QUELLA LUCE D’ITALIA SULL’OCEANO INDIANO

Africa. Somalia. Golfo di Aden. Un elicottero della Marina Militare italiana sorvola le coste somale nell’ambito di una missione internazionale contro la pirateria. A bordo Alberto Alpozzi, fotoreporter inviato per realizzare un servizio su queste operazioni militari. All’improvviso, all’orizzonte appare una grande costruzione in pietra, un enorme fascio littorio alto 20 metri che si staglia sul promontorio che separa il Golfo di Aden dall’oceano indiano, il famoso Capo Guardafui. Il tempo di alcuni scatti e la torre di pietra, che si staglia verso il cielo nonostante lo stato di abbandono e l’azione incessante degli elementi, scompare così com’era apparsa. In seguito a questa improvvisa ed inaspettata scoperta, Alberto Alpozzi, fotogiornalista freelance di Torino specializzato in reportage in aree di crisi e fotografia per l’architettura, oltre che docente di fotografia per l’architettura al Politecnico di Torino presso la facoltà di Architettura, si immergerà in una lunga ed approfondita ricerca con lo scopo di scoprire la storia di questa torre misteriosa, chi l’ha costruita, perché è stata posta lì e, soprattutto, come mai è stata dimenticata.

La lunga ricerca si amplierà fino a diventare un libro, “Il Faro di Mussolini”, in cui Alpozzi, partendo appunto dalla vicenda della costruzione del Faro Francesco Crispi, affronterà ad ampio raggio l’intera vicenda coloniale italiana in terra somala, dal 1889, anno dell’apertura del Canale di Suez, fino alla tragica ed eroica fine del 1941, con la sconfitta militare italiana in Africa Orientale.

Incuriositi da questa interessante ricerca abbiamo contattato telefonicamente l’autore che, con la massima gentilezza e disponibilità, per la quale lo ringraziamo pubblicamente, ha accettato di rispondere ad alcune domande relative alla sua opera.

1 – Protagonista del libro è il Faro sul pericoloso Capo Guardafui. Come hai scoperto il Faro?

9412_348423701958743_677086826_nHo scoperto il Faro per pura curiosità, nel Luglio 2013. In quel periodo ero a bordo della Fregata Zeffiro, per realizzare un reportage sulla missione “Atalanta”, un’operazione antipirateria lungo le coste della Somalia. Un giorno, mentre ero a bordo di un elicottero della Marina Militare Italiana in ricognizione sul golfo di Aden, lungo la costa settentrionale della Somalia, mi è apparsa all’orizzonte questa costruzione, indiscutibile simbolo della passata presenza italiana in quella terra. Inizialmente, non conoscendone né l’esistenza né, tantomeno, la storia, non avrei mai immaginato fosse un faro (anche perché oramai privo di lanterna) ma semplicemente un monumento a testimonianza del passato dominio italiano. Sul momento ho potuto solamente scattare alcune foto ma la curiosità riguardo la presenza di questo enorme fascio littorio agli estremi del Corno d’Africa mi ha spinto, una volta tornato in Italia, a voler approfondire l’argomento.

2 – Come è iniziato il progetto di ricerca sul Capo Guardafui e sul Faro Crispi?

La ricerca è nata per un semplice motivo: curiosità. Come mai un enorme fascio littorio sulla punta estrema del Corno d’Africa? Mi sono così immerso nella ricerca, riuscendo a raccogliere un’enorme quantità di materiale. Non avrei mai immaginato di accumulare una tale mole di documentazione che, dopo due anni di ricerca, ho poi deciso di trasformare in un libro.

3 – La ricerca bibliografica e archivistica è stata difficoltosa? Quali aspetti inediti o pressoché sconosciuti oggi hai avuto modo di approfondire?

