“Apostolo del Lavoro. Eroe della Patria”. In ricordo di Filippo Corridoni

filippo_corridoniIl 23 ottobre di cento anni fa Filippo Corridoni, giovane sindacalista rivoluzionario, grande pensatore, famoso agitatore politico ed interventista, cadeva eroicamente, all’età di soli 28 anni, nell’assalto alla «Trincea delle Frasche», nei pressi di San Martino del Carso (GO). Il giovane soldato marchigiano, quel giorno, marciava verso le postazioni austriache guidando un drappello di commilitoni, cantando insieme a loro l’inno di Oberdan. La sua storia divenne subito leggenda.

Il suo sacrificio, come spesso accade ai portatori di idee rivoluzionarie, nel tempo è stato enfatizzato e mitizzato, a scapito dell’analisi del percorso formativo e del pensiero e delle teorie sviluppate da Corridoni nel corso della sua breve ma intensa attività militante. La dottrina corridoniana, contrariamente alla scarsa attenzione ricevuta, si dimostrò profonda ed unica nel proprio genere, capace di attualizzare e teorizzare sinergicamente ideali e dogmi dottrinari all’epoca apparentemente contrastanti. Celebrare il centenario della morte concentrandosi unicamente sulla scelta interventista e sull’eroismo dimostrato in battaglia, non renderebbe giustizia al personaggio, il cui sacrificio, al contrario, deve essere visto come punto di arrivo del percorso rivoluzionario intrapreso anni prima e testimonianza della fede nel proprio ideale.

Corridoni nasce il 19 Agosto del 1887 a Pausula, in provincia di Macerata. Mente brillante, studia all’Istituto superiore industriale di Fermo grazie ad una borsa di studio. Si avvicina alle teorie di Mazzini e Pisacane e matura le fondamenta del suo pensiero. Gli viene offerto lavoro come disegnatore tecnico all’industria metallurgica di Milano “Miani e Silvestri” e si trasferisce dunque nel capoluogo lombardo. Da qui inizierà quell’epopea che lo vedrà protagonista in un susseguirsi di successi sindacali, arresti, provvedimenti penali ed esili fino all’ultima decisiva battaglia.

Corridoni è instancabile, scrive articoli su molti giornali, ne fonda altri, è segretario della sezione giovanile del Partito Socialista Italiano e per la sua attività viene bersagliato da provvedimenti disciplinari, ai quali tenterà di sottrarsi con fughe a Nizza ed in Svizzera. Rientra periodicamente grazie alle amnistie, frequenti in quegli anni, continuando la propria attività partecipando agli scioperi di Parma e scrivendo su “L’Internazionale”, giornale facente riferimento alla Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria. Diventa direttore della Camera del Lavoro di San Felice sul Panaro nel 1909 e, in questi anni, inizia a maturare le proprie teorie, basate sui principi del sindacalismo rivoluzionario, mutuate dalla lezione di Georges Sorel, riferimento principe della corrente dottrinaria, al quale tenta di avvicinare anche gli ambienti più riformisti del proletariato italiano. Il predominio dell’ala riformista, tuttavia, lo taglia presto al di fuori del sindacalismo confederativo.

Corridoni insiste, si schiera apertamente contro il conflitto coloniale in Libia del 1911, si sposta verso posizioni più concilianti e razionali riguardo la “lotta di classe”, idea che inizia a ritenere fallimentare nella sua concezione originaria, e diventa in breve tempo uno tra i massimi esponenti del sindacalismo rivoluzionario. I suoi scritti di quegli anni riflettono chiaramente il suo orientamento, le sue idee, gli sviluppi del suo pensiero, alcuni punti del quale sono clamorosamente, ma forse non dovrebbe stupire, attuali ancora oggi, e forse addirittura ancora troppo moderni.

Filippo Corridoni con Mussolini durante manifestazione interventista (maggio 1915)La svolta decisiva avviene con la fondazione dell’Unione Sindacale Italiana, nella quale confluiranno molti esponenti di spicco fuoriusciti dal partito socialista, disgustati dall’atteggiamento tenuto dal partito, in tacita combutta con la borghesia capitalistica e reazionaria. Mussolini, i fratelli De Ambris, Di Vittorio sono solo alcuni dei nomi di chi sosterrà l’USI, una cui costola, l’Unione Sindacale Milanese (USM) autonoma ma collegata all’USI, viene diretta dallo stesso Corridoni, che riesce in breve tempo a raccogliere un numero elevatissimo di gassisti, operai metallurgici, tappezzieri e decoratori con i quali organizza un grande sciopero. Corridoni entra ed esce dalla prigione più volte, trova l’USM indebolita a causa della sua assenza ed ha uno scambio di vedute piuttosto forte con Mussolini a causa di alcuni dissensi, nonostante l’appoggio sempre dato da quest’ultimo e ben accolto dal primo.

Nel frattempo in Europa tira aria di guerra, ad Ancona scoppia la “settimana rossa” nel giugno 1914 e, in quegli stessi giorni, durante un comizio milanese dove Corridoni parla a 100.000 operai, criticando nuovamente le operazioni belliche che ancora si trascinavano in Libia, la polizia fronteggia la massa lavoratrice per impedirle di raggiungere il Duomo. Dagli scontri che ne scaturiscono non escono immuni né Mussolini (che aveva partecipato al comizio ed era nel frattempo tornato di nuovo in sintonia con Corridoni), che viene ferito, né lo stesso sindacalista marchigiano, che verrà nuovamente arrestato.

Durante la permanenza in carcere, mentre l’Europa sprofonda nel primo conflitto mondiale, il giovane Corridoni riflette e scrive molto. Le sue posizioni, notoriamente antimilitariste e contro la guerra, mutano alla luce dei fatti europei e di una maggiore presa di coscienza dell’opportunità che la guerra può offrire. Gli eventi bellici possono essere l’occasione per sbaragliare definitivamente gli ultimi baluardi della reazione, le monarchie dell’impero germanico e dell’impero austro-ungarico, ed in tal modo estromettere dai centri di potere anche la borghesia capitalistica italiana, strappando il proletariato dalla condizione servile in cui ancora versa. Nel settembre 1914 Corridoni esce dal carcere e, nell’ottobre dello stesso anno conclude il percorso di conversione all’interventismo fondando il Fascio d’Azione Internazionalista che, a novembre, confluiranno nel Fascio di Azione Rivoluzionaria di Mussolini, all’interno del quale si ritroveranno tutti gli esponenti del sindacalismo rivoluzionario e nazionale e dell’interventismo di sinistra. Dopo aver raggiunto un accordo per evitare uno sciopero dei gassisti milanesi, che avrebbe potuto creare una frattura all’interno del fronte interventista, nel febbraio 1915 Corridoni finisce nuovamente in carcere: è il trentesimo provvedimento detentivo della sua vita. Durante la detenzione scrive “Sindacalismo e Repubblica”, il suo più grande lavoro, nel quale esprime in maniera definitiva le linee guida del nuovo Stato che sarebbe dovuto nascere dalla guerra, ossia una Repubblica a partecipazione attiva, uno Stato del Lavoro dove i “sindacati di mestiere” avrebbero
giocato un ruolo chiave nel governo della produzione economica nazionale. Insieme a Mussolini, con il quale ora è in sintonia su tutta la linea, si adopera per la campagna interventista e, durante le “radiose giornate di Maggio” del 1915, tiene numerosi comizi, (all’Arena Civica di Milano il più famoso) in uno dei quali consacra la propria scelta consapevole, denunciandotumblr_m4sz7xwjWU1qctxj5o1_250 il fallimento dei traditori della causa dei lavoratori: “Lasciatemi esprimere tutto il mio profondo cordoglio per la bancarotta di un partito che è ormai cadavere. Alludo al socialista. Un altro cadavere è la Camera del Lavoro. Una delibera si impone per l’igiene pubblica. Il partito socialista e la Camera di Lavoro hanno firmato oggi il loro decesso: non risorgeranno più”. 

