Il Trattato di Torino (1860)

Tra i vari trattati internazionali che nel corso del tempo hanno mutilato l’Italia, quello più noto a livello popolare è indubbiamente quello di Osimo del 1975, sia per la vicinanza temporale che per la sua assurdità. Meno famoso ma altrettanto degno di nota fu quello di Torino del 1860, che decretò il distacco della Savoia e della contea di Nizza dall’allora Regno di Sardegna, il quale di lì a poco sarebbe diventato il Regno d’Italia.

Analisi storica
545px-Nice_Arms.svgLa città di Nizza, tralasciando le epoche più antiche delle quali è bene ricordare il fatto che Augusto stabilì il fiume Varo come confine occidentale italiano, vide alterne dominazioni dopo che la caduta dell’Impero Carolingio le aveva permesso di ergersi a libero comune. Venne occupata più volte dai conti di Provenza, passò dunque sotto dominio angioino e durante la contesa tra Luigi II d’Angiò e Ladislao, i Grimaldi di Boglio (un’antica famiglia italiana che governava la Contea di Nizza), convinsero la città a dichiararsi per re Ladislao. Quest’ultimo, non potendo aiutarla, concesse la libertà di darsi in dominio a qualunque signore che non fosse il duca d’Angiò. Così Nizza, il 28 settembre 1388, espresse la volontà di entrare a far parte del Regno di Sardegna sotto Amedeo VII di Savoia per mezzo della Dedizione di Saint-Pons. L’atto di dedizione, soprattutto in funzione anti francese includeva la promessa che la Contea non sarebbe più stata ceduta dai Savoia a nessuno. Tre anni dopo Nizza prestò solenne omaggio ad Amedeo VII riconoscendolo come unico sovrano e l’annessione fu ratificata nel 1402 con la rinuncia angioina e nel 1419 con il riconoscimento imperiale. Da quel momento in poi Nizza seguì le alterne sorti del regno sabaudo, venne occupata più volte ma tornò sempre in mano dei Savoia. Uno tra gli episodi più famosi fu l’assedio dei franco-turchi del 1543, quando i cittadini difesero valorosamente la propria città, arroccandosi nel castello (che rimarrà inespugnato) una volta che gli assedianti saccheggeranno la cittadina conquistata. Caterina Segurana è l’eroina più famosa di questa vicenda, e ancora oggi è un simbolo della città di Nizza, che nell’immaginario cittadino rappresenta quindi una valorosa nizzarda che si oppose ai francesi, e che per questo venne impiccata alla Porta Paroliera dalle loro truppe occupanti. Nonostante alterne vicende come il dominio francese tra il 1796 e il Congresso di Vienna, Nizza finì col tornare sempre ai Savoia, che garantirono prosperità, abbellimenti e sviluppo. Nizza si presentava quindi come una città italianissima, l’italiano era la sua lingua ufficiale dal 12 febbraio 1561 quando Emanuele Filiberto lo aveva sostituito al latino, e i dialetti della città e della Contea avevano caratteristiche peculiari ed esclusivamente locali. Il dialetto nizzardo infatti, la cui base è occitana, risente delle notevoli influenze dei dialetti piemontese e ligure, così come le costruzioni sintattiche e grammaticali risentono quella dell’italiano. Appare chiaro quindi che non è sicuramente un dialetto francese, così come non lo sono gli altri parlati nella Contea: quelli della Val Roja, di Breglio, Fontano e Saorgio sono liguri, così come quelli di Mentone, Roccabruna e Monaco. Per la Savoia la questione era diversa, e la scelta di Emanuele Filiberto di indicare il francese come lingua ufficiale dimostra la predominanza di questa lingua contrariamente a quanto stabilito per il nizzardo. E’ giusto ricordare però che la Savoia era abitata da una popolazione di origine borgognona, che non si sentiva affatto francese, ed era naturalmente legata alla casa regnante dei Savoia, originaria proprio di quella terra. Un particolare da notare è sicuramente il fatto che a Nizza l’occitano-provenzale si era quasi estinto dopo che nel 1539, durante il dominio francese, con la “ordonnance di Villers-Cotterets” era stato imposto l’uso esclusivo del francese, un’abitudine che i francesi non perderanno mai, come vedremo, mentre i Savoia non proibirono mai il dialetto nizzardo nonostante la lingua ufficiale fosse l’italiano. Fino al 1860 la lingua italiana diviene quindi nel nizzardo anche la lingua delle scuole e dei letterati tra i quali ricordiamo Giuseppe Andrè (direttore negli anni de “Il diritto di Nizza”, “La Voce di Nizza” e “Il Pensiero di Nizza” e autore di diverse opere tra cui “Nizza negli ultimi quattro anni”, testimonianza dell’esperienza dei Vespri Nizzardi), Enrico Sappia (giramondo e combattente per molte cause, partecipò alla difesa della Repubblica Romana e ai Vespri Nizzardi e fu autore di “Nizza contemporanea” stampato a Londra nel 1871) e Francesco Barberis (autore di “L’addio a Nizza” nel 1860 e “Nizza italiana, raccolta di varie poesie italiane e nizzarde” pubblicato in esilio a Firenze nel 1871).