Come detto la ricerca è durata due anni ma, come tutte le ricerche storiche, è ancora oggi in continuo divenire. All’inizio ho incontrato alcune difficoltà dovute all’assenza di informazioni riguardo il Faro. Ad una prima ricerca in rete, infatti, avevo trovato solamente alcuni riferimenti, per giunta non italiani ma internazionali, relativamente all’assenza del Faro e non alla sua presenza. Questo è stato il punto di partenza. Da qui ho iniziato ad approfondire tentando di mettere insieme i pochi riferimenti disponibili, ricercando testi, riviste e documenti di fine ‘800/inizio ‘900 per poi concentrarmi, naturalmente, anche sul periodo tra gli anni ’20 e ’30, anni in cui il Faro venne prima costruito e poi rimodernato. Nonostante ignorassi molti dettagli ed aspetti dell’argomento, mettendo insieme date e luoghi, ed incrociando i riferimenti a disposizione, la ricerca è diventata più mirata e puntuale su fatti, luoghi e personaggi che avevano avuto un ruolo centrale all’interno della storia della Somalia italiana e del Faro Crispi. Da questi punti di riferimento, la ricerca si è poi diramata inevitabilmente all’infinito, permettendomi di approfondire l’intera vicenda a tutti i livelli. Le maggiori difficoltà le ho incontrate nella ricerca delle fonti e delle documentazioni, in quanto la maggior parte del materiale non è reperibile nemmeno nelle biblioteche ma solamente sul mercato dell’antiquariato e del collezionismo, tramite i quali ho scoperto notizie di cui ignoravo l’esistenza, tra cui la visita di Umberto di Savoia in Somalia, la storia della prima crociera turistica sulla costa somala e la monumentale attività di Carlo Pedrini, fotografo ufficiale della Somalia italiana. Da ogni dettaglio è stato possibile allargare il raggio della ricerca che, come detto, prosegue ancora adesso.

4 – Partiamo dall’inizio: a quando risalgono i primi riferimenti riguardo la necessità di un Faro su quel preciso promontorio della Somalia.

I primi riferimenti risalgono alla seconda metà dell’800, subito dopo l’apertura del Canale di Suez (avvenuta nel 1869 su progetto dell’ingegnere italiano Luigi Negrelli e grazie al lavoro di oltre 10.000 operai italiani). La nuova rotta attraverso il Mar Rosso conobbe in pochi anni un vertiginoso aumento dei passaggi di navi commerciali da e verso l’India, Zanzibar e l’Australia. I convogli che transitavano su queste rotte dovevano necessariamente doppiare il tristemente noto Capo Guardafui (dal portoghese “Guarda e fuggi”, a causa appunto della sua pericolosità), un promontorio alto 244 metri dalla forma di un leone accovacciato, già noto in epoca antica a egiziani e romani, i quali chiamavano la penisola orientale africana Aromatica Regio ed identificavano il Capo Guardafui come Aromatum Promontorium, in quanto era qui che si rifornivano di spezie, incensi e aromi provenienti dall’oriente. La triste fama del Capo Guardafui trovava origine nell’elevata frequenza dei naufragi di cui era teatro. Infatti, lo scontro delle acque calde del Golfo di Aden con il freddo Oceano Indiano provocava, allora come oggi, la formazione di fitte nebbie che rendevano molto difficile la navigazione, causando spesso naufragi sulla costa somala nei pressi del Capo Guardafui. Per di più, la zona era stata da sempre infestata dai pirati migiurtini, abili nell’assaltare i convogli in transito e nel depredare quelli naufragati (i cui equipaggi venivano abitualmente catturati ed uccisi). Spesso i naufragi accadevano non solo a causa delle particolari condizioni climatiche della zona, ma anche per l’intervento delle popolazioni locali che, basando la propria economia sull’attività di pirateria, accendevano fuochi sui promontori precedenti il Capo Guardafui per ingannare le navi e causare quindi i naufragi sui quali prosperavano le tribù somale.

