I massacri e le violenze dei “liberatori” nel Lazio nel maggio 1944

Nei due anni di guerra civile italiana tra il 1943 ed il 1945, furono innumerevoli i crimini e le violenze che l’inerme popolo italiano dovette subire. Abbiamo ad esempio scritto spesso del confine orientale italiano, dove i partigiani comunisti, slavi ed italiani, arrestarono, deportarono ed infoibarono centinaia di persone nel solo mese di settembre 1943, replicando i massacri nei mesi a ridosso della fine della guerra ed in quelli immediatamente successivi; migliaia furono i morti negli ultimi giorni di guerra e nelle “radiose giornate” di maggio in Emilia, dove, sotto il cappello della “rivoluzione proletaria” volta a bolscevizzare l’Italia, venne orchestrato un vero e proprio bagno di sangue, nel tristemente noto “triangolo della morte”; altrettante migliaia le vittime di inutili bombardamenti a tappeto degli alleati, privi di qualunque obiettivo strategico che non fosse il seminare morte e disperazione tra i civili; innumerevoli i casi di omicidi e violenze inferte alla popolazione del meridione durante la risalita della penisola da parte dell’esercito anglo-americano. Negli ultimi settant’anni, queste oscure pagine di storia hanno trovato davvero poco spazio all’interno della coscienza popolare italiana, corrotta ed infiltrata dalla versione storica di comodo imposta dai “vincitori”. In particolar modo, le testimonianze dei crimini commessi dagli alleati, durante la campagna d’Italia, hanno avuto veramente scarsa visibilità in Italia, per differenti ordini di ragioni.

Vilipendio lapide goumiers francesi Esperia (LT) - 2012Negli ultimi anni si è fatta finalmente un po’ più di luce sui tristi giorni dell’invasione alleata, spacciata come una cavalcata trionfale accompagnata da una festosa accoglienza da parte del popolo inneggiante ai “liberatori”, e che invece nasconde ben altra storia. Una storia scomoda, trascurata, che trova nella lapide dedicata a 175 soldati francesi caduti nella zona del frusinate, situata sulla strada provinciale per Esperia, in località Sant’Esdra a Pontecorvo, un monumento all’occultamento della verità storica. La lapide venne inaugurata nel 2002 scatenando diverse polemiche, poiché collocata proprio nel territorio del comune di Esperia, forse il paese più colpito dalla furia che le truppe africane, sotto comando francese, scatenarono durante la campagna d’Italia. Non a caso, dopo pochi giorni dalla posa, avvenuta nel maggio 2002, la lapide venne danneggiata, costringendo l’ambasciata francese a riparare il marmo. Il segno lasciato dalle violenze perpetrate dai franco-africani ai danni della popolazione, è ancora evidentemente molto sentito, cosa che rende quasi impossibile dimenticare. Un anno fa, infatti, la lapide ha subito un nuovo vilipendio (in foto), senza danneggiamenti ma con un sacco della spazzatura posizionato a coprire il monumento ed una testa di maiale gettata alla base.

Siamo sempre stati fermi nel condannare i frequenti vilipendi ai monumenti della nostra storia patria, ed alla stessa maniera non condividiamo questo modo di agire, nemmeno contro monumenti ai limiti della vergogna e che insultano la memoria degli italiani, siano monumenti dedicati ai Goumier o vie intitolate a Tito. Proprio per questo la questione merita di essere approfondita, e riteniamo quindi opportuno affrontare l’argomento sia per riportare alla luce sofferenze subite da italiani in quanto tali, sia per esprimere la nostra contrarietà a simili monumenti, a maggior ragione se collocati in luoghi dove i crimini compiuti dai caduti, spingono ai confini del grottesco la loro commemorazione.

I soldati onorati con la lapide di Esperia erano i cosiddetti “Goumier”, marocchini di etnia berbera, costituenti le truppe coloniali irregolari francesi e parte del Corpo di Spedizione Francese. Questo Corpo era composto da circa 130.000 unità, e contemplava, oltre i già citati marocchini, anche senegalesi, algerini, tunisini, successivamente identificati tutti indistintamente col termine Goumier. Nei giorni immediatamente successivi allo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943, le forze alleate mostrarono subito il proprio vero volto: non liberatori, ma conquistatori. Numerose furono le violenze operate dagli americani, dipinti dalla propaganda post-bellica come “buoni” ed “eroi”, due concetti che nulla ebbero a che vedere con l’operato del generale Patton e soci, i quali commisero numerosi crimini di guerra (vergognoso il massacro di Biscari, dove gli americani uccisero 12 civili e fucilarono 76 prigionieri di guerra italiani insieme ad alcuni tedeschi). La resistenza dell’Asse, contrariamente a quanto diffuso dalla vulgata resistenziale, fu accanita e molti soldati italiani combatterono e caddero eroicamente, tentando di sbarrare il passo alle soverchianti forze statunitensi ed inglesi, meritando medaglie ed onori, uno su tutti la MOVM Luogotenente Generale della MVSN Enrico Francisci.

goumiersSubito dopo le prime battaglie, i Goumier al seguito dell’esercito anglo-americano non perdettero tempo, iniziando a devastare il territorio: razzie, saccheggi, furti, violenze e sequestri delle donne siciliane, considerate vera e propria “preda di guerra”. I primi episodi si verificarono sulla statale Licata-Gela, per arrivare fino a Capizzi dove, come scrive lo storico Fabrizio Carloni, gli africani praticarono stupri di massa: “le consideravano bottino di guerra e le portavano via sghignazzando e trattandole con un linguaggio da trivio, come se fossero delle prostitute”. L’ondata di terrore, purtroppo, era solo all’inizio. In breve tempo avrebbe colpito l’intero Meridione.