cavouroggiNizza appare dunque come una città dalla storia, lingua e cultura estremamente legata all’Italia. Come si arrivò alla vergognosa cessione ratificata dal subdolo Trattato di Torino e sancita dal plebiscito farsa? Come si sa nel 1858 l’Italia era divisa in diversi regni e ducati. Il sogno di unità nazionale di Cavour (di tipo federalista), e la volontà di Napoleone III di riscattare l’umiliazione del Congresso di Vienna e mantenere un controllo sulla penisola italiana promuovendone l’indipendenza (ma non l’unità che avrebbe ostacolato questo progetto) trovarono conciliazione negli Accordi di Plombières del 21 luglio 1858. L’incontro, preceduto da vari abboccamenti tra vari messi dei due Stati, si risolse in un accordo verbale tra i due personaggi suddetti, nella cui discussione si erano trattate varie questioni. Napoleone III si impegnava a sostenere con tutte le sue forze il Regno di Sardegna in una guerra contro l’Austria, a patto che la guerra avvenisse non per una causa rivoluzionaria, in parole povere una guerra apparentemente difensiva, da poter meglio giustificare di fronte l’opinione pubblica nazionale ed europea. Il punto che interessava l’imperatore francese era cacciare i rivali austriaci dalla penisola, ed organizzarne un riassetto a lui favorevole che negli Accordi di Pombières era stato affrontato pressappoco nella maniera seguente: Il Regno di Sardegna, la Pianura Padana fino all’Isonzo e la Romagna pontificia sotto la guida di Vittorio Emanuele II (Regno del Nord); lo Stato Pontificio (esclusa Roma e dintorni) e il Granducato di Toscana (Regno del Centro) sotto la guida della Duchessa di Parma Luisa Maria di Borbone (in caso di una fuga in Austria dell’austriacante Leopoldo II  di Toscana); Roma e dintorni sotto controllo del Papa; il Regno delle due Sicilie (Regno del Sud) sotto il sovrano dell’epoca Ferdinando II. Questo progetto, sulla falsariga di quello federalista della Confederazione Germanica, prevedeva la presidenza onoraria del Papa.

1859Italia_1In cambio dell’aiuto nella guerra contro l’Austria, Napoleone III  chiedeva la Savoia e la Contea di Nizza. Cavour si mostrò accondiscendente per la prima, in virtù del principio di nazionalità che la avvicinava più alla Francia che all’Italia, nonostante fosse la culla della casa reale che avrebbe dovuto guidare il Regno dell’Alta Italia; su Nizza la questione era diversa poiché quello stesso principio di nazionalità che poteva rendere “comprensibile” la cessione della Savoia e su cui si basava il progetto di unificare l’Italia sarebbe venuto meno cedendo una terra strettamente legata al Piemonte da secoli per geografia, storia, lingua, cultura e soprattutto volontà, in luogo di una altrettanto secolare resistenza alle pressioni espansionistiche francesi.