5 – Come nasce, da parte italiana, l’interesse per l’acquisizione di porzioni di territorio strategico in Africa Orientale? Fu solamente l’apertura del canale di Suez a spingere l’Italia a cercare un posto al sole in terra d’Africa o ci sono anche altre motivazioni?

Come per gli altri Stati europei, l’Italia iniziò ad affacciarsi sull’Africa soprattutto in seguito all’apertura del Canale di Suez. Tuttavia, l’interesse italiano, contrariamente alle mistificazioni storiche operate nel secondo dopoguerra, ha origini addirittura precedenti, risalenti al 1857 quando Cavour, presagendo possibili sviluppi futuri nell’area dell’Africa orientale, in conseguenza della prossima apertura della nuova via verso le Indie tramite il Canale, aveva iniziato a tessere contatti con i principi abissini. L’attività venne portata avanti tramite un inviato di Cavour, il Cardinal Guglielmo Massaia, missionario pioniere che visse 35 anni in Abissinia fondando, tra l’altro, diverse missioni. I primi possedimenti italiani, tuttavia, vennero concretizzati solamente dopo l’apertura del Canale di Suez, con l’acquisto della baia di Assab da parte della Società Rubattino di Genova, che la girò al governo italiano il quale, nel 1882, poté quindi istituire ufficialmente la “Colonia italiana di Assab”, prima colonia italiana in terra d’Africa. Di conseguenza, appare chiaro come il Fascismo prese una macchina in corsa che stava già lavorando da 70 anni alla penetrazione italiana in Africa.

6 – Come mai, nonostante fosse riconosciuta da più parti la necessità di un Faro sul Capo Guardafui, nessuno si fece carico del progetto prima dell’Italia?

L’Italia si fece carico della costruzione del faro sin dal 1889, anno in cui gli inglesi cedettero la zona del Corno d’Africa e della Migiurtinia all’Italia (e anno di creazione della colonia italiana in Eritrea), realizzandolo poi anni dopo per alterne vicende. Posizionare un faro sul Capo Guardafui era una questione di interesse internazionale, in quanto luogo di transito per migliaia di navi commerciali e militari, ma la cui risoluzione presentava elevati costi. Nessuno aveva interesse ad investire in prima persona in una costruzione della quale avrebbero usufruito tutte le altre Nazioni. Oltretutto, vi erano altri problemi di portata rilevante:

  • La rilevazione della costa. Gli inglesi avevano effettuato una prima rilevazione ma approssimativa. Saranno gli italiani ad effettuare i rilievi corretti e a correggere il superficiale lavoro inglese.
  • Territorio sconosciuto e pericoloso. Nella zona in oggetto gli europei non avevano mai messo piede, anche a causa della presenza di popolazioni locali bellicose che non gradivano affatto la presenza straniera sul proprio territorio, la quale avrebbe interrotto la loro attività piratesca.
  • La costruzione avrebbe implicato non solo l’esborso architettonico ma anche rilevanti spese per il mantenimento della struttura. Il faro avrebbe necessitato di una guarnigione in grado di difenderlo dalle scorribande delle popolazioni locali, quindi di acqua, viveri e, naturalmente, petrolio per l’impianto di illuminazione.

Ad ogni modo, in verità, nessuno volle mai impegnarsi concretamente nella realizzazione del faro poiché nessuna potenza europea aveva intenzione di investire denaro nelle zone colonizzate. Le conquiste si orientavano unicamente verso quei territori ricchi di risorse da depredare. Questa è la questione fondamentale ed è qui che il colonialismo italiano si differenziò da quello delle altre potenze europee. Così, dopo decenni di trattative durante le quali le altre potenze mondiali rifiutarono di contribuire alla realizzazione del faro ed al suo mantenimento (seppur con una tassa minima sul passaggio del Canale di Suez), l’Italia decise di procedere autonomamente.
Faro Crispi - Traliccio e torreIl 5 Aprile 1924, dopo 3 mesi di lavori, la prima struttura del Faro Francesco Crispi, un traliccio metallico, campeggiava sul Capo Guardafui, indicando alle navi in transito la via per il Golfo di Aden ed il Mediterraneo.