Nel risalire la penisola, le forze anglo-americane trovarono il passo sbarrato lungo la linea Gustav, che aveva in Montecassino, il quale dominava l’unica via agevole verso Roma, il caposaldo tedesco più munito. Per 7 lunghi mesi il fronte rimase immobile, fino al maggio del 1944 quando, nell’ambito dell’operazione “Diadem”, i Goumier riuscirono ad aggirare le linee difensive tedesche attraversando un’impervia zona nei Monti Aurunci, sguarnendo il fronte avversario fino alla Valle del Liri, consentendo pertanto lo sfondamento della linea al XIII Corpo Britannico e costringendo i tedeschi a rifugiarsi lungo la linea Hitler, poco più a nord. La battaglia fu particolarmente cruenta, nonché decisiva poiché riuscì a scardinare la poderosa linea difensiva germanica che tanti problemi aveva causato agli anglo-americani.

Diverse fonti affermano che, alla vigilia dell’attacco del 14 maggio 1944, il generale Alphonse Juin fece diffondere tra i Goumier della Seconda Divisione di fanteria comandata dal Generale Dody e della Quarta Divisione da montagna comandata dal Generale Guillaume, un volantino con il seguente proclama, scritto in francese e arabo:

“Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”.

Non esistono prove materiali dell’esistenza di questo volantino, forse utilizzato ad arte per scaricare successivamente l’intera responsabilità sul generale Juin, ma quanto accadde in seguito alla battaglia di Montecassino non lascia molto spazio ad interpretazioni di parte. Durante l’avanzata successiva allo sfondamento, i Goumier ebbero mano libera senza limiti di tempo e, in spregio a qualunque ideale di rispetto della dignità umana, commisero atrocità di ogni genere: interi paesi vennero saccheggiati e dati alle fiamme, migliaia di persone vennero violentate, torturate, uccise.

Lo scrittore Norman Lewis, all’epoca ufficiale britannico sul fronte di Montecassino, narrò gli eventi di cui fu testimone nel suo libro “Napoli ‘44”:

“Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate. A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I Marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza”.

 goumiers 2Numerose cittadine del Lazio vennero sconvolte dal passaggio delle truppe franco-africane. Il sindaco di Esperia, in provincia di Frosinone, affermò che 700 donne, su un totale di 2.500 abitanti, furono stuprate. Molte di esse, a causa di queste violenze, morirono. Ad Acquafondata (FR) venne praticato un sistematico rastrellamento di donne da violentare, mentre a Mastrogiovanni (IS) decine di donne, madri e figlie, vennero stuprate, per poi essere passate per le armi. Le province di Frosinone e Latina (allora Littoria), vennero investite da una furia sanguinaria senza precedenti e, soprattutto in quest’ultima, numerose furono le testimonianze di bambine e ragazze ripetutamente violentate alla presenza dei genitori, costretti ad assistere allo scempio. La violenza non riguardò solo le donne, ma anche uomini, vecchi, bambini e addirittura animali, in un vortice di sanguinaria ferocia volta ad annientare il “nemico” nell’animo, nel morale, nel fisico. Referti medici testimoniarono inoppugnabilmente la brutalità delle violenze, constatando lacerazioni anali e di corde vocali da penetrazioni, denti rotti per evitare morsi delle vittime, carni maciullate per i supplizi inferti. Alle violenze si aggiunsero sovente torture ed esecuzioni nei modi più barbari: impalamenti ed evirazioni (pene riservate soprattutto agli uomini che tentarono di difendere le proprie mogli, madri, figlie, sorelle), mutilazioni, eviscerazioni (spesso mentre le vittime erano vive), senza contare le infezioni da sifilide, gonorrea ed altre malattie veneree che rischiarono di provocare una vera epidemia, causando la morte di moltissime persone.

Don Alberto Terilli - Goumier EsperiaTra gli atti di disperato coraggio degli uomini che tentarono di difendere le proprie donne, va sottolineato quello di Don Alberto Terilli, parroco di Esperia (in foto), che, all’arrivo dei soldati del Corpo di Spedizione Francese, tentò di salvare tre donne nascondendole in sagrestia. I Goumier riuscirono comunque a trovare le sventurate, le quali vennero violentate a ripetizione, mentre il coraggioso sacerdote venne catturato, portato in piazza, legato e sodomizzato per l’intera notte. Don Alberto morì il giorno dopo, in seguito alle brutali violenze subite.