La questione non venne definita precisamente, preferendo concentrarsi nei mesi successivi sulle operazioni militari e sul gioco di alleanze europee che avrebbe dovuto garantire la neutralità/assenso di alcuni Stati chiave (Gran Bretagna, Prussia e Russia). Vi furono molte resistenze, soprattutto interne alla Francia che non vedeva di buon occhio un impegno a favore del Regno di Sardegna contro l’Austria, favorita dall’Inghilterra in chiave anti Russia nei Balcani, anche per la paura che Cavour puntasse a Roma e allo Stato Pontificio di cui i francesi erano protettori.  Per suggellare la futura alleanza, Napoleone III propose un ulteriore accordo per combinare un matrimonio tra suo cugino, l’anziano e dissoluto Gerolamo Bonaparte, e la quindicenne Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, che si sacrificò da autentica eroina silenziosa del nostro Risorgimento. Gli Accordi di Plombières trovarono realizzazione nella stipulazione dell’Alleanza sardo-francese firmata tra il 26 e il 29 Gennaio 1859.  Il documento diplomatico comprendeva: un Trattato di alleanza offensiva e difensiva, la Convenzione militare e la Convenzione finanziaria. In breve:

Trattato di Alleanza

  • Art.1 prevedeva che in caso di una atto aggressivo dell’Austria contro il Regno di Sardegna, si sarebbe stipulata un’alleanza offensiva e difensiva tra l’imperatore francese e il Re di Sardegna.
  • Art.2 spiegava lo scopo dell’Alleanza: liberare l’Italia dagli austriaci e soddisfare i voti delle popolazioni per costituire, in caso di vittoria, un Regno del Nord Italia sotto la guida dei Savoia
  • Art.3 affermava che in nome dello stesso principio sopra enunciato il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza sarebbero state “riunite” alla Francia.
  • Art.4 prevedeva il rispetto della sovranità del Papa nell’interesse della religione cattolica
  • Art.5  prevedevano che le spese per la guerra sarebbero state sopportate tutte dal costituendo Regno dell’Alta Italia .
  • Art.6 concludeva che le Parti si sarebbero dovute consultare prima di intraprendere una qualsiasi trattativa per la cessazione delle ostilità.

Convenzione militare

  • Art.1 prevedeva che le forze militari sarebbero state di 300.000 uomini (2/3 francesi, 1/3 sardi) e che una flotta nell’Adriatico avrebbe assecondato le operazioni di terra.
  • Art.2 poneva le province occupate in stato d’assedio e sotto diretto controllo dei Savoia.
  • Art.3 eleggeva Napoleone III comandante in capo dell’esercito.
  • Art.4 implicava l’arruolamento di soldati sardi esperti per presentare un esercito preparato.
  • Art.5 stabiliva i regolamenti per l’approvvigionamento delle truppe francesi su suolo italiano.
  • Art.6 regolava Genova come piazza di deposito e approvvigionamento per i francesi
  • Art.7 valutava le requisizioni e gli indennizzi per l’approvvigionamento dell’esercito francese in base alle forme della contabilità francese. 

Convenzione finanziaria

  • Art.1 stabiliva che tutte le spese di guerra in Italia sarebbero state rimborsate alla Francia mediante annualità pari al 10% delle entrate di ogni natura percepite dal Regno dell’Alta Italia
  • Art.2 regolava l’emissione di buoni da parte delle autorità sarde per pagare le forniture militari dei francesi all’esercito sardo
  • Art.3 divideva in parti uguali i profitti incamerati dalle imposte delle province occupate.
  • Art.4 istituiva una commissione mista per la liquidazione dei debiti di guerra.

