Paride Mori: il coraggio e la verità

Mori-a-Tolmino225-310x472Paride Mori. Un nome che probabilmente non dice nulla alla maggior parte degli italiani. Un nome come quello di tanti soldati che si immolarono per la Patria e che non vengono ricordati, bensì vilipesi, perché relegati dai gendarmi della memoria nel girone dei combattenti dalla “parte sbagliata”. Tuttavia nelle ultime settimane il nome del Capitano Mori è tornato ad essere oggetto di sterili polemiche scatenate ad arte e che hanno seguito quelle di alcuni anni fa, relative ad una via che il comune di Traversetolo (PR), suo paese natale, gli aveva intitolato, prima della revoca. Riflettendo, più che sterili, le proteste dell’anpi e le interrogazioni parlamentari da loro fomentate potrebbero essere definite pretestuose. Difatti, dietro il pretesto della revoca del riconoscimento, consegnato ai figli del Capitano dei Bersaglieri Mori lo scorso 10 Febbraio 2015, in virtù della Legge n.92/2004 (e revocata qualche giorno fa), si cela un altro obiettivo che il vario associazionismo partigiano ed antifascista persegue da oltre 10 anni: la cancellazione del Giorno del Ricordo.

La cosa non sorprende. Rileggendo i testi delle interrogazioni parlamentari si chiede la revoca del riconoscimento ed un maggior controllo del Governo sulla Commissione incaricata di valutare le domande (al fine di non ripetere “errori” simili) mentre, nei vari comunicati delle suddette associazioni, si è arrivati dichiaratamente ad invocare la sospensione della consegna dei riconoscimenti e della ricorrenza stessa. La legge in oggetto non è mai stata accettata da chi ancora oggi mistifica o nega apertamente i fatti accaduti al confine orientale italiano non solo tra il 1943 ed il 1947, ma anche in epoche precedenti. Lo scorso 10 Febbraio, nella solita delirante ondata di comunicati negazionisti, abbiamo avuto la possibilità di scoprire come, al termine della Grande Guerra, l’Italia occupò militarmente i territori dell’Istria e della Dalmazia che non erano mai stati abitati da popolazioni italiane, se non in minima parte (citazioni testuali), il tutto con buona pace della popolazione giuliana che, nella regione, rappresentava la maggioranza assoluta nonostante 50 anni di violenze, soprusi e provvedimenti legislativi adottati dalle autorità asburgiche (il cui braccio armato era rappresentato dalla milizia territoriale sloveno/croata) atti a cancellare l’italianità adriatica orientale. Davvero una sorpresa per tutti noi. È proprio vero che non si finisce mai di imparare.

Se la polemica sul riconoscimento assegnato ai figli del Capitano Mori era prevedibile, al pari della revoca del medesimo che si è puntualmente verificata dietro le pressioni dell’anpi e dei parlamentari di “sinistra” (d’obbligo le virgolette), ciò non toglie che la stessa sia inutile e funzionale al classico perpetuarsi della guerra civile che, in Italia, sembra non essere mai finita. Una rapida analisi delle fasi di questa vicenda permette di giungere facilmente a poche, semplici conclusioni.

1 – Nelle interrogazioni parlamentari presentate dal PD, si chiede la revoca del riconoscimento che venne consegnato il 10 Febbraio 2015 ai figli del Capitano dei Bersaglieri del Battaglione “Mussolini”, Paride Mori, in virtù della Legge n.92/2004, che consente ai discendenti delle vittime della violenza jugoslava di chiedere l’onorificenza. Un primo errore compiuto dai parlamentari è quello di far leva sul fatto che Mori non sia stato infoibato. Infatti la legge abbraccia nella categoria tutti i caduti per mano jugoslava al confine orientale a prescindere dalla modalità della morte (annegamento, fucilazione, infoibamento).

