100 ANNI FA IL SACRIFICIO DI ENRICO TOTI

6 Agosto 1916. La Sesta Battaglia dell’Isonzo infuria al confine nord-orientale d’Italia, da Tolmino al mare, dove il Regio Esercito tenta di sfondare le difese austriache ed entrare finalmente a Gorizia. Dei reparti che quel giorno vanno all’attacco di quota 85, nei pressi di Monfalcone, fa parte anche il 3° Reggimento Bersaglieri Ciclisti. Tra di loro c’è un Bersagliere unico in quanto ad ardimento, tenacia ed amor patrio. Il suo nome è Enrico Toti.

Nato a Roma nel 1882, il giovane Enrico è un ragazzino inquieto e desideroso di conoscere il mondo, di mettersi alla prova. Trascorsi diversi anni come mozzo sulla nave scuola Ettore Fieramosca prima, sulla corazzata Emanuele Filiberto poi ed infine sull’incrociatore Coatit, Toti si congeda nel 1905, diventando fuochista presso le Ferrovie dello Stato.

Ritornato ad una vita regolare, il destino ha in serbo per Toti una difficile prova da affrontare. Nel marzo 1908, per l’imperizia di un collega il giovane Enrico viene travolto da un vagone che gli schiaccia la gamba sinistra. Impossibile salvare l’arto. L’amputazione è inevitabile.

Grande Guerra - Enrico Toti con bicicletta in Egitto (1919)In un’epoca in cui una disabilità come la perdita di una gamba è tutt’altro che facile da affrontare, fisicamente ma soprattutto moralmente, Enrico Toti dimostra, al contrario, una rara forza d’animo ed una coriacea determinazione.

Amante del ciclismo, Enrico modifica una bicicletta in modo da poter pedalare solo con la gamba destra e, nel 1910, prende parte addirittura a competizioni con i normodotati. La mutilazione non lo ferma nel modo più assoluto e, in seguito, Toti riprende persino le gare di nuoto di cui era appassionato, superando gli sbeffeggi della gente che lo dileggia vedendolo in costume senza una gamba. Nel 1911 prende parte alla traversata di Roma di oltre 5 chilometri, arrivando ultimo ma venendo premiato come esempio di abnegazione.

Nello stesso anno Enrico tenta di
realizzare il grande sogno della sua vita: compiere il giro del mondo in bicicletta. Ad ottobre la partenza: da Roma a Milano, poi in Costa Azzurra e su fino a Parigi. In inverno, su strade dissestate, risale il Belgio, l’Olanda, giunge in Germania. Arriva a Copenaghen e con il traghetto in Svezia. Riparte verso la Lapponia a fine aprile. Scende in nave a Helsinki e da lì raggiunge San Pietroburgo e poi Mosca. L’idea è quella di attraversare l’Asia ma, dopo oltre 8.000 km, il viaggio deve essere purtroppo interrotto a causa di alcuni pezzi di ricambio per la sua bicicletta che non si trovano.

Torna in treno passando attraverso la Polonia e l’impero austro-ungarico ed il 12 giugno 1912 è di nuovo a Roma. Nella capitale, la sua popolarità gli consente di vivere con esibizioni ginniche in bicicletta nei teatri. Il sogno del giro del mondo, tuttavia, è sempre lì. Insieme all’amico Guido Braconi riparte nel gennaio 1913 per attraversare l’Africa stavolta. Da Alessandria d’Egitto Toti raggiunge il confine con il Sudan, a Wadi Haifa, dove però le autorità inglesi, giudicando troppo pericoloso il percorso, gli impongono di concludere il viaggio e lo rimandano al Cairo. Ad aprile è ancora a Roma.

Nel frattempo venti di guerra agitano l’Europa. La dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia innesca un domino che precipita l’Europa nella Grande Guerra. In Italia neutralisti ed interventisti organizzano grandi manifestazioni di piazza. Nel maggio 1915 finalmente la decisione: guerra all’Austria.