La firma venne retrodatata al 12 e 16 Dicembre 1858, per non presentare l’Alleanza temporalmente a ridosso del matrimonio dinastico avvenuto il 30 Gennaio. Alla stipula dell’Accordo Cavour venne più volte interrogato da una commissione parlamentare riguardo i dettagli dell’accordo, e il Conte mentì affermando che non c’era stata nessuna trattativa riguardante la Savoia e Nizza. La realtà era ben diversa e già piuttosto chiara (almeno secondo i francesi): Nizza e Savoia in cambio dell’aiuto per la conquista di Milano, Venezia e Bologna. Il sogno di unità nazionale di Cavour dipendeva paradossalmente da Vienna, poiché l’alleanza si sarebbe concretizzata in caso di offensiva asburgica. Le provocazioni piemontesi, insieme ad un massiccio riarmo (violando l’accordo di pace del 1849), portarono all’ultimatum austriaco, che venne respinto scatenando la Seconda Guerra d’Indipendenza. La storia è nota a tutti, i franco-piemontesi in poco più di un mese riuscirono a liberare la Lombardia che il 9 Giugno 1959, confermando il plebiscito del 1848 entrerà a far parte del Regno di Sardegna. Successivamente vennero occupate le isole di Lussino e Cherso nel Quarnaro, che accolsero le truppe franco-sarde sventolando tricolori francesi e sabaudi, mentre Garibaldi occupò Como, Bergamo e Brescia con i suoi cacciatori delle Alpi. L’avanzata continuò verso le fortezze del Quadrilatero dove gli austriaci si ritirarono ricevendo rinforzi, per attirare l’armata franco-piemontese nella zona teatro della vittoriosa operazione del generale Radetzky 11 anni prima. Qui ebbero luogo le vittoriose battaglie di Solferino (in foto) e San Martino del 24 giugno 1859, (precedute da una grande offensiva francese a Magenta) con le quali i sabaudi e i francesi cacciarono al di là del Mincio gli austriaci, dando l’impressione di una rapida conquista anche del Veneto. Napoleone III però, per evitare di allargare la guerra all’Europa Centrale viste le minacce di intervento prussiane, stipulò una tregua con gli austriaci, e incontrò Francesco Giuseppe a Villafranca pochi giorni dopo, dove venne firmato il cosiddetto Armistizio di Villafranca.  L’armistizio poneva le basi per le trattative di pace, con le quali Napoleone III però si proponeva di trattare la cessione della sola Lombardia, venendo meno agli accordi di Plombières. Vittorio Emanuele II accettò, mandando su tutte le furie Cavour che protestò vivamente sia con l’imperatore francese che con il suo sovrano, spronandolo a proseguire la guerra da solo pur di liberare gli italiani dal giogo austriaco. Le sue richieste rimasero inascoltate, anche per la volontà di Austria e Francia di estrometterlo dal palcoscenico europeo vista la sua pericolosità per la pace che si stava stipulando.

L’armistizio nelle sue condizioni finali prevedeva:

  • Napoleone III e Francesco Giuseppe avrebbero favorito la creazione di una Confederazione Italiana a guida papale (grosso danno di immagine per la casa Savoia secondo Cavour, che si sarebbe “alleata” con gli austriaci che opprimevano  gli italiani).
  • L’Austria avrebbe ceduto la Lombardia alla Francia (che l’avrebbe girata al Regno di Sardegna) escluse le piazzeforti di Mantova e Peschiera.
  • Il Veneto sarebbe rimasto all’Austria ma avrebbe fatto parte della costituenda Confederazione.
  • Il Granduca di Toscana e il Duca di Modena (filoaustriaci) sarebbero rientrati nei loro domini.
  • Gli imperatori francese e austriaco avrebbero chiesto riforme sociali e politiche nello Stato papale

image007Il Trattato venne formalizzato con la Pace di Zurigo del novembre 1859, ma nei fatti non venne rispettato se non per quanto concerne la Lombardia. Infatti le popolazioni dell’Italia centrale avevano subito allontanato i propri sovrani, esprimendo il desiderio di entrare a far parte del Regno di Sardegna. Erano già state reclutate ingenti forze, unite all’esercito rivoluzionario toscano, inquadrato da ufficiali piemontesi.  Era quindi impossibile realizzare la Confederazione e le riforme nello Stato Pontificio. Pur non realizzatisi nella propria interezza, gli Accordi di Plombières avevano comunque portato ad una guerra di liberazione che aveva sancito militarmente e politicamente la più grande disfatta austriaca sul suolo italiano. Tuttavia Napoleone III era venuto meno all’accordo che stabiliva la liberazione di tutta l’Alta Italia, e le minori conquiste territoriale conseguite dai Savoia, lasciavano spazi di manovra per non cedere la Savoia e Nizza. Dopo le prime polemiche e disperazioni, lo stesso Cavour si rese conto delle condizioni favorevoli della situazione. Per risolvere lo stallo la Francia proponeva l’annessione al Piemonte dei Ducati di Parma e Modena, un controllo sabaudo sulla Romagna pontificia, un regno separato in Toscana sotto la guida di un esponente dei Savoia, e la cessione di Nizza e Savoia. In caso di rifiuto il Piemonte se la sarebbe dovuta vedere da solo contro l’Austria, ma Cavour, fiutando il vento, accettò di tenere plebisciti per l’annessione a Parma, Modena e in Romagna (le Marche e l’Umbria invece vennero riprese dai papalini, famoso il “massacro di Perugia” del 20 giugno 1859), sfidando però la Francia sulla Toscana, forte dell’appoggio della Gran Bretagna. La Francia, che non vedeva di buon occhio una grande espansione territoriale del Regno di Sardegna che avrebbe compromesso il suo desiderio di controllo sulla penisola, reagì con veemenza all’annessione tramite plebiscito della Toscana, avvenuta il 12 Marzo 1860, e sollecitò vivamente la cessione di Nizza e Savoia. Il 24 Marzo 1860 venne così firmato il famigerato Trattato di Torino, che sanciva la cessione alla Francia della Savoia e di Nizza.