2 – Nell’interrogazione si afferma che Mori si trovava al confine nord-orientale italiano “sotto il comando delle SS, in territori di fatto annessi al Reich” (sic!). La perifrasi, che ha il solo fine di far passare i soldati della RSI come traditori al servizio degli occupanti stranieri, è ridicola. I Bersaglieri Volontari del Battaglione “Mussolini” (Ottavo P MReggimento, recentemente insignito della cittadinanza onoraria di Trieste) erano soldati regolari dell’Esercito Repubblicano, quindi in alcun modo subordinati ai tedeschi e tantomeno alle SS, ed operarono in territorio italiano col fine di difenderlo dall’avanzata dei partigiani comunisti jugoslavi, che avevano il dichiarato obiettivo di conquistare ed annettere l’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia (la prima dichiarazione di annessione fu emanata a Pisino il 13 settembre 1943). Per di più, il Battaglione Bersaglieri Volontari “Mussolini” si costituì immediatamente dopo la comunicazione della resa incondizionata, il 9 settembre 1943, quindi prima ancora della liberazione di Mussolini e della nascita della Repubblica Sociale Italiana, col solo scopo di difendere la Patria, i suoi confini orientali, la sua popolazione. Sin dall’ottobre del 1943 il Battaglione venne schierato in zona d’operazioni al confine orientale, dove rimase fino al 30 Aprile 1945, senza cedere nemmeno un metro ai partigiani del IX Korpus sloveno, sebbene questi ultimi fossero numericamente superiori e costantemente riforniti di armi e vettovaglie dagli Alleati. Dopo l’ordine di ripiegamento e la resa, la maggior parte di loro venne deportata nei campi di prigionia jugoslavi dai quali tornarono in pochi, mentre un centinaio di Bersaglieri trovarono la morte in una grotta di Tolmino, nella quale vennero sepolti vivi facendo brillare l’ingresso. I Bersaglieri caddero in quanto italiani che difendevano la Patria dall’invasione jugoslava, furono autentici martiri dell’italianità della Venezia Giulia e come tali devono essere ricordati.

In aggiunta, è interessante la seguente citazione, prova dell’integrità del Capitano Mori, Bersagliere Volontario e patriota, difensore dell’italianità della Venezia Giulia: Tutti volevano andare ai suoi funerali, tutti volevano portare a spalle quella gloriosa Salma. Quel giorno gli slavi non ebbero neppure il coraggio di appoggiare il naso tra le fessure per vedere passare il corteo funebre. I Bersaglieri avevano tutti gli occhi lucidi di pianto e qualcuno singhiozzava. Addio Capitano Mori! Addio fratello di tutti. Come lo chiamavano i suoi ragazzi. Vecchio Bersagliere dal cuore ardente che con l’esempio aveva alimentato la fede ed il coraggio in tutti quelli che gli avevano combattuto a fianco. La sua Salma era appesantita da tanto piombo quanto ne avevano ritenuto necessario i nemici per stroncare quella tempra eccezionale di soldato. E nel piccolo Cimitero di Guerra sul Monte di Santa Lucia ebbe l’onore che si richiede per un soldato eccezionale: la scarica a salve sembrava non dovesse più terminare, il plotone sparò anziché un colpo, due ed addirittura tre. Poi, quando la pesante scia di proiettili si perse contro le montagne, sul tumulo di terra fu piantata una Croce nera con il suo elmetto piumato”. (Campoccia Arturo Salvatore, “Na Juris!, Quando la storia sa di leggenda”, Edizioni CEN, Roma 1956).

3 – Secondo i parlamentari Mori non era “un giovane diciottenne finito inconsapevolmente tra le fila (sic!) fasciste, ma un uomo di 42 anni ben consapevole della scelta fatta”. Non possiamo che dare ragione agli “onorevoli”. Mori fece l’unica scelta possibile per un patriota in quel preciso contesto bellico e geopolitico. Il crollo dello Stato, la dissoluzione del Regio Esercito, la rabbia tedesca e l’avanzata dei partigiani comunisti jugoslavi, con la scia di sangue che stavano lasciando in Istria tra quel maledetto settembreimage e l’ottobre 1943, non permettevano nessun altra scelta possibile se non quella di prendere le armi per respingere gli invasori slavi e riaffermare, al cospetto dell’ingombrante alleato tedesco (anch’esso con mire espansionistiche), l’italianità della Venezia Giulia e l’inviolabilità dei sacri confini della Patria.

4 – Mori viene presentato come soldato della RSI “ucciso in combattimento contro i partigiani in Val Baccia, nella zona di Gorizia, nel febbraio 1944”. Anzitutto non viene specificata la nazionalità dei partigiani, cosa che avrebbe costretto ad ammettere che si trattava di partigiani comunisti jugoslavi, i quali, come ricordato, avevano il solo ed unico obiettivo di annettere l’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia. Con questa premessa, gli “onorevoli” avrebbero dovuto fare i conti con una situazione che rende più labile il confine tra “buoni” e “cattivi” nella loro aprioristica definizione dei ruoli (da qui infatti il giro di parole per presentarli come traditori al servizio dei tedeschi). L’errore principale però è il seguente: Mori non venne ucciso in combattimento ma venne catturato in un’imboscata e barbaramente assassinato il 18 Febbraio 1944, insieme al suo motociclista, Costantino di Marino, con il quale si stava recando a rapporto al Comando di S.Lucia d’Isonzo (GO).