Sei anni dopo, nel 1930, il Faro venne modificato, con la costruzione di una torre in pietra dalla forma di fascio littorio, il più grande esistente al mondo.

7 – Il Faro è stato anche teatro di alcune battaglie che nel libro descrivi minuziosamente.

Appena realizzato, il faro divenne subito oggetto di attacchi delle tribù locali, le quali non vedevano naturalmente di buon occhio questa costruzione che aveva interrotto i naufragi e, di conseguenza, la tradizionale attività piratesca somala. Di conseguenza, il faro venne preso d’assalto più volte da gruppi armati agli ordini di Erzi Osman, figlio del Sultano Osman Mahumud (che, paradossalmente, nel 1914 aveva offerto all’Italia, dietro compenso, la propria collaborazione per la costruzione del faro e la difesa dei naufraghi dagli attacchi dei pirati). Il governo italiano, consapevole dell’eventualità di attacchi, provvide subito a rinforzare la guarnigione a difesa del Faro Crispi che, nonostante diversi assalti, accerchiamenti e brevi occupazioni (in concomitanza con paralleli attacchi ad altre postazioni di comunicazione italiane nei centri abitati vicini), resistette. Per difendere il faro caddero sia italiani che ascari, alcuni dei quali meritarono ricompense alla memoria per il valore dimostrato. Con la definitiva pacificazione della Somalia per mano del Governatore Cesare Maria de Vecchi, che sequestrò le armi in circolazione e sottomise i sultani della Migiurtinia e di Obbia (formalmente dei protettorati ma di fatto fuori dall’effettivo controllo italiano) cessarono anche gli attacchi al faro. In riferimento a queste battaglie, mi preme sottolineare come proprio in questi giorni cada l’anniversario del sacrificio del Capitano Alessandro Gatti, il quale cadde eroicamente il 26 gennaio 1926 alla testa dei suoi 40 ascari per respingere i 500 assalitori che, la notte precedente, avevano occupato il Faro e le postazioni difensive. Alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

8 – Anche durante la seconda guerra mondiale, durante le battaglie nell’Africa Orientale Italiana, il Faro ha avuto un suo ruolo, in quanto ritenuto importante obiettivo da parte inglese.

La conquista del Faro Crispi divenne per gli inglesi un obiettivo strategico non appena aperte le ostilità. Difatti, quando il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò alla folla in Piazza Venezia che era giunta “l’ora delle decisioni irrevocabili”, il faro venne spento, per rendere di nuovo difficoltoso il passaggio delle marine nemiche nella zona. La riattivazione del faro, di conseguenza, divenne prioritaria per gli inglesi, i quali conoscevano bene i rischi derivati dal doppiaggio del Capo Guardafui senza punti di riferimento sulla costa. Nella seconda metà del 1940, le forze italiane riuscirono a penetrare nel Somaliland inglese e ad occupare alcune porzioni di territorio del Sudan e del Kenya confinanti con l’Oltregiuba. Nel 1941, l’invio di rinforzi inglesi provenienti da diverse zone dell’impero coloniale (India, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda) permise ai britannici di contrattaccare e di occupare Mogadiscio e, successivamente, l’intera Somalia, costringendo gli italiani a ritirarsi per tentare una difesa nel cuore dell’Etiopia, sull’Amba Alagi, dove, nel maggio 1941, il Duca d’Aosta si arrese con l’onore delle armi. Anche il Faro Crispi seguì il destino del sogno dell’Impero italiano in Africa, venendo occupato con l’ausilio della Marina indiana il 22 maggio e riattivato in serata. Uno dei primi dispacci emessi dalla Marina inglese ad operazioni belliche ultimate fu: “Faro riacceso”, a testimonianza dell’importanza strategica rivestita dal faro.