La decisione era presa, ma fu deciso di dare un tono di formalità all’evento, organizzando un plebiscito con il quale la popolazione avrebbe potuto esprimere la propria volontà di unirsi o meno alla Francia. E’ chiaro che, essendo il Trattato già firmato e concepito da tutti come una compensazione territoriale per risarcire Napoleone III dell’aiuto prestato nella Seconda Guerra d’Indipendenza, il risultato fosse scontato. Il Trattato venne reso noto il 30 Marzo, e il 1 Aprile il re Vittorio Emanuele II affermava con un proclama che, pur rammaricandosi nel doversi separare da province che per molto tempo avevano fatto parte del regno, egli aveva considerato che i cambiamenti territoriali avvenuti in Italia giustificassero la richiesta francese su Nizza e Savoia. Una perifrasi per indorare l’amara pillola della separazione da un milione di cittadini sabaudi e da due delle terre di appartenenza più antica della dinastia. Il plebiscito si tenne il 15/16 Aprile nella Contea di Nizza, il 22/23 dello stesso mese in Savoia. Le procedure fecero assumere al plebiscito le connotazioni di una farsa, realizzata sotto occupazione militare francese e con infiltrazioni, pressioni e brogli pur di indirizzare il risultato delle votazioni nella direzione voluta dalle autorità. Vennero ammessi al voto nella Savoia molte persone residenti in Francia ma di origine savoiarda, il voto non venne reso segreto, in alcuni paesi (79 su 89 di tutta la contea nizzarda) non risultò neanche un voto contrario  all’annessione, in altri furono addirittura più i voti favorevoli che gli aventi diritto al voto. Le percentuali “bulgare” risentirono inoltre dell’assenza di molti nizzardi che fuggirono subito in Italia e al ritorno vennero bloccati alla frontiera per non votare, e dei molti presunti francesi residenti nell’impero e originari alla lontana di Nizza e Savoia che vennero condotti in loco per votare a favore. Infatti nella sola città di Nizza, secondo il censimento del 1859, i residenti erano 44.091, di cui 11.000 iscritti a votare. Al plebiscito invece si avranno 6.810 sì e 11 no all’annessione. In definitiva nella Contea di Nizza, i votanti furono 25.833 su 30.716, con 25.743 voti favorevoli all’annessione, 60 contro,  30 voti nulli e 4883 astensioni. Nella Savoia i votanti furono 135.449 su 145.449, con 130.553 voti favorevoli (di cui 47.000 favorevoli anche alla “zona franca”), 235 contro, 71 voti nulli e 4590 astensioni. L’unico luogo dove si riuscì ad avere un’elezione scevra da condizionamenti fu sulle navi sabaude ancorate nei vari porti: 119 marinai nizzardi aventi diritto espressero la loro volontà in maniera indipendente, 114 contro l’annessione, 5 a favore. Davvero una storia sporca, oscura e ancora oggi nascosta, una violenza camuffata con metodi democratici esercitata su un intero popolo che non avrà libero dritto di scelta. A questa cessione, come se non bastasse, saranno aggiunte anche Mentone e Roccabruna. Il 29 Maggio e il 10 Giugno, con pochissimi voti contrari e con solo alcuni parlamentari e senatori che parleranno contro l’infame Trattato, i due rami dell’ordinamento sabaudo ratificheranno  il Trattato di Torino e la cessione di Nizza e Savoia.

528471_3260693790674_1067046204_32674723_1126293570_nLa firma del Trattato il 24 Marzo 1860 consegnava di fatto la contea di Nizza e la Savoia alla Francia. La decisione era presa, ma fu deciso di dare un tono di formalità all’evento, organizzando un plebiscito con il quale la popolazione avrebbe potuto esprimere la propria volontà di unirsi o meno alla Francia. É chiaro che, essendo il Trattato già firmato e concepito da tutti come una compensazione territoriale per risarcire Napoleone III dell’aiuto prestato nella Seconda Guerra d’Indipendenza, il risultato fosse scontato. Il Trattato venne reso noto il 30 Marzo, e il 1 Aprile il re Vittorio Emanuele II affermava con un proclama che, pur rammaricandosi nel doversi separare da province che per molto tempo avevano fatto parte del regno, egli aveva considerato che i cambiamenti territoriali avvenuti in Italia giustificassero la richiesta francese su Nizza e Savoia. Una perifrasi per indorare l’amara pillola della separazione da un milione di cittadini sabaudi e da due delle terre di appartenenza più antica della dinastia. Il plebiscito si tenne il 15/16 Aprile nella Contea di Nizza, il 22/23 dello stesso mese in Savoia. Le procedure fecero assumere al plebiscito le connotazioni di una farsa, realizzata sotto occupazione militare francese e con infiltrazioni, pressioni, violenze, minacce e brogli pur di indirizzare il risultato delle votazioni nella direzione voluta dalle autorità. Vennero ammesse a votare persone che non ne avevano il diritto, il voto non venne reso segreto, in alcuni paesi (79 su 89 di tutta la contea nizzarda) non risultò neanche un voto contrario  all’annessione, in altri furono addirittura più i voti favorevoli che gli aventi diritto al voto. Le percentuali “bulgare” risentirono inoltre anche dei molti presunti francesi residenti nell’impero e originari della lontane Nizza e Savoia che vennero condotti in loco per votare a favore dell’annessione, e dell’assenza di molti nizzardi che a causa dell’occupazione militare francese erano fuggiti in Italia e che vennero bloccati alla frontiera per non votare. Infatti nella sola città di Nizza, secondo il censimento del 1859, i residenti erano 44.091, di cui 11.000 iscritti a votare. Al plebiscito invece si avranno 6.810 sì e 11 no all’annessione. In definitiva nell’intera Contea di Nizza, i votanti furono 25.833 su 30.716, con 25.743 voti favorevoli all’annessione, 60 contro,  30 voti nulli e 4883 astensioni. Nella Savoia i votanti furono 135.449 su 145.449, con 130.553 voti favorevoli (di cui 47.000 favorevoli anche alla “zona franca”), 235 contro, 71 voti nulli e 4590 astensioni. L’unico luogo dove si riuscì ad avere un’elezione scevra da condizionamenti fu sulle navi sabaude ancorate nei vari porti: 119 marinai nizzardi aventi diritto espressero la loro volontà in maniera indipendente: 114 contro l’annessione, 5 a favore. Davvero una storia sporca e ancora oggi nascosta, una violenza, camuffata con metodi democratici, ed esercitata su un intero popolo che non avrà libero dritto di scelta. A questa cessione, come se non bastasse, saranno aggiunte anche le cittadine di Mentone e Roccabruna. Il 29 Maggio e il 10 Giugno, con pochissimi voti contrari e con solo alcuni parlamentari e senatori che parleranno contro l’infame Trattato, i due rami dell’ordinamento sabaudo ratificheranno  il Trattato di Torino e la cessione della contea di Nizza e della Savoia.

Analisi del Trattato
Come già detto, il Trattato venne firmato il 24 Marzo 1860 nell’allora capitale piemontese. Gli articoli erano 9 e per una doverosa precisione li esamineremo brevemente di seguito:

Art. 1 – Il Trattato si apre con la dichiarazione del Re di Sardegna di acconsentire alla “riunione” della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia, e alla rinuncia da parte di questi e di tutti i suoi discendenti e successori a qualunque diritto sui detti territori. La “riunione”, viene specificato, avverrà tenendo conto della volontà popolare, sui cui mezzi di espressione i sovrani si accorderanno il prima possibile. Come spiegato qualche riga sopra, il fantomatico referendum si risolse in una vera e propria violenza spacciata come consultazione democratica.

Art.2 – Nel secondo articolo si passa ad esaminare le parti “neutralizzate” della Savoia, create con il Trattato del Congresso di Vienna, che si afferma non potranno essere trasferite dal Re di Sardegna se non alle condizioni secondo le quali egli stesso le possiede. Per quanto riguarda tutte le altre, sarà facoltà dell’Imperatore francese accordarsi con le altre potenze rappresentate al Congresso di Vienna e con la Confederazione Elvetica al fine di dare le garanzie necessarie in seguito alla stipulazione del Trattato di Torino e al cambio di sovranità.

Art. 3 – Il terzo articolo tratta specificamente della delimitazione dei nuovi confini tra la Francia e il Regno di Sardegna, demandati ad una commissione mista che, con spirito di equità e tenendo conto della conformazione del territorio e delle necessità difensive dei due Stati, traccerà le nuove frontiere.

Art. 4 – L’articolo 4 affida a  delle commissioni miste il compito di risolvere le questioni incidentali a cui la “riunione” darà luogo, ossia la determinazione della parte contributiva della Savoia e del circondario di Nizza all’interno del debito pubblico della Sardegna e l’adempimento delle obbligazioni risultanti dagli accordi passati con il governo sardo. Quest’ultimo inoltre si impegna a terminare i lavori intrapresi per la perforazione del tunnel delle Alpi presso il Moncenisio.

Art.5 – I funzionari dell’ordine civile e i militari sabaudi e nizzardi che diverranno sudditi francesi, vedranno riconosciuti i diritti da loro acquisiti all’interno del Regno di Sardegna, quali benefici e garanzie assicurate all’esercito.

Art.6 – L’articolo sesto prescrive che i cittadini della Savoia e della Contea di Nizza che invece intenderanno conservare la nazionalità sarda, avranno un anno di tempo, a partire dallo scambio delle ratifiche, per notificare all’autorità competente l’intenzione di mantenere la cittadinanza sarda e trasferirsi in Italia. Avranno altresì la possibilità di mantenere i propri immobili situati sui territori passati alla Francia.

Art.7 e Art.8 – Gli ultimi due articoli del Trattato si soffermano sulle modalità di entrata in vigore del medesimo e dello scambio degli strumenti di ratifica.

Appare chiaro come la storia dietro questo Trattato sia molto poco limpida, condizionata da accordi sottobanco che si presero gioco del consenso popolare al quale invece a parole veniva demandato il futuro delle due regioni del Regno di Sardegna. Negli anni seguenti tuttavia, il popolo nizzardo tenterà con ogni mezzo di mantenere la propria identità e di opporsi al processo di snazionalizzazione attuato dai francesi.

Nizza italianaNonostante 10 anni di propaganda, repressione e vessazioni che si inquadravano in un preciso disegno di vero e proprio genocidio culturale, il popolo nizzardo si adoperò quotidianamente per opporsi alla francesizzazione forzata. Dopo la sconfitta di Sedan e la proclamazione della Terza Repubblica, approfittando del leggero momento di sbandamento statale e dell’allentarsi della morsa repressiva, la popolazione prese coraggio e il sentimento italiano di Nizza riesplose prepotentemente: alle elezioni dell’8 Febbraio 1871 le liste filo-italiane ebbero 26.534 voti su 29.428 voti espressi. Le manifestazioni di giubilo dei cittadini scoppiarono spontaneamente in ogni angolo della città, e tra la folla inneggiante all’Italia spuntò una bandiera con la scritta INRI, che voleva dire “I Nizzardi Ritorneranno Italiani”. Al grido “Abbasso la Francia! Viva l’Italia!”, la popolazione, forte del successo elettorale, testimoniò apertamente la repressione subita in 10 anni di dominio francese, e rivendicò prepotentemente la propria identità e la propria appartenenza alla vera Madrepatria, l’Italia. In tutta risposta, il governo francese inviò 10.000 soldati, che dopo iniziali difficoltà nel disperdere la folla che andava aumentando gridando “Viva l’Italia” e “Viva Garibaldi”, soffocarono con la violenza gli entusiasmi popolari. Nei 3 giorni seguenti, passati alla storia come “Vespri Nizzardi”, vennero chiusi gli ultimi giornali in lingua italiana rimasti, e la maggioranza degli irredentisti venne incarcerata o espulsa, ultimando quella repressione iniziata anni prima con la francesizzazione dei cognomi, della toponomastica e l’eliminazione dell’italiano dalle scuole e dagli atti pubblici.

