alle cariche vacanti nella Pubblica Amministrazione e in altri ambiti della vita lavorativa: in pratica, non conoscere l’inglese significava, se non morire di fame, quantomeno aver la sicurezza di non poter trovare un impiego che potesse diventare una fonte di reddito tale da permettere alla propria famiglia di vivere decentemente. Fu in particolare questa discriminazione ad alienare alle autorità britanniche una grande fetta di popolazione maltese, che perorò con convinzione la causa sostenuta dal PAR, schierandosi con esso e aderendo ad esso, sostenendo la questione linguistica ancor prima delle riforme di tipo economico, di cui comunque, a onor del vero, le isole necessitavano. Il successo del partito si esplicò nelle elezioni generali del 1883, in cui vennero vinti sette degli otto seggi concessi in base alla costituzione del 1849. Ma al successo del partito non si affiancarono altri elementi che potessero rinfocolare il sentimento di irredentismo in coloro che già lo possedevano, o addirittura predisporre la legna per il fuoco per coloro i quali – ed erano la maggioranza – pur legati sentimentalmente e spiritualmente all’Italia, terra da cui le loro famiglie anticamente partirono, che aveva dato loro la lingua che li accomunava in una netta e fiera contrapposizione al dominatore d’Oltremanica, che costituiva la primaria ispirazione in campo artistico, religioso e culturale, non avevano tuttavia il desiderio di vedere l’Arcipelago unito politicamente alla madrepatria, considerata una madrepatria sentimentale e spirituale più che entità concreta cui congiungersi.

Penso si possa definire “irredentismo spirituale” proprio per questa sua peculiarità: l’irredentismo maltese – in particolar modo in questo primo periodo – fu quasi esclusivamente il desiderio di vedere riconosciuta, garantita e tutelata la cultura e la storia che accomunavano le due realtà, maltese ed italiana, in quanto parti integranti della “maltesità”, insieme alla imprescindibile religione cristiana cattolica. Vi sono due elementi che differenziano l’esperienza storica dell’irredentismo maltese da quella dell’irredentismo della Venezia Giulia, dell’Istria, della Corsica – per citare i più noti luoghi in cui si sono esplicate le vicende irredentiste – : in primis, mancava un desiderio, che fosse diffuso e condiviso dalla popolazione, di vedere Malta come parte pienamente integrante del regno d’Italia, cosa che sicuramente implicava la rinuncia a una grande percentuale, se non alla totalità, della propria autonomia. Il sentimento di autonomia maltese, dovuto agli elementi differenziali – la lingua parlata, la praticamente nulla diffusione dell’italiano tra le masse incolte, analfabete per la quasi totalità fino alla fine dell’800, l’isolamento fisico dalle restanti parti della penisola italiana e dalla Sicilia – sviluppatisi parallelamente agli elementi comuni, non si sopì mai, e fu il motore principale della lotta per l’indipendenza che avvenne dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1964. Vi è inoltre da aggiungere che poco o nulla provenne, a livello di stimoli tanto intellettuali quanto materiali e concreti, dal neonato Regno d’Italia, impegnato certamente ad assicurare una stabilità prima di tutto interna, ad ottenere le terre irredente che ancora “mancavano all’appello”, a costruire infrastrutture strategiche per lo sviluppo dei trasporti e dell’economia, condizione propedeutica alla rispettabilità internazionale e alla potenza esterna. In secundis, le lotte compiute dai Maltesi per l’asserzione anche a livello istituzionale della loro italianità etnoculturale, nel periodo precedente i tragici avvenimenti del 7 giugno 1919, di cui sarà dato conto in seguito, vennero compiute esclusivamente a livello di propaganda politica, diffusione del giornalismo, dibattiti e proposte di riforme nel Government Council, ovverosia con i mezzi (pochi, nonostante le concessioni di varie costituzioni all’isola, nel 1887 e nel 1903 in particolare) disposti dall’autorità coloniale per le isole maltesi, senza che si pensasse ad una rivolta spontanea contro il potere costituito. E ciò – su cui sicuramente influì il distacco tra ceti sociali e le spaccature tra le correnti di pensiero che si accompagnarono alla nascita dei partiti politici, tra sostenitori del dominatore inglese e suoi oppositori – non mutò, sostanzialmente, anche quando l’italianità di Malta, nell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo, si avviò verso una compromissione mai vista prima. Ciò a causa dell’insegnamento, di recente introduzione, della lingua maltese nelle scuole elementari, il miglioramento del sistema scolastico, la crescente alfabetizzazione e la maggiore diffusione dell’inglese tra le varie classi sociali, risultato delle imposizioni coloniali fomentate dalla politica e dalle proposte di Gerald Strickland, nobile anglo-maltese, che era convinto della validità dei valori imperiali e pensava che fosse necessario per il benessere degli stessi maltesi procedere all’assimilazione culturale con i dominatori. Ottenuta nel 1887 (dopo un viaggio a Londra compiuto l’anno precedente con lo stesso Fortunato Mizzi) una nuova costituzione per le isole maltesi, il fronte nazionalista si compattò intorno alla figura dello stesso Mizzi. Al “Malta” si aggiunsero, nell’opposizione all’anglicizzazione, i giornali “Risorgimento” e “il Patriota”, che pure si erano posti su posizioni divergenti nei primi anni del penultimo decennio del secolo. Ma la unione dei principali giornali italofoni, conseguente al fronte comune nato intorno alla figura del Mizzi, non frenò l’ondata di anglicizzazione. Questo perché gli inglesi ebbero dalla loro una strategia che risultò poi decisiva: l’abbattimento delle barriere tra classi sociali per estirpare il predominio linguistico dell’italiano. Fu un progetto che ebbe ragione dell’opposizione, in quanto il PAR-PN si era sempre classificato come il partito della classe colta maltese, che parlava italiano e vedeva l’italiano come un elemento distintivo rispetto alle masse illetterate. Masse illetterate che constatavano, in considerazione di questo tratto distintivo, l’esistenza di una barriera insuperabile tra di esse e le classi superiori. Fu proprio sull’abbattimento di questa barriera che giocò la politica coloniale inglese. Con la promozione del maltese a lingua insegnata nelle scuole, e la de facto obbligatorietà dell’inglese in ambito lavorativo, gli strati più umili furono facilmente allettati dalla speranza di vivere una vita diversa e migliore rispetto alla precedente, cosicché non si constatò la formazione di alcun movimento per opporsi a questa direzione intrapresa, eccezion fatta per la onorevole benché – ben presto – minoritaria e inefficace politica condotta dai giornali riuniti intorno al PAR, i quali all’inizio del ‘900 non trovarono più appoggio nemmeno in una delle componenti fondamentali della società maltese, oggi come allora: la Curia. La quale, opportunisticamente intuendo i cambiamenti in seno alla società, decise di dimostrare il suo rinnovato e rinvigorito collegamento spirituale con il popolo maltese adottando la lingua del popolo, negli atti informali (mentre ovviamente per quelli formali, della liturgia in particolar modo, si utilizzò il latino, fino alle decisioni conciliari del Vaticano II nel 1965). Si rinunciò all’utilizzo, per quelle categorie di atti, della lingua italiana, interrompendo una consuetudine che durava da quando le truppe normanne sottrassero l’isola al dominio arabo nel 1091. Allora come oggi, l’importanza della Chiesa nella vita maltese era fondamentale. Mancando questo aiuto, fu assestato un colpo decisivo al PAR e alle sue politiche. Nel 1903, anno in cui assunse il nome di Partito Nazionalista, venne sospesa la costituzione garantita da Londra, ufficialmente per motivazioni relative agli estimi finanziari.

Ciò non fece altro che accrescere il senso di disorientamento generale, accentuatosi con la morte di Fortunato Mizzi, nella sua Valletta, nel 1905.

A causa della stretta politica che dopo la sospensione della costituzione i britannici attuarono sulle attività politiche, il PN si sciolse. Ne sopravvissero alcune correnti (nelle quali la figura che più emerse fu quella di Francesco Azzopardi , procuratore legale, oratore accorto, ma privo della statura di Fortunato Mizzi) ma nessuna di queste, complice lo scoppio della prima guerra mondiale, poté candidarsi a replicare l’attività del primo PN, almeno fino al 1920-21, quando i due movimenti sorti dalle ceneri dell’esperienza passata, l’Unione Politica Maltese e il Partito Democratico Nazionalista di Enrico Mizzi, si stabilirono sulla scena politica, per poi unirsi nel 1926 e dar luogo alla rifondazione del PN.

[Fine prima parte – Articolo originariamente pubblicato ne “La Voce Irredentista n.38”]

Emilio Caramico

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