9 – Nel libro affronti naturalmente il tema del colonialismo italiano in terra d’Africa, in particolare nella Somalia. La vulgata storica ha finito per attribuire unicamente a Mussolini e al Fascismo l’esperienza coloniale (per giunta dipinta con tratti sanguinari e, spesso, caricaturali) ma, nel tuo libro, contribuisci a sfatare questo mito. Una tua riflessione su questo aspetto e sulla peculiarità del colonialismo italiano rispetto agli altri colonialismi europei, comprese anche le occasioni perdute magari di erodere il predominio inglese in quelle zone.

1479229_385439861590460_701945382_nPurtroppo la storia italiana scritta nel secondo dopoguerra è stata di stampo marxista filoresistenziale. I “gendarmi della memoria” hanno destrutturato tutto ciò che avvenne nel periodo precedente per poi ricostruirlo a proprio uso e consumo, raccontando ciò che faceva loro comodo (e nel modo a loro più utile) e tacendo su molti altri aspetti. La demolizione della politica coloniale italiana rientra perfettamente in questo progetto, in quanto operata solo e soltanto per contribuire a demonizzare il Fascismo, ritenuto deus ex machina del sogno dell’impero coloniale. Come detto prima, questa è una assurdità, dato che l’Italia si affacciò sull’Africa 40 anni prima della Marcia su Roma. Per di più, il colonialismo italiano si differenziò radicalmente da quello delle altre potenze europee, dedite unicamente al saccheggio delle risorse e allo spopolamento del territorio. L’Italia, degna erede delle tradizioni romane, si dedicò alla costruzione di città, edifici, infrastrutture, inviando centinaia di italiani a lavorare nelle proprie colonie. Un impegno di cui la storia non ha ancora preso atto a dovere ma che, inevitabilmente, non può essere oscurato. Infatti l’inglese Evelyn Waugh, nel 1936 nel suo libro “In Abissinia” scrisse: “L’idea di conquistare un Paese per andarci a lavorare, di trattare un impero come un luogo dove bisognava portare delle cose, un luogo che doveva essere fertilizzato, coltivato e reso più bello, invece di un luogo da cui le cose era possibile portarsele via, un luogo da depredare e spopolare; l’idea di lavorare come schiavi invece di starsene sdraiati ad oziare come padroni tutto questo era completamente estraneo ai loro pensieri (degli inglesi, nda). E invece è il principio che sta alla base dell’occupazione italiana”.  Sono parole che non necessitano di ulteriori commenti e11745961_656456151155495_6558863420148475033_n che sanzionano efficacemente la distanza del comportamento e della mentalità italiana da quella delle altre nazioni europee dell’epoca. Tuttavia, ancora oggi una certa parte politica si ostina a contrabbandare il colonialismo italiano come sanguinario e crudele, affibbiando al Fascismo, unicamente per interessi politici personali, l’intera responsabilità della colonizzazione italiana, tentando di inserirla per intero al suo interno in modo da poterla derubricare in toto come prettamente negativa. Inutile ripetere ancora che il colonialismo italiano non fu un’idea unicamente fascista, bensì, come detto prima, addirittura dell’Italia pre-unitaria. Eritrei e somali ricordano ancora oggi con grande rispetto l’Italia e gli italiani e, non appaia strano, ci domandano tuttora perché ce ne siamo andati e perché non torniamo. Da noi, purtroppo, la storia è stata scritta in maniera ideologica.