Dopo quei 3 giorni di luminosa testimonianza di italianità, per anni la questione nizzarda scomparve dalla politica italiana, presa dai problemi del nascente Regno e dai cambiamenti degli equilibri geo-politici europei, che portarono quest’ultimo all’ambigua alleanza con l’impero germanico e con lo storico nemico austro-ungarico. Solamente dopo la vittoria nella Grande Guerra, con l’ascesa del fascismo, Nizza e la vecchia contea torneranno prepotentemente nel novero delle terre irredente ancora sotto dominio straniero. La sconfitta bellica nella seconda guerra mondiale porrà di fatto una pietra tombale sulle speranze di vedere Nizza restituita all’Italia. Ma è proprio dal Trattato di Pace del 1947, che privò l’Italia anche della Val Roia con Briga e Tenda, che nascono i presupposti per cancellare definitivamente dalla storia l’infame Trattato di Torino.

Il 10 giugno 1940, all’ingresso in guerra dell’Italia, tutti i trattati bilaterali firmati anteriormente a quella data tra Italia (erede del Regno di Sardegna) e Francia, vennero annullati. Il 10 Febbraio 1947 venne firmato il Trattato di Pace di Parigi, che all’articolo 44 prescriveva che tutte le potenze avrebbero dovuto comunicare all’Italia quali trattati mantenere in vigore, notificandoli al Segretariato delle Nazioni Unite. Tra i molti trattati che la Francia notificò, figurava addirittura quello del 24 Marzo 1760 relativo ad alcune rettifiche sul confine franco-sabaudo (il fiume Varo come confine naturale e politico) ma non il Trattato di Torino del 1860, che sempre secondo l’art.44 del trattato di pace del ’47, veniva a decadere dopo sei mesi, insieme a tutti gli altri trattati non notificati. Di fatto quindi, l’occupazione francese della Savoia e della vecchia contea di Nizza non ha basi giuridiche, è illegale ed illegittima esattamente dal 15 marzo 1948, 6 mesi dopo l’entrata in vigore del Trattato di Pace di Parigi.

Il 25 Dicembre 2012, Jean de Pingon (fondatore della Lega Savoiarda) ha annunciato che il Segretariato dell’ONU si è rifiutato di registrare il Trattato di Torino, dando seguito al documento da lui presentato il 24 Marzo 2010 insieme ad Alain Roullier-Laurens (Presidente del Partito nizzardo e fondatore della Lega per la restaurazione dei diritti e delle libertà nizzarde) che denunciava la mancata registrazione presso le Nazioni Unite del suddetto trattato e quindi la sua definitiva abrogazione. Pochi mesi dopo la pubblicazione di quel documento, il governo francese dichiarò l’intenzione di voler sottoporre il Trattato alle Nazioni Unite per registrarlo. L’8 gennaio 2013, in una risposta ad un’interrogazione parlamentare, il governo ha confermato il rifiuto dell’ONU di procedere alla registrazione del trattato (come preannunciato da Pingon il 25 Dicembre 2012) poiché antecedente al 1945 e già pubblicato in diverse collezioni di trattati. L’affermazione è davvero comica, ma ancora più comico è quanto sostenuto dal governo francese in merito ad una presunta “nota verbale” inviata all’Italia il 1 Marzo 1948 (entro i 6 mesi previsti dal Trattato di Pace del 1947) riguardante l’intenzione di mantenere in vigore il trattato di Torino del 1860. Una nota verbale che confuterebbe l’abrogazione, ma che in realtà non esiste. In più va sottolineata la contraddizione nella quale ha operato il governo francese e che ne dimostra palesemente la malafede. Se davvero fosse esistita questa “nota verbale” del 1 Marzo 1948 che sanciva la validità del Trattato di Torino (e la registrazione), che bisogno c’era di comunicare nel 2010 l’intenzione di sottoporre il suddetto trattato alle Nazioni Unite per registrarlo?

La verità è un’altra: il Trattato di Torino del 1860 è definitivamente abrogato poiché non registrato presso le Nazioni Unite nei termini previsti dal Trattato di Pace del 1947. Per questo motivo è irrinunciabile il rifiutarsi di ritenere valido questo trattato che sancì, con la violenza e l’inganno, il distacco della Savoia e di Nizza dal Regno di Sardegna. Nonostante un processo di francesizzazione e di genocidio culturale operato per 153 anni, la Savoia e Nizza dovrebbero avere nuovamente la possibilità di esprimersi ed essere arbitre del proprio futuro. L’Italia, da parte nostra, dovrebbe riallacciare con queste terre quei rapporti culturali, sociali, commerciali che le elevarono a parte integrante della vita nazionale italiana per secoli.

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