La banalità del bene

A qualcuno di voi risulta che le autorità della Prima o – peggio – della  Seconda Repubblica, in ben 70 anni, abbiano mai eletto il Sacrario di Redipuglia (meraviglioso monumento funebre costruito dal Fascismo ove riposano le spoglie di 100.000 nostri caduti della Grande Guerra) a inclito teatro di una qualche solenne manifestazione che non fosse la ricorrente cerimonia ufficiale (ultimamente sempre più arida e smortina) del 4 novembre?

A me no.

E a qualcuno di voi risulta che, stante l’ignoranza generale procurata ed endemica in cui versa il popolo italiano, una cui esigua minoranza conosce il suddetto Sacrario e l’ha mai sentito nominare, la televisione pubblica e privata e tutti gli altri mezzi di comunicazione l’abbiano mai celebrato, messo in mostra, esaltato, illustrato e fatto conoscere alla gran massa d’italiani costantemente abbindolata da giochini e spettacolini vari?

A me no.

E a qualcuno risulta anche che, ogni 4 novembre (data della Vittoria dell’Italia contro l’impero austro-ungarico nel 1918), sia scattata in tutta la nazione una corale, spontanea e commossa partecipazione di popolo alla suddetta ricorrenza, peggio dopo che, dal 1977 in poi, venne abolita come festa nazionale per lasciarvi l’8 di dicembre, festa dell’immacolata concezione, ben più gradita ai catto-liberal-comunisti-clerico-papisti a tutt’oggi imperversanti?

A me no.

Non risulta nulla di tutto questo.

Eppure, improvvisamente, come una folgore dal cielo, ecco piovere su Redipuglia e i suoi morti, per domenica 6 luglio corrente anno, alle ore 21.30, uno spettacolo allestito con gran dispendio di mezzi e di persone, la Messa da Requiem di Verdi nientemeno (chi mai la udì in quelle contrade per i nostri soldati alzi la mano), l’illustre direttore d’orchestra Riccardo Muti chiamato a dirigere, invitati da tutte le nazioni (in primis da Austria, Slovenia e Croazia), operatori, giornalisti, coristi, l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica e del Senato, gente di rango, biglietti esauriti, diretta televisiva, e insomma uno sfavillìo di preparativi, di folle e di opere.

Bè, meglio tardi che mai, voi direte.

Poveri illusi!

Credevate forse che tutto questo fantasmagorico sprigionarsi di lavori, di affacendamenti febbrili, solerti e zelanti, di questo correre avanti e indietro da Gorizia a Roma e da Roma a Gorizia, fosse per i nostri soldati, per la nostra Vittoria, per la nostra guerra, per i nostri eroi, insomma per la gloria dell’Italia e gli Italiani?

Non sia mai! Nossignore.

Tutto ciò è semplicemente per le vittime di tutte le guerre (che è come dire per tutti e per nessuno). E’ per le vie dell’amicizia (un eufemismo per dire che l’Italia deve fare la serva degli amici). E dunque, aggiungerei io, senza tema di sbagliare: è per la solita pace (mai come ora inesistente), per l’europa (inesistente pure lei), per il volemose bene, per il mondo e, ancor meglio, per la mondializzazione. E, sapendo da chi è fatta e voluta quest’ultima, in definitiva è per tutt’altri che per i nostri valorosi soldati morti per la Patria nel ‘15-‘18.

Come vedete, non si perde tempo. Le “vie dell’amicizia” hanno colpito ancora. E, col centenario della Grande Guerra in arrivo, è parso utile appropriarsi di un simbolo cardine dell’Italia, checchè sconosciuto ai più, un simbolo a cui i patrioti potrebbero sempre attaccarsi, sbandierandolo in una eventuale riscossa nazionale. Meglio obliare la uggiosa luce che ognora scaturisce dalle mitiche scalinate di Redipuglia che in ben pochi sono degni di salire, ma che comunque raccolgono continuamente visitatori, ignari o consapevoli che siano. E quale modo migliore, sulle note del povero Verdi che non può rivoltarsi altro che nella tomba, che quello di allestire la solita luminescente inscenata di bontà planetaria, fra compunti sorrisi e sorrisini, frasi fatte, abiti di circostanza, gente che non sa nemmeno chi è sepolto in quel Sacrario, eppure osa calcarne le soglie in obbedienza all’indifferenziazione storica ed umana, che è un caposaldo del nuovo ordine mondiale?

Ricordarsi di tutti vuol dire non ricordarsi di nessuno.

Celebrare tutti vuol dire non celebrare nessuno, che è lo scopo principale del messaggio fuorviante che conduce al letale azzeramento della memoria a cui siamo destinati se non reagiremo.

I caduti di tutte le guerre? Dunque anche di quelle del faraone Ramesse contro gli Ittiti e di quelle scatenate da Assurbanipal e Gengis Khan?

Ma fatemi il piacere!