All’ingresso in guerra dell’Italia Toti, con una ferrea determinazione pari solo al suo immenso patriottismo, chiederà l’arruolamento. Per tre volte la sua domanda viene respinta. Impossibile inviare un invalido al fronte. I medici militari, evidentemente, non hanno idea dell’uomo che hanno di fronte.

Toti, tutt’altro che rassegnato, inforca la sua bicicletta e da Roma giunge in prossimità del fronte, a Cervignano del Friuli. Viene accolto come civile volontario ed adibito a servizi non attivi quali la consegna della posta. Enrico, tuttavia, continua a sognare la prima linea con un’umiltà commovente: «Voglio fare il volontario. Aiutare in qualunque modo i soldati che combattono. Posso portare la posta, l’acqua, le munizioni, fare il portaordini, o fare tutti i servizi che volete. Sono forte, so andare dappertutto. Se mi lasciate raggiungere la linea posso combattere come qualunque altro soldato. Non badate se mi manca una gamba, ormai non mi serve, faccio tutto ugualmente. Quella bandiera l’ho portata con me per piantarla sul colle di San Giusto, a Trieste. Voglio arruolarmi volontario, portare le stellette, vivere coi soldati al fronte, aiutarli. Non ditemi di no, per piacere: mandatemi in prima linea, non ve ne pentirete, so fare il mio dovere. Non impressionatevi a guardarmi, non giudicatemi: cosa vi importa se mi manca una gamba? So strisciare come una biscia, posso passare inosservato attraverso le linee, fare quello che ad altri soldati non può riuscire… So sopportare la fame e la sete, non temo pericoli».

Enrico_TotiIl regolamento però parla chiaro. Non può essere arruolato. Ad ogni modo, un Maggiore, toccato dal patriottismo e dall’animosità di Toti, acconsentirà a farlo restare nella cantina dove alloggiano gli attendenti degli ufficiali del Comando Tappa a Cervignano. Non è ciò che Toti vorrebbe, ma sa che per raggiungere il suo intento deve percorrere molte tappe. Come ha fatto in passato con la sua bicicletta. Come la vita gli ha insegnato.

Toti si adatta quindi a svolgere anche i ruoli più umili: aiuta barbieri e sellai, cucinieri e sarti, calzolai e falegnami. Comincia anche a diventare pratico della zona, grazie alle sue frequenti scorribande in bicicletta a ridosso delle trincee dove fraternizza con i soldati in linea. Toti si reca anche negli ospedali da campo della zona, dove rincuora i feriti trovando parole di conforto per tutti. I feriti, molti dei quali mutilati, situazione che Toti conosce bene, lo pregano di ritornare ed ogni mattina Enrico ricompare portando giornali, sigarette, cioccolata, carta da lettera.

La sua continua aspirazione, tuttavia, resta il combattimento, offrire tutto se stesso in linea in mezzo ai soldati. A Cervignano non si stanca di attendere in piazza il passaggio del Duca d’Aosta, il Comandante della Terza Armata, finché un giorno riesce ad avvicinarlo e a parlargli a lungo, pregandolo di essere accettato come volontario e di essere inviato in linea. Toti scrive anche una supplica al Duca, affermando «Le giuro che ho del fegato!». Attende la risposta, continua con la sua stampella, arrancando per i sentieri e le mulattiere, a frequentare le trincee dove ormai è diventato un noto personaggio ed è amato e stimato da tutti i soldati. In un momento di riposo, un giorno, un capitano gli domanda: «Ebbene, Toti, quando avrai queste stellette?». Enrico si fa serio all’improvviso, guarda a lungo l’ufficiale prima di dare la risposta che soltanto a vita compiuta potrà essere interamente capita: «Signor capitano, non ne sono ancora degno».

Un dolore che nessuno degli altri soldati può comprendere, il dolore di non poter portare le stellette, l’umiliazione nel non poter essere considerato, almeno formalmente, uguale neanche all’ultimo dei combattenti. Il suo momento doveva ancora giungere. Qualche tempo dopo una pattuglia di carabinieri lo ferma nei pressi di Monfalcone. Arriva l’obbligo di ritornare alla vita civile.