Tutto questo, ad ogni modo, ha poco a che vedere con il riconoscimento assegnato ai figli del Capitano Mori. Infatti, benché i parlamentari abbiano addotto questa motivazione al fine di motivare la richiesta di revoca, andando a leggere il testo della Legge n.92/2004, ciò che ritroviamo è piuttosto chiaro e fuori di ogni dubbio o interpretazione di parte. All’art.3 della suddetta legge, dopo il primo comma che disciplina la possibilità per i congiunti degli infoibati di richiedere un apposito riconoscimento, troviamo il comma 2 che recita: “2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento”.

Il comma seguente invece cita: “3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia”.

mori2-kn9G-U43070249825057jF-593x443@Corriere-Web-SezioniÈ questo il nocciolo della questione. Preso atto che il discriminante non è l’essere caduto o meno in combattimento, la questione è scoperchiata: il Capitano Mori non merita il riconoscimento in quanto appartenente al Battaglione Bersaglieri Volontari “Mussolini”? Se il Battaglione viene considerato come formazione non a servizio dell’Italia, la motivazione per la revoca sarebbe, a rigor di legge, legittima. Tuttavia, sono molti i Bersaglieri che, giustamente, sono stati insigniti del riconoscimento previsto dalla Legge n.92. Pertanto, a meno che il Governo non voglia revocare il riconoscimento a tutti i Bersaglieri già insigniti, il Capitano Mori non può essere considerato come appartenente a formazioni non a servizio d’Italia (e ci vorrebbe un bel coraggio ad affermare che i Bersaglieri non caddero per difendere l’Italia).

La conclusione, dunque, qual è?

Il conferimento del riconoscimento, che, come spiegato, sarebbe legittimo ai sensi di Legge, è stato revocato col pretesto che il Capitano sarebbe caduto in combattimento. Preso atto che la Legge n.92 non fa riferimento a nulla del genere, non possiamo fare a meno di concludere che il riconoscimento sia stato tolto aggrappandosi ad un cavillo che non c’è, col solo scopo di accontentare le richieste presentate dal PD dietro le pressioni dell’anpi. Questo “salto carpiato” governativo non è andato a genio nemmeno a questi ultimi, parte dei quali ha richiesto a gran voce di modificare la legge introducendo un comma per disciplinare l’esclusione di qualunque soldato che abbia servito sotto la Repubblica Sociale Italiana dagli aventi diritto al riconoscimento. Questa modifica, s’intende, sarebbe secondo loro obbligatoria nel caso che non si arrivi ad una cancellazione della ricorrenza del Giorno del Ricordo, vero obiettivo dei gendarmi della memoria dell’associazionismo partigiano.

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La tomba del Capitano Paride Mori al Sacrario dei caduti d’oltremare di Bari

Dopo aver sottolineato gli errori e l’assurdità della richiesta della revoca del riconoscimento al Capitano Paride Mori, inutile dilungarsi invitando a prendere coscienza e a riflettere chi, in 70 anni, non si è dimostrato in grado nemmeno di riconoscere le sofferenze inflitte ad un intero popolo, massacrato e costretto all’esilio dalla propria terra natale. Non servono, quindi, altre parole per chiudere l’inutile polemica, nata esclusivamente per motivazioni ideologiche, le stesse che esasperano e perpetuano un clima di odio, una guerra civile forse mai terminata ed una divisione tra il popolo italiano che difficilmente potrà essere ricomposta. Vogliamo però chiudere riportando due lettere scritte dallo stesso Capitano Paride Mori, con la speranza che il suo sacrificio le sue parole siano d’ispirazione e di riflessione per tutti i patrioti e, speranza forse vana, anche per chi si riempie la bocca di parole come libertà e democrazia, salvo poi imporre la propria vulgata storica censurando le pagine non gradite.

Da una lettera al figlio decenne Renato:

“Come vedi io faccio il bravo soldato e servo la Patria con le armi ben salde nel pugno e tu devi fare il bravo ragazzo amando l’Italia, perlomeno quanto l’ama il tuo Papà e prepararti a servirla quando sarai grande. Studiando imparerai che il donare per Essa la vita è il più grande onore che possa sperare ogni Italiano che sia degno di portare questo nome. Abbracciamo, e grida con me Viva l’Italia”.

Da una lettera alla moglie Rosi del 9 novembre 1943:

“Se Dio ha segnato sul quadrante della mia vita l’ora suprema vuol dire che, in pace o in guerra, io me ne debbo andare e lasciarti il peso dei miei figli. Ma se quest’ora dovesse essere prossima, ti ho già detto tante volte che preferirei morire con l’arma in pugno, di fronte al nemico, per la salvezza della mia Patria, che tu sai quanto io ami. E se proprio dovessi cadere tu sarai tanto forte da sopportare fieramente il tuo dolore benedicendo Dio d’avermi fatto morire della morte più bella”.

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