Dimenticare i nostri soldati, i nostri eroi, i cui nomi sono scolpiti nitidamente sulle lapidi di bronzo, così malamente tenute, al punto che neanche ci si è sentiti in dovere di apprestare almeno un ritocco apparente per la televisione: ecco il vero fine e il vero effetto. Il nonno vestito da alpino col nipotino a mano e l’aria mesta di chi compiange e compatisce quei morti, offrendo loro una rosa rossa (quando sono il leccio e il lauro i simboli sacri e Romani dei nostri soldati): ecco il succo. Dimenticare insomma la guerra ‘15-’18, le sue ragioni storiche, che, per quel che riguarda l’Italia, furono profondamente patriottiche e identitarie, giacchè si trattò di riscattare intere regioni che ancora languivano sotto l’Austria. Evitare di riferire la verità, e cioè che la guerra fu causata per lo più dalla follia senile di Francesco Giuseppe, il comportamento delle cui truppe – affiancate da un certo momento in poi dai tedeschi – fu riprovevole. Si stese un velo pietoso sulle loro malefatte, ma il Friuli e il Veneto occupati dopo Caporetto ne seppero qualcosa, tra stupri, massacri e saccheggi, con opere d’arte messe fortunosamente in salvo. Sostituire alla Storia e a quello che fu il vero spirito dei combattenti, una sorta di piagnisteo pacifista, di commiserazione, di latente deprecazione della “follia della guerra”. In omaggio all’amicizia, certo. Quella che fa comodo agli altri.

Ma entriamo più addentro nel merito della questione, cioè del messaggio che deve veicolare sulla massa amorfa degli italiani da pseudo-celebrazioni come queste. E’ lo stesso che da anni si trasmette ai nostri giovani nelle scuole: i poveri soldati del ‘15-’18, nati sotto una cattiva stella, morti prematuramente per colpa della nazionalità, dei nazionalismi, della Patria e dei patriottismi, per colpa dei generali e degli ufficiali pazzi (ben diversi da quelli di oggi, che obbediscono tutti a ordini nobili, umanitari ed encomiabili del Governo) stanno a dimostrare ai nostri bei ragazzi annoiati che vagano da una discoteca all’altra senza ideali e senza lavoro, che nella cara Europa o, meglio, nel mondo senza frontiere, misto e multietnico, giammai succederà più un tale scempio di morti, feriti e mutilati, ed ecco perchè bisogna volersi bene e accogliere con sussidi, case popolari e lavoro assicurato i migranti.

E infatti le vicende della Siria, della Libia, dell’Ucraina, dell’Iraq, della Nigeria, del Sudan e via continuando lo dimostrano. Dimostrano quanto vanno lontano le “vie dell’amicizia”, i cui infallibili nocchieri, Europa e Stati Uniti, hanno così a cuore l’umanità.

E dunque è andata in scena a Redipuglia (resa irriconoscibile da un’orribile luce arancione spalmata sulle gradinate al buio, che sono invece uno sfavillare di bianco che s’alza verso il cielo), la solita esibizione di buonismo internazionalista oramai diventato di moda, a cui per fortuna la superba musica di Verdi non si è prestata, tanto tutto l’insieme è risultato vuoto, artefatto, senza sentimento e senza contenuti.

Abbiamo assistito alla banalità del bene. Dunque, al non-bene.

C’è un piccolo particolare, infatti: che il bene, quello vero, non è mai banale.

Redipuglia

Così è scritto all’ingresso del Sacrario di Redipuglia: “Agli invitti che diedero per la Patria tutto il sangue, solo è degno di accostarsi chi ha nel cuore la Patria”.

Gli indesiderati sono avvertiti, aggiungo io.

Maria Cipriano

6 pensieri su “La banalità del bene

  1. Arditi d'Italia

    Chiedetevi anche, come mai.. al concerto “per la pace” non è stato invitato il capo di stato ungherese, ed invece erano presenti quello sloveno e croato a rappresentanza di due paesi che nemmeno esistevano all’epoca, e che vennero creati proprio grazie alla nostra Vittoria sugli imperi austro – tedeschi!?

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  3. Francesco Cipriano

    Ho letto con molta attenzione l’articolo e non ho ombra di dubbio nel confermare che il suo contenuto di alto profilo storico ed umano ,a volte anche commovente ma non disgiunto anche da un forte senso di rabbia,sia pienamente condivisibile. Nella disarmante ed impietosa cronaca della sua cruda notizia relativa alla celebrazione dell’evento spicca una toccante analisi storiografica che analizza l’immenso patrimonio umano del nostro Paese ,oggi quasi completamente dimenticato sia nella forma che nella sostanza soprattutto da chi avrebbe titolo per farlo nel modo migliore. Oggi viviamo infatti in una società malata dove i morsi del tempo anziché graffiare ed annullare la mediocrità di una variegata classe dirigente si rivolge all’opinione pubblica ma soprattutto alle giovani generazioni negando tutto e di tutto ovvero quasi censurando una storia italiana fatta sì di grandi geni e grandi menti ma anche di centinaia di migliaia di martiri che col loro sacrificio volevano solo un’Italia sicuramente migliore. La testimonianza del loro ricordo rivolto in maniera semplice,genuina ma soprattutto concreta e veritiera ,senza finte apparizioni circoscritte solo ad un circuito ristretto, sicuramente sarebbe uno stimolo dai risvolti positivi non solo tra i giovani ma anche verso tutte le categorie del sociale. Ma penso sia un calcolo sbagliato perché come diceva Georges Bernanos “i nostri più pericolosi calcoli sono quelli che chiamiano illusioni.” Ad majora!