In tutti questi anni il fato ha posto numerosi ostacoli lungo il cammino di Toti. Questo è solo un altro passo da compiere, un’altra salita da scalare.

Finalmente, nel gennaio 1916, per intercessione del Duca d’Aosta, Enrico Toti si ripresenta in trincea, al Maggiore Paride Rizzini del 3° Reggimento Bersaglieri Ciclisti. L’ordine del Duca è chiaro: dare un incarico a Toti. Il Maggiore squadra Enrico: «Figliolo mio ti manca la gamba sinistra, i miei bersaglieri ne hanno finora avuto due». Toti non si scompone: «È vero, ma io saprò renderle dei servizi preziosi e lei m’apprezzerà, io so fare tutto». La storia vuole che Rizzini a questo punto chiese a Toti di saltare in lungo un fosso e, sotto gli occhi dell’incredulo Maggiore, dopo aver chiesto senza battere ciglio «Tre metri vanno bene?», Enrico saltò.

Posto anche questa volta nelle retrovie, Toti aveva nuovamente disturbato direttamente il Duca d’Aosta per guadagnarsi la trincea. Razzini però era un ufficiale tutto d’un pezzo che non cedeva facilmente alle emozioni: un disabile in trincea mai. Anche questa volta, Enrico supererà l’ennesimo ostacolo, convincendo il Maggiore. Dimostratosi sempre volenteroso ed abile in qualunque servizio, anche quello di guardia (in assenza del Maggiore), Toti sarà subito benvoluto da tutti gli altri Bersaglieri. Ricorda Ulderico Piferi, suo amico e commilitone: «L’incontrai con la sua bicicletta borghese che pedalava come un fulmine, cucita sopra la canottiera aveva la bandiera tricolore deciso ad entrare per primo a Trieste e ad alzarla a S.Giusto: sempre possibilmente per primo». Il Toti che vuole la trincea non è più un ragazzino, è ormai un uomo di quasi 34 anni. Ha vissuto e visto il mondo. Quella che si appresta a concludere non è una vicenda isterica o passionale ma un preordinato sacrificio.

Grande Guerra - Enrico Toti Bersagliere CiclistaDopo una corsa durata una vita, superando ostacoli impensabili, finalmente il sogno di Toti si realizza: dopo aver condiviso con loro la vita del fronte e le sofferenze, di comune accordo gli uomini del 3º Battaglione Bersaglieri Ciclisti, conquistati dall’animo, dal coraggio e dalla volontà di Enrico, buttano all’aria le pastoie del regolamento e, attestandogli un riconoscimento sul campo, lo acclamano dei loro. Il Maggiore Rizzini, comandante del Battaglione, lo accoglie quindi a tutti gli effetti nel reparto, consegnandogli l’elmetto piumato e quelle stellette così a lungo desiderate e sognate. Nell’Aprile 1916 il battesimo del fuoco, alle Cave di Selz, espugnate a costo di grave perdite: «Sono in trincea con i miei cari compagni, i Bersaglieri del Terzo. Il Terzo Ciclisti, se non lo sai, è il più valoroso ed io sono con loro a dividere la loro gloria. Fino all’ultima stilla del mio sangue sarò al mio posto e sarò di ammonimento a quanti parlano di codardia e viltà. Qui si scherza con la morte e la si considera un avversario di nessuna importanza. Sappi, cara mamma, che gli eroi muoiono tutti e per una causa provvidenziale non soffrono: è un esempio di fulgido splendore che gli uni danno agli altri più timidi e meno coraggiosi».

Torniamo così all’inizio.
6 Agosto 1916. Le artiglierie italiane rombano lungo tutto il fronte, da Tolmino all’Adriatico. Il vero obiettivo dell’offensiva è Gorizia. Il 3° Bersaglieri è in prima linea nei pressi di Monfalcone, per compiere una delle diverse azioni minori allo scopo di distogliere attenzione dalla città isontina e contribuire allo sfondamento del fronte. L’ordine è di attaccare e conquistare quota 85 che, da due giorni, gli italiani contendono agli austriaci. È il momento. Si va all’assalto.