10957478_654244098043367_86464989625413613_nCiononostante non mancarono le occasioni perse durante la nostra presenza in Africa. Le lotte intestine, soprattutto tra le varie fazioni politiche dell’Italia post-unitaria, financo all’interno dei governi stessi, rallentò molti progetti ed impedì a molte iniziative di essere approntate rapidamente ed in maniera adeguata. Gli stessi inglesi, temendo l’ascesa di rivali che potessero mettere in pericolo il loro predominio navale e commerciale sulla rotta per le Indie, si rifiutarono di collaborare con l’Italia alla costruzione del Faro Crispi. Ma già 50 anni prima della costruzione del faro, in seguito ad una semplice visita italiana della fregata Garibaldi presso l’arcipelago delle Figi, gli inglesi si precipitarono ad occupare l’arcipelago. Per loro (così come per i francesi, che passarono ingenti quantitativi di armi alle tribù somali ribelli, in modo da poter mettere i bastoni tra le ruote agli italiani) non potevano esistere rivali. Pertanto ostacolarono in ogni modo la penetrazione italiana in Africa, consapevoli soprattutto del fatto che il nostro potenziamento dei porti somali, avrebbe potuto intaccare la supremazia della loro base navale di Aden, autentico emporio e crocevia dei traffici commerciali tra Europa, Africa, Asia e Oceania.

10 – L’Italia non ha attraversato tutta la fase post bellica di decolonizzazione, in quanto le colonie le vennero tolte in seguito alla sconfitta nella seconda guerra.

Esatto. L’Italia, avendo perso la guerra, non ha avuto alcun diritto, nonostante la tanto sbandierata cobelligeranza successiva alla resa incondizionata dell’8 settembre 1943. Di conseguenza, abbiamo perso automaticamente tutte le colonie ed i nostri investimenti. Tuttavia, a dimostrazione dell’ottima condotta italiana in terra d’Africa, l’Italia ottenne l’amministrazione fiduciaria della Somalia fino al 1960, nonostante le manovre ordite soprattutto dagli inglesi per impedirlo. Difatti, è storia nota che il massacro di Mogadiscio del 1948 venne pianificato ed orchestrato dal Comando inglese che, nei giorni precedenti, aveva fatto affluire presso l’Aeroporto internazionale della città militari indigeni provenienti dalla Somalia Britannica e dal Kenya. Gli inglesi lasciarono che queste bande armate scorrazzassero per la città a caccia di italiani, non intervenendo a loro difesa, per creare le condizioni affinché le Nazioni Unite non consentissero l’amministrazione fiduciaria della Somalia all’Italia, in quanto non avevano mai tollerato (assieme ai francesi) la nostra presenza nel continente africano. Uno scenario che, sebbene con altre modalità, si è ripetuto 5 anni fa, con l’attacco francese alla Libia dove, con il pretesto di eliminare Gheddafi, vennero invece colpiti vitali interessi italiani su cui i francesi bramavano da sempre di allungare i tentacoli. Purtroppo abbiamo venduto la nostra libertà oltre 70 anni fa, subendo una guerra civile scatenata da potenze straniere che volevano distruggerci e sottometterci. L’Italia come entità politica indipendente a livello internazionale ha cessato di esistere da allora.

11 – In uno scenario in cui l’Italia avesse mantenuto le colonie le cose come sarebbero andate? Avremmo attraversato anche noi la violenta fase di decolonizzazione vissuta dagli altri stati europei?

Fare ipotesi è sempre difficile. Di certo l’Italia ha lasciato un ricordo positivo in quelle terre, cosa che nessun altro Stato può vantare. Nonostante la perdita della sovranità, l’Italia mantenne anche nel dopoguerra ottimi legami con i suoi vecchi possedimenti. Il monopolio della banane della Somalia, attivo in Italia fino allo “scandalo delle banane” degli anni ’60, è solo un esempio. Numerosi canali commerciali restarono attivi, certo non alle condizioni che avremmo avuto in caso di mantenimento del dominio italiano. Tuttavia gli italiani sono rimasti a lavorare e commerciare in Somalia fino al 1991 e, proprio in questi giorni, (il 26 gennaio, nda) cade l’anniversario della rivoluzione somala in seguito alla quale gli ultimi italiani, in fuga dalla guerra, si imbarcarono a Mogadiscio e giunsero in Italia.

12 – Nell’ultimo anno hai avuto problemi per la presentazione del tuo libro in alcune occasioni. Non sono mancate sale prima concesse e poi rifiutate, oltre a sterili polemiche inscenate da chi, evidentemente, non si è preso la briga di leggere la tua ricerca, fermandosi al titolo. Cosa puoi raccontarci di questi episodi?

Nonostante siano passati 70 anni, l’Italia ancora non è uscita dalla guerra civile. Ci sono persone, di una precisa fazione politica, ancora prigioniere della propria ideologia e che perseguono i propri interessi personali sulla base di uno scontro politico artefatto. Dedito unicamente al mantenimento delle proprie postazioni di potere, questo schieramento ha egemonizzato la cultura italiana per 70 anni, penetrando a fondo in ogni apparato scolastico, culturale, mediatico e formativo. Ciò che esula dai loro dogmi va demonizzato ed occultato, cosa che, in base al potere raggiunto e alle posizioni che occupano, viene realizzato puntualmente. Vorrei citare solo un episodio piuttosto significativo. Tempo fa, il comune di Ciriè revocò il permesso concesso per la sala comunale dove avrei dovuto presentare il libro poiché, essendo a ridosso del 25 aprile, avremmo potuto creare problemi di ordine pubblico. Mi misi quindi in contatto con il sindaco, proponendogli di vederci per discutere del libro e leggerlo insieme, in modo da dimostrare che si trattava di una ricerca storica e non di un testo apologetico o nostalgico. Risposta: “Non mi interessa”. Di fronte ad una tale chiusura mentale è impossibile tentare qualsiasi dialogo. Ad ogni modo la presentazione è stata svolta ugualmente, all’aperto, nella piazzetta antistante il comune di Ciriè, con grande partecipazione e, fatto paradossale per la presentazione di una ricerca storica, con la Digos a vigilare ed un cordone di Carabinieri in tenuta antisommossa.

Detto questo sono molto amareggiato. Sono stato attaccato unicamente per una ricerca storica, il che dimostra come i soliti ignoti siano in grado, dopo aver egemonizzato il potere, di creare gruppi di cultura, mediatici ed accademici in grado di sostenere ed imporre dogmi storiografici a proprio vantaggio. Sono loro a decidere cosa dobbiamo o non dobbiamo sapere. Nessuno, se non proveniente dalle loro schiere, e sempre in linea con il loro credo, può permettersi di intervenire, scrivere, fare ricerca su argomenti, periodi e personaggi da loro marchiati come tabù in quanto in contrasto con la “loro” storia. Per giunta, anche chi rifiuta questa omologazione e proviene da un retroterra storico e culturale diverso spesso matura un senso di colpa autoindotto, un senso di vergogna atavico che è sempre più arduo da sradicare. Purtroppo per tutti, la storia è un divenire, una ricerca continua. È impossibile occultarla e manipolarla in eterno.

12 – Ad ogni modo, il tuo libro ha ottenuto vari riconoscimenti, tra cui anche l’attenzione dell’attuale governatore di Guardafui, che dalla Somalia si è recato appositamente in Italia per incontrarti.

12006240_683782835089493_8338383216651848181_nIn effetti il mio libro ha ottenuto attenzioni che, francamente, non mi aspettavo. Il Governatore di Guardafui, con il quale sono in contatto pressoché quotidianamente, è venuto a Torino appositamente per incontrarmi ed invitarmi ad andare insieme al Faro. Tramite alcuni consiglieri comunali e regionali abbiamo organizzato un incontro con il sindaco di Torino, al quale il Governatore ha presentato alcune problematiche dell’area di sua competenza. La grave carenza idrica, primo grande problema dell’area, è stato il tema centrale. Pertanto il sindaco si è attivato instaurando i primi contatti con Hydroaid[1]e la Smat[2], per poter vagliare la fattibilità di progetti di cooperazione in Guardafui. Una volta risolto il problema principale dell’approvvigionamento idrico, il governatore vorrebbe passare ad investire nel settore sanitario e scolastico, magari creando delle strutture ricettive che, e qui ci ricolleghiamo al Faro Crispi, potrebbero accogliere turisti europei attratti dalla particolarità della costruzione (ovviamente da restaurare) e del luogo, generando quell’economia di ritorno da poter reinvestire sul territorio innescando un circolo virtuoso. Come detto dal governatore, i giovani somali che terminano la scuola hanno due possibilità: arruolarsi con i terroristi di Al-Shabaab, cellula 12688130_737183796416063_1269214900720732356_nsomala di Al Qaida, o tentare di emigrare. Una spirale che va interrotta. Tuttavia, nonostante le belle parole non c’è stato seguito nei progetti di collaborazione. Il Comune si è disinteressato e nonostante le mie richieste di riallacciare i contatti con la Smat sono passati 4 mesi senza che nessuno riaprisse la discussione. Un atteggiamento di disinteresse davvero incomprensibile.

Ad ogni modo, a parte il premio Hombres 2015, davvero inaspettato, il mio libro è stato acquistato dalle università di Harvard, Yale, Cambridge e dalla biblioteca del Congresso di Washington, a riprova della precisione e oggettività della ricerca. In Italia nessuna università lo ha fatto. Un comportamento che si inquadra perfettamente all’interno del discorso di egemonizzazione del mondo culturale ed accademico italiano di cui parlavo poco fa.

13 – Un tuo auspicio per il futuro del Faro Crispi che, attualmente, versa in grave stato di abbandono.

L’auspicio, innanzitutto, è che la zona di Guardafui possa sollevarsi e rinascere, magari grazie al contributo italiano che, purtroppo, sembra non arrivare nonostante le possibilità. Una volta sviluppata un’economia di base sul territorio, cosa impossibile se non si risolvono le problematiche dell’approvvigionamento idrico e dei settori sanitari e scolastici, sarebbe finalmente possibile riaprire scambi commerciali consistenti con l’Italia, permettendoci, in ultima battuta, di poter pensare a rendere turistica la zona del Faro, così come negli auspici del governatore.

14 – Hai qualche altro progetto editoriale in cantiere? Magari sempre sull’argomento del colonialismo italiano in Africa.

12341497_710571945743915_2965989527546983276_nA breve uscirà una nuova edizione di questo libro, implementata con nuove foto e nuovi capitoli. In più sto lavorando anche ad un altro progetto dedicato alla storia di Carlo Pedrini, altro personaggio storico dimenticato dalla cultura italiana e che, al contrario, andrebbe rivalutato per la sua preziosa attività svolta in terra d’Africa. Pedrini, fotografo torinese, fu a capo del Regio Laboratorio Foto Cinematografico di Mogadiscio dal 1926 al 1932. L’intera mole di materiale fotografico relativa alla Somalia italiana di quel periodo ci è pervenuta grazie al suo lavoro, fatto di immagini di qualità elevatissima che hanno immortalato un mondo che non c’è più, un mondo scomparso nella nebbia della storia e che è rimasto impresso solamente in questi scatti di Pedrini, autentici reperti storici. Vorrei quindi riuscire a raccontare la storia di questo fotografo e, in senso lato, la Somalia italiana degli anni ’20, per mostrare cosa fece davvero l’Italia in quel territorio, con buona pace dei revisionisti storici nostrani che, dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno monopolizzato pressoché interamente il mondo accademico e culturale.

  • Il Faro Francesco Crispi è presente anche su Facebook, con una pagina costantemente aggiornata e ricca di importanti documenti fotografici. La pagina è raggiungibile cliccando QUI.

[L’intervista ad Alberto Alpozzi è stata originariamente pubblicata nel “34° numero de La Voce Irredentista”]

[1] Organizzazone no profit dedita alla formazione professionale nel campo della gestione delle risorse idriche in paesi in via di sviluppo ed emergenti (www.hydroaid-it.org/).

[2] Società Metropolitana Acque Torino s.p.a.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...