Chiediamo scusa ma (Noi) “Siam pronti alla MORTE”

256096-thumb-full-inno0105“Siam pronti alla MORTE, l’Italia chiamò. Sì!”. Speriamo che i lettori perdoneranno la nostra pignoleria ma a certe cose, tra cui l’inno nazionale, noi ci teniamo. Ascoltare dei bambini (vergognosamente strumentalizzati) stravolgere in mondovisione il testo dell’inno, concedetecelo, ci ha particolarmente infastidito. Se il buon Goffredo Mameli, che alla morte era pronto davvero e la trovò a soli 21 anni, difendendo Roma dalle truppe francesi, avesse potuto vedere in che grazioso e politicamente corretto concertino sarebbe stato trasformato il suo Canto degli italiani, quel giorno del giugno 1849 forse se ne sarebbe stato a casa.

Chiediamo scusa ai lettori se, allo stesso modo, siamo attaccati alla nostra bandiera, simbolo della Patria e per la quale migliaia di italiani, tra cui i nostri padri, si sono sacrificati fino a donare la vita. Fin da bambini siamo stati educati ad onorare e rispettare quello “straccio colorato”, come molti definiscono oggi i vessilli nazionali, e, pertanto, siamo stati particolarmente toccati dal vilipendio andato in scena a Milano. Evidentemente, per molti elementi che hanno vagato per la città meneghina per protestare contro l’Expo, esporre il tricolore è un gesto oltraggioso, offensivo, da fascisti. Vedere l’anziano notaio, per giunta ex presidente nazionale dell’A.N.A., restare impassibile insieme alla bandiera nonostante il lancio di uova e gli insulti (tra cui, per l’appunto, “Fascista!”), ha evidenziato l’enorme distacco esistente tra i figli di una generazione povera ma che aveva ancora un minimo di orgoglio nazionale, educazione, rispetto ed una che, con la pancia ed il portafoglio pieni, fa dell’anti-italianità il proprio cavallo di battaglia, non avendo molto altro per riempire i propri lunghi pomeriggi.

Speriamo che i nostri lettori perdoneranno questa nostra vena polemica ma, vedendo quelle scene, abbiamo faticato a trattenere la penna. Ci scusino anche i manifestanti ma, inevitabilmente, non possiamo che schierarci idealmente su quel terrazzo da cui il notaio alpino ha insegnato, in pochi istanti, cosa siano la dignità e l’onore alla loro informe marmaglia che di questi concetti ignora persino l’esistenza.

D’altra parte ormai è di moda sputare sul tricolore o definirsi autonomisti, federalisti, indipendentisti, cosmopoliti, internazionalisti, marziani o anche rettiliani, ciò che conta è non opporsi al gregge e quindi mettersi al seguito della cloaca anti-italiana che coglie ogni occasione per aprir bocca e far fluire i liquami verbali che dobbiamo sorbirci da oltre 20 anni. Cominciarono quelli che ora si spacciano per i salvatori della Patria, quella Lega Nord che, non più tardi di 19 anni fa, ebbe il coraggio di proclamare l’indipendenza della “Padania”; quei coraggiosi combattenti per la libertà che bruciavano la bandiera italiana e, con la solita magniloquenza che li caratterizza, invitavano i patrioti che esponevano il tricolore a collocarlo nel bagno di casa; quelle eroiche camicie verdi che hanno governato per anni l’Italia col solo risultato di riempirsi le tasche dei rimborsi elargiti dalle regioni e dalla parassita “Roma ladrona” e di istituzionalizzare la disaffezione per l’Italia e l’odio per ogni simbolo di italianità. Ed è grazie a questi paladini, infatti, se oggi il vilipendio al tricolore o alla Patria è depenalizzato, se qualsiasi decerebrato può permettersi impunemente di insultare l’Italia, i suoi vessilli, gli eroi nazionali. No, la retorica demagogica da campagna elettorale di oggi, a differenza di tanti altri, non ci incanta, ma ci ripugna.

Alla stessa maniera ci ripugnano le solite, vuote, sterili e ridicole parole di coloro che, dietro i festeggiamenti di un primo maggio che ha ormai perso qualsiasi connotazione lavorativa, rispolverano titovke e stelle rosse, falci e martelli e bandiere della defunta Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Nessuno si scandalizzi. È questo che, ogni anno, accade a Trieste in occasione del primo maggio: alcuni relitti del secolo passato partecipano al corteo dei sindacati sfilando per le vie cittadine con una simbologia che, nella città giuliana, non sarà mai simbolo di liberazione ma, al contrario, sinonimo di occupazione, terrore, deportazione e massacro. Chiediamo scusa agli esuli e alle famiglie degli scomparsi per mano dei partigiani comunisti italo-jugoslavi (che chiedevano l’annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia) per non averli avvertiti che, anche quest’anno, avrebbero potuto prendere parte al Carnevale triestino, o meglio, alla celebrazione del 70° anniversario del 1° Maggio 1945 quando i “liberatori” iniziarono a deportare ed uccidere i propri familiari costringendo, al contempo, migliaia di istriani all’esodo. Speriamo, infine, che ci perdonino anche lor signori ma, da brutti e cattivi patrioti italiani quali siamo, con questo fritto misto di veterocomunisti, nostalgici titini, sloveni col portafoglio in Italia, con contorno di italiani rinnegati, i quali tutti insieme appassionatamente insultano l’Italia, gli italiani, i nostri eroi ed i nostri morti, noi non vogliamo avere niente a che fare. Per poter dire addio a questa perfida ed oppressiva Italia, come ha recentemente detto di sognare la veterana del secessionismo sudtirolese, Eva Klotz, ricordiamo a tutti questi eroici campioni della libertà che non è necessario mettere a ferro e fuoco una città, proporre referendum secessionisti, sventolare vessilli defunti e polverosi continuando a rivendicare il distacco di porzioni del territorio nazionale, bensì è sufficiente un biglietto del treno. Nel caso non sia possibile farlo con il biglietto proletario (come abitudine di alcuni dei suddetti) molti italiani saranno felici di contribuire generosamente alla raccolta fondi per regalarlo loro. Noi per primi. Non hanno che da chiedere.

F.B.

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