I Bersaglieri escono dalla trincea e si lanciano in avanti sotto il fuoco nemico. Toti avanza fra i Bersaglieri saltellando sulla sua stampella. Il balzo in avanti è di 200 metri. Sul terreno scoperto il reparto deve fermarsi. Il Battaglione che lo affianca è costretto a retrocedere sotto la violenza del tiro delle mitragliatrici austriache e bisogna mantenere la linea. Toti, insieme agli altri, striscia verso le posizioni austriache, da dietro un muretto spara e lancia bombe a mano. Una prima pallottola lo colpisce. Nonostante il piombo austriaco in corpo Enrico non si ferma. Un uomo che ha superato aspre prove come lui non può chinare il capo. Ancora una bomba a mano, un’altra. Bisogna contrastare il nemico e conquistare quella maledetta quota 85. Toti si alza di nuovo per lanciare l’ennesima bomba a mano. Una seconda pallottola lo colpisce al petto. Sembra finita. Questa volta l’ostacolo appare troppo grande anche per lui. Invece no. Come aveva profeticamente scritto, sarebbe stato al suo posto fino all’ultima stilla di sangue, come ammonimento a quanti parlavano di codardia e viltà.
Con le ultime forze Toti si risolleva sul busto, afferra la sua stampella e la scaglia contro il nemico, prorompendo in un imperioso: «Nun moro io!».
È l’ora. Il destino viene a reclamare quell’eroico sacrificio a cui Enrico ha tentato con ogni sua forza di andare incontro. Una terza pallottola, stavolta, lo colpisce in fronte. Colpito a morte, dopo aver baciato l’amato elmetto piumato, dopo una vita vissuta instancabilmente e spesa ad abbattere i propri limiti, Enrico Toti si lascia finalmente andare.

Così l’amico e caporalmaggiore Ulderico Piferi ricorderà quel momento: «In pieno giorno superammo lo sbarramento nemico allo scoperto. Alle quindici circa del 6 agosto 1916 arrivammo a quota 85. Venne subito l’ordine d’avanzare ed Enrico era tra i primi. Aveva percorso 50 metri quando una prima pallottola lo raggiunse. M’avvicinai mentre eravamo entrambi allo scoperto. Non ne volle sapere di ripararsi. Continuava a gettare bombe, e per far questo si doveva alzare da terra. Fu così che si prese una seconda pallottola al petto. Pensai che fosse morto. Mi feci sotto tirandolo per una gamba ma questi scalciò. Improvvisamente si risollevò sul busto e afferrata la gruccia la scagliò verso il nemico. Una pallottola, questa volta l’ultima, lo colpì in fronte. Quando mi sono avvicinato, aveva la bocca poggiata sull’elmetto, mi ha dato l’impressione che lo stesse baciando».

Affinché il ricordo glorioso ed eroico di Enrico Toti venisse tramandato alle nuove generazioni, il Re Vittorio Emanuele III concesse al leggendario Bersagliere, motu proprio, la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, con la seguente motivazione:

«Volontario, quantunque privo della gamba sinistra, dopo aver reso importanti servizi nei fatti d’arme dell’aprile a quota 70 (est di Selz), il 6 agosto, nel combattimento che condusse all’occupazione di quota 85 (est di Monfalcone). Lanciavasi arditamente sulla trincea nemica, continuando a combattere con ardore, quantunque già due volte ferito. Colpito a morte da un terzo proiettile, con esaltazione eroica lanciava al nemico la gruccia e spirava baciando il piumetto, con stoicismo degno di quell’anima altamente italiana». – Monfalcone, 6 agosto 1916.

Tuttavia, ancor più della motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare, concessa al di sopra del regolamento per sovrano motu proprio, sarà l’affermazione del Duca D’Aosta, comandante della 3° Armata, a sancire e scolpire nella storia d’Italia l’importanza storica dell’uomo, le dimensioni della sua figura, la statura delle sue virtù: «Onorare Enrico Toti vuol dire onorare il popolo italiano».

BERSAGLIERE ENRICO TOTI: PRESENTE!

Enrico Toti - Monumento Porta Pia (2)

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