 L’orrore che sconvolse l’Italia meridionale, ed in particolar modo la Sicilia ed il Lazio, anche se non ufficialmente pianificato a tavolino come sembrerebbe invece dal volantino che riporta il presunto comunicato del generale Juin, fu tale però nella sostanza, come scritto dal professore Vasco Ferretti:

 “Il carattere sistematico delle violenze e della sostanziale acquiescenza degli ufficiali francesi che erano al loro comando conferma che essi ubbidivano a disposizioni superiori in base alle quali ai goumier marocchini era stata accordata “mano libera”, o “carta bianca” che dir si voglia nei confronti della popolazione civile italiana nel presupposto che tali truppe erano state reclutate “mediante un patto che accordava loro il diritto di preda e di saccheggio”. La discriminante etica e giudiziaria tra vincitori e vinti in questo caso risulta molto evidente.”

 A prescindere quindi dall’autenticità o meno del proclama alle truppe, il modus operandi dei Goumier sotto direttiva francese fu chiaro, attuato con lo scopo di annientare la popolazione italiana nello spirito. Non c’erano altre ragioni per infierire su un popolo inerme e sconfitto, così come non vi erano nell’infliggere quei bombardamenti a tappeto che gli alleati continuarono ad effettuare fino alla fine, provocando migliaia di vittime innocenti nelle città del nord Italia. L’unico scopo alla base di questa cieca violenza fu quello di piegare mentalmente il popolo italiano, minarne la capacità di resistenza, umiliarlo nel morale prima che nel fisico. Per i vinti non doveva esserci pietà. Per questo il Corpo di Spedizione Francese sparse il terrore in tutto il Meridione d’Italia e ripeté, tra il 12 e il 27 maggio 1944, queste tragiche violenze anche sulle popolazioni del viterbese e della Val d’Orcia in Toscana, fermandosi solamente nell’ottobre 1944, alle porte di Firenze, quando venne trasferito in Provenza. Dopo la guerra il corpo di spedizione francese riconobbe alle vittime un indennizzo che andava dalle 30 alle 150 mila lire a donna stuprata, e tali somme vennero detratte dai danni di guerra dovuti dall’Italia alla Francia. Il governo italiano, da par suo, pagò alle vittime una pensione minima e a tempo, niente di più.

Per le vittime, al danno si aggiunse dunque anche la beffa di un risarcimento ridicolo, ma soprattutto dell’essere emarginati dalla società: rari gli atti di solidarietà e vicinanza popolare, numerosi i casi di infezione da moglie a marito, e per questo frequenti i ripudi delle donne che subirono violenze, le quali faticarono per la maggior parte a trovare marito e lavoro, oltre a trovarsi costrette a partorire figli indesiderati frutto degli stupri. Molte non riuscirono a convivere con il pensiero dell’onta e della discriminazione di cui vennero fatte oggetto, arrivando a suicidarsi.

Quante furono le vittime degli eserciti “liberatori”?

Al convegno “Eroi e vittime del ’44: una memoria rimossa” tenutasi a Castro dei Volsci il 15 ottobre 2011, il Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle “Marocchinate”, Emiliano Ciotti, fece una stima dei numeri delle violenze commesse dall’esercito alleato:

“Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, sia per vergogna o pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal “Corpo di Spedizione Francese”, che iniziò la proprie attività in Sicilia e le terminò alle porte di Firenze, possiamo affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, e ben 180.000 violenze carnali. I soldati magrebini mediamente stupravano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 magrebini”.

Riepilogando: oltre 60.000 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate dai soldati franco-africani (dati ANVM); circa 1.000 uomini vennero sodomizzati e uccisi, molti dei quali tramite impalamento, dopo aver vanamente tentato di proteggere le proprie donne e famiglie. In una relazione degli anni cinquanta si legge: “circa 60.000 donne oltraggiate solo nella provincia di Frosinone, di cui il 20% affette da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose. Il 40% degli uomini contagiati dalle mogli, l’81% dei fabbricati distrutto, sottratto il 90% del bestiame, gioielli, abiti e denaro”.

Riflettendo a fondo su questa pagina di storia appena richiamata alla memoria, appare quindi piuttosto triste constatare la presenza di un monumento commemorativo dei soldati franco-africani proprio nelle terre che loro stessi sconvolsero con stupri, saccheggi, rapine, incendi, omicidi.

Come già detto, vilipendere monumenti non fa parte del nostro modo di essere e del nostro stile, e pertanto condanniamo ogni azione in tal senso, ma non possiamo non comprendere, pur non giustificandoli, i recenti gesti di cui è stata fatta bersaglio questa lapide, peraltro di recente collocamento, fatto che desta più di una perplessità considerata la lontananza nel tempo dai fatti commemorati. Per noi la presenza della lapide non è assolutamente tollerabile, e a chi, pur essendo contrario, sentenzia che il monumento debba rimanere a ricordo per le future generazioni dei tragici fatti accaduti, rispondiamo che non è certo questo il modo per commemorarli nella maniera corretta.

Lapide vittime goumier - Capodimele (LT)Le ferite lasciate dal passaggio delle truