“SUDTIROLO”: LA MISTIFICAZIONE

14193643_325878411096599_1617570711_nIl cosiddetto “Südtiroler Heimatbund” (“lega della patria altoatesina”) ha annunciato che a novembre farà affiggere a Roma un migliaio di manifesti recanti la scritta “Il Sudtirolo non è Italia”, per ribadire che la maggior parte degli altoatesini tedescofoni vogliono l’autodeterminazione e la secessione dell’Alto Adige dall’Italia.

A parte la bizzarria dell’affermazione, c’è da dire che il termine “Südtirol”, indicato per definire il territorio compreso tra il crinale alpino e Salorno, è completamente inventato perché storicamente non è mai esistito un tal territorio, con una propria autonomia politica o amministrativa, prima del 1927 quando l’Italia creò la provincia di Bolzano separata da quella di Trento. Infatti, il termine “Südtirol” fu usato per definire il trentino e per ribadirne la tirolesità dopo che i trentini, nel 1848, guidati dalla loro borghesia urbana, proclamarono il “Los von Innsbruck”, per staccarsi dal Tirolo ed essere annessi al Lombardo-Veneto.

Facciamo un passo indietro e riportiamo brevemente, ad uso e consumo degli austriacanti de noantri, la storia dell’Alto Adige, chiamato sin dall’antichità “La terra lungo l’Adige e tra i monti”.

Inizialmente, l’odierno Alto Adige era abitato dai reti, una popolazione di origine etrusca, che furono prima romanizzati e poi germanizzati dai baiuvari. In seguito, il territorio fu diviso tra i principi vescovi di Trento, Bressanone e Coira. I Tirolo, una sorta di veri e propri pirati, con tutta una serie di usurpazioni si appropriarono dei territori dei principi vescovi. Nel 1363, ci fu quello che la vulgata austriacante chiama il regalo di Margherita di Tirolo agli Asburgo. Niente di più falso. Fu Giovanni Lenzburg di Platzheim, consigliere di Rodolfo IV d’Asburgo, a stilare un falso testamento a nome di Margherita. Fu così che il Tirolo passò agli Asburgo. Non all’Impero asburgico, sia ben chiaro, ma divenne un feudo privato della famiglia Asburgo. Fu solo nel 1814 che passò alle dipendenze dell’Impero.

Alla domanda dunque, perché l’Alto Adige (non il Tirolo, perché il Tirolo storico va da Kufstein a Borghetto, vicino Verona) dovrebbe essere italiano, la risposta è semplice, perché è italiano, cioè perché prima era reto-etrusco, poi latino, poi baiuvaro, poi appartenente ai principati vescovili, poi dei Tirolo, poi possedimento privato degli Asburgo, poi appartenente all’Impero austro ungarico e infine italiano. Ogni volta che passava di mano in mano, i conquistatori portavano la loro cultura e la loro lingua. Se vogliamo parlare di situazioni più recenti e di presenza della popolazione italiana in Alto Adige, cioè se vogliamo ricercare il famoso confine linguistico tra il cosiddetto Tirolo tedesco e quello italiano, dobbiamo andare alla divisione del Tirolo, quando, nel 1811, è stato creato da Napoleone il Regno Italico. La diplomazia bavarese e quella italica disegnarono iln confine basandosi esclusivamente su criteri linguistici. Per cui il confine fu posto, a spanne, circa un’ottantina di chilometri più a nord di dove gli austriacanti lo hanno rivendicato dal 1866 in poi cioè a Salorno. Il confine fu posto circa all’altezza di Merano, Bressanone e Pusteria. Per cui, sicuramente, fino a queste località la popolazione prevalente era quella tedescofona, mentre a sud era italofona, Bolzano e bassa atesina comprese. A Salorno c’è una stretta, cioè una specie d’imbuto che rende il territorio difendibile. Cioè un confine naturale. Gli austriaci, a colpi di tedeschizzazione forzata, cercarono di spostare il confine linguistico in modo che combaciasse con quello naturale, in modo da poterlo rivendicare con un certo diritto nel caso che l’Austria avesse dovuto cedere nuovi territori. Non dimentichiamo che nel 1866, l’Austria perse anche Venezia e l’ultimo cuneo di penetrazione in Italia rimase l’attuale Trentino Alto Adige, per cui cercò di spostare il confine linguistico più a sud, per cercare di mantenere perlomeno l’odierno Alto Adige.

Il Trentino fu trasformato in una sorta di campo trincerato, in cui il gruppo linguistico italiano venne sempre più ostacolato e osteggiato. Anche in Alto Adige, in cui stava diventando sempre più massiccia la presenza italiana, l’Austria intraprese un’azione tedeschizzatrice, soprattutto a Bolzano e in quella zona compresa tra i paesi di Laives e Salorno detta Bassa Atesina. Questo perché, paventando di doversi ulteriormente ritirare verso nord, Vienna, come appena visto, decise di trasformare, a tutti i costi, in linguistico il confine naturale della chiusa dell’Adige posta sulla stretta di Cadino.

Della massiccia presenza italiana a Bolzano e nella Bassa Atesina, ne forniscono prova anche numerosi letterati tedeschi, tra cui Christian Schneller, che visse per circa dodici anni a Rovereto e che, nel 1866 nel suo saggio “Die Wälchtirolische Frage”, scrisse: ”Non occorre qui ripetere quanto si è detto più volte e cioè che l’elemento italiano procede irresistibilmente nella valle dell’Adige, ha già inondato Bolzano ed ora giunge alle porte di Merano”.

Un esempio della tedeschizzazione di Bolzano è la via Cassa di Risparmio, costruita in stile eclettico con forti richiami neoclassici, neogotici e neobarocchi. La forte immigrazione di popolazione tedescofona dal nord dell’Alto Adige, spinse, dunque, la Cassa di Risparmio, verso la fine del 1800, ad acquistare la residenza Hurlach (l’odierno Museo Civico) con tutto il suo contorno di estesi vigneti, e quindi di costruirvi una lunga strada di oltre quattrocento metri, collegante l’ospedale con via dei Vanga. Se consideriamo che, nel 1842, la popolazione bolzanina ammontava ad ottomila abitanti, mentre circa mezzo secolo dopo, nella sola zona circostante la via Cassa di Risparmio (che fu inaugurata il 2 dicembre del 1892 in occasione del cinquantesimo anniversario di reggenza dell’Imperatore), vivevano ben seimila persone in più, abbiamo netta la percezione delle vastissime proporzioni della politica germanizzatrice attuata dalla monarchia asburgica.

Altri due simboli della tedeschizzazione forzata di Bolzano sono la realizzazione della statua di Walther von der Vogelweide, eretta nel 1889 per dimostrare la “tedeschità” di Bolzano in un periodo in cui la città vedeva una sempre maggior presenza d’italiani, e il monumento a Re Laurino, posto oggi in piazza Magnago, lo slargo prospiciente il palazzo della Giunta provinciale altoatesina. Quest’ultima opera rappresenta Teodorico nell’atto di sottomettere il re Laurino, sovrano del piccolo popolo latino delle Dolomiti. Il manufatto fu eretto nel 1907, e rappresenta la forza teutonica che umilia i pavidi italiani.

A tal proposito è bene sottolineare come la SVP, con il codazzo di politicanti sedicenti italiani, abbia innescato una guerra ai cosiddetti “relitti fascisti” (Monumento alla Vittoria, bassorilievo di Piazza del Tribunale ecc.), ma ha scordato che i monumenti più sopra citati sono da considerare dei veri e propri “relitti asburgici” che furono edificati quale sfida nei confronti dell’Italia e degli italiani. Questi manufatti rappresentano una provocazione ancor maggiore di quella presunta dei cosiddetti “relitti fascisti”. Difatti, se i monumenti italiani sono una testimonianza storica, in quanto contestuali all’epoca in cui furono costruiti, quelli tedeschi sono una vera offesa, giacché edificati in un’epoca decisamente posteriore ai fatti storici descritti e, cioè, sorti al fine di promuovere un’azione di propaganda filo asburgica ed esclusivamente per dimostrare una superiorità della stirpe germanica.

L’opera di snazionalizzazione nella Bassa Atesina del Governo asburgico fu supportata, a partire dai primissimi anni del ventesimo secolo, dal “Tiroler Volksbund”, la “Lega Popolare Tirolese”, fondata nel 1905.

Il “Tiroler Volksbund” sviluppò una politica talmente intollerante che il giornale dei cattolici “sudtirolesi”, “Neue Tiroler Stimmen”, nel 1906 stigmatizzò tali metodi affermando che essi non potevano certo:” Giovare all’unità della Provincia e con ciò allo Stato plurinazionale che è l’Austria, nella quale le nazioni più che mai hanno bisogno di vicendevole tolleranza”.

Quest’associazione, sin da subito, scatenò un’offensiva contro la presenza italiana fra Bolzano e Salorno, concretizzata specialmente con la realizzazione di asili e scuole tedeschi, in quella zona genuinamente italiana. Il proprio organo, il mensile “Tiroler Wehr” (“La difesa del Tirolo”), divenne rapidamente celebre per il proprio linguaggio iracondo e virulento, con il quale attaccava i giornali trentini definiti: “Luridi cenci di carta, diretti da gente che puzza di nazionalismo e che tradisce l’Impero”. Nella Bassa Atesina, la tedeschizzazione fu realizzata anche con la manipolazione dei censimenti. A Vadena, ad esempio, in quello del 1910 risultò il sorpasso dei tedescofoni (278) sugli italiani (254). In seguito alle vibrate proteste dei deputati trentini al Parlamento, lo stesso Capitanato di Bolzano inviò una nota di dura disapprovazione al Sindaco Zelger che, attraverso vari espedienti, aveva censito come tedeschi numerosi vadenesi di lingua italiana. Venne, poi, concessa una contenuta sanatoria che portò gli italiani a 311 contro 221 tedeschi.

Fu, però, allo scoppio della “Grande Guerra” che dalla tedeschizzazione si passò ad una vera e propria persecuzione contro gli italiani. Gli irredentisti furono inviati nei campi d’internamento ed a coloro che riuscirono a fuggire nel Regno d’Italia furono confiscate tutte le proprietà. Tra gli internati ricordiamo Marta Cimadon, la maestra Armida Angelini, e Carlo Lorenzini che morì di stenti nel “Lager” di Mitterndorf an der Fischa nella “Niederösterreich” (Bassa Austria).

Affermare, quindi, che “l’Alto Adige non è Italia”, nel senso che non è etnicamente italiana, è un non senso, perché con questo ragionamento gli unici che potrebbero rivendicare l’Alto Adige sarebbero i reto-etruschi.

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