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  4. Francesco Cipriano

    “La notte porta consiglio” . Volevo ritornare sul nobile articolo dell’autrice,che guarda caso porta il mio nome, per sapere,secondo la sua autorevole opinione, quali sono le cause di questa insipienza o meglio di questo riprovevole comportamento da parte della nostra attuale classe dirigente di fronte ad una celebrazione che dovrebbe smuovere e commuovere tutta l’opinione pubblica dai più piccoli ai più grandi. Fingere amore,buoni sentimenti e virtù morali per cattivarsi la fiducia e la benevolenza degli altri circoscrivendo il tutto in una ristretta cerchia di allampanate persone quasi eludendo lo spirito ed il pensiero di un intero popolo é una cosa davvero triste per non dire squallida. Ma quali i motivi di questa apatia verso una tormentata e gloriosa storia italiana? Quali le cause di questa indifferenza anche tra gli organi di informazione? Quali le ragioni di un serio impegno nelle scuole e nelle aule didattiche? Perché non dare corso ad una sacra festività laica fuori da qualunque consenso politico? Insomma dove vanno ricercate le colpe,perché di colpe si tratta, di questo abulico comportamento generale quasi fosse vittima di un ricordo di cui non si conosce la sua grande portata? Sulla tomba di Robespierre c’è scritto” cittadino,giù il cappello: se io non fossi quà ,tu non saresti là “

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  5. Maria Cipriano

    Ringrazio per gli apprezzamenti e l’interesse dimostrati al mio articolo: i nostri caduti meritano che li si difenda a spada tratta anzitutto nella loro dignità di militari che sapevano bene cosa facevano e per chi e cosa combattevano, contrariamente alle illazioni dei “pacifisti” e dei “buonisti” di oggi.
    Trovo grandemente oltraggioso che li si consideri, al contrario, delle marionette in divisa costrette a combattere, e dunque degne di commiserazione e pietà, da parte di gente che non conosce un solo episodio della Grande Guerra.
    A proposito del Presidente ungherese, informo il gentile lettore che vi ha fatto cenno che proprio in questi giorni l’Ungheria ha nominato il suo ambasciatore a Roma, ma non piace all’America,e dunque il nostro Governo è stato sottoposto alle solite pressioni per ricusarlo. Tutto nello spirito della democrazia e delle “vie dell’amicizia”, naturalmente.
    Riguardo alla domanda rivoltami dal gentile lettore mio omonimo, rispondere alla cruciale questione da lui sollevata porterebbe lontano. Dico solo che la classe dirigente del dopoguerra, salvo eccezioni (che pure non sono mancate e non mancano anche oggi), si rifa a concezioni politiche e ideologiche sostanzialmente anti-nazionali. E’ la classe dirigente che ci ha fatto firmare una resa incondizionata, sostenendo la sua assoluta inevitabilità. E’ la classe dirigente a cui la parola “Patria” ha sempre dato fastidio. E’ la classe dirigente che ha strizzato l’occhio ai secessionisti, indipendentisti e regionalisti vari. E’ la classe dirigente che ci sta svendendo sotto il naso il nostro prezioso, invidiato e sudato patrimonio pubblico. E’ la classe dirigente che accoglie i migranti a getto continuo, come noi fossimo il paese dei balocchi. E’ la classe dirigente per la quale il Risorgimento, la Grande Guerra e l’Irredentismo sono degli ingombri da scansare via.
    Ce la ritroviamo sul groppone per ragioni storiche, psicologiche, per ingenuità nostra, per sfortuna, per superficialità, ignoranza, e altro ancora.
    Qualcuno dice che ormai è troppo tardi per reagire. Io dico che non è mai troppo tardi.
    Certe volte, basta la parola. Si tace per quieto vivere, per stanchezza, per prudenza e per mille altre ragioni. Ma, nel silenzio, il male avanza e progredisce. Una parola invece non costa nulla. Una parola spesa per la Patria, ogni giorno, è un seme che facilmente attecchirà e farà riflettere.
    Non stiamo zitti, perciò, non chiudiamoci in noi stessi, non pieghiamo il capo, ma leviamo fieramente la testa e parliamo per far parlare la Patria. Qualcuno capirà
    Viva l’Italia!
    Maria Cipriano

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