All’entrata in guerra dell’Italia, Corridoni si arruola come volontario e, dopo ripetute richieste, viene inviato in prima linea sul Carso. Dopo essersi impegnato per l’intervento, sente di dover dare l’esempio offrendosi volontario per numerose missioni pericolose e correndo verso il nemico sempre avanti ai propri commilitoni. Non manca nemmeno di mantenere una fitta corrispondenza con i suoi vecchi amici e con la sua famiglia. Numerose le missive inviate ad Alceste de Ambris, alla madre, alle sorelle, al padre ed anche allo stesso Mussolini, al quale invierà alcune righe significative qualche settimana prima del fatidico Ottobre 1915: “Carissimo, fra pochi istanti partiamo per la linea del fuoco. Viva l’Italia! In te bacio tutti i fratelli delle battaglie di ieri sperando nell’avvenire”.

Filippo Corridoni in divisa da soldato volontario nella Grande Guerra (1915)Tristemente profetiche risulteranno le parole con le quali Corridoni, nel maggio 1915, si apprestava ad arruolarsi come volontario in quella che doveva essere, per lui e molti altri, una guerra rivoluzionaria: “Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora!”.

Filippo Corridoni, giovane pensatore, sindacalista rivoluzionario, giornalista, instancabile militante, paladino dei lavoratori e, infine, soldato, farà parte degli eroi italiani che, il 23 Ottobre 1915, daranno l’assalto all’importante e munita postazione austriaca della Trincea delle Frasche, nei pressi di San Martino del Carso (GO).

Corridoni incontrerà il proprio destino con la fronte rivolta verso il nemico, come lui stesso aveva profetizzato, trovando quella morte eroica da lui inseguita ed interpretata quale necessario sacrificio per l’affermazione degli ideali di giustizia sociale che lo avevano sempre animato. Il suo corpo non venne mai ritrovato, contribuendo ad alimentare il mito. Venne insignito con la Medaglia d’argento al valor militare alla memoria, convertita poi in medaglia d’oro nel 1925 da Mussolini stesso. I suoi concittadini ribattezzarono Pausula, suo paese natale, in Corridonia, nome attuale della cittadina maceratese. Nel 1933 venne inaugurata la nuova piazza di Corridonia, in puro stile razionalista, al centro della quale venne posto l’enorme monumento dedicato a Corridoni, sul quale vennero incise le famose parole preannuncianti l’eroica morte in combattimento. L’aura leggendaria che avvolse da subito la figura di Corridoni, contemporaneamente alle strumentalizzazioni a cui la sua figura venne sottoposta da più parti, contribuirono ad oscurarne le teorie, le riflessioni, gli scritti. Le originali concezioni sviluppate da Corridoni, teorico di un sindacalismo innovativo che contemperasse l’elemento volontaristico-spirituale, mutuato dalla precoce lettura di Mazzini e Nietzsche, con le ragioni materiali del proletariato italiano, elaborate frequentando la scolastica di stampo marxista, lo pongono di diritto tra i più grandi pensatori e teorici del sindacalismo. Le teorizzazioni sviluppate riguardo il “sindacato di mestiere”, in grado di dirigere la vita economica della Nazione, saranno fatte proprie da più parti, soprattutto all’interno di alcune correnti interne a quel Corporativismo che tentò, senza successo, di concretizzare tra il 1922 ed il 1943 il sogno di Corridoni.

Monumento_corridonia_Cartolina_MonumentoAlla stessa maniera, il tentativo di elevare le masse lavoratrici, contemplando la formazione spirituale delle stesse e la loro educazione alla causa nazionale, ne fa un interprete del sindacalismo del tutto unico e differente dalle correnti del tempo. La scelta interventista del 1915, di conseguenza, deve essere riletta alla luce dell’intero percorso culturale e militante attraverso il quale Corridoni espresse i propri ideali e le proprie teorizzazioni, ed intesa quale compimento ultimo del suo cammino.

Con il proprio sangue, versato nella corsa dell’assalto come da lui stesso profetizzato al momento dell’arruolamento, Corridoni santificò le idee per le quali aveva speso l’intera esistenza, realizzando il proprio destino secondo quanto da lui stesso scritto tempo prima commemorando il martirio di Guglielmo Oberdan: “Un’idea che non dà più martiri è bocciata dalla storia”.

 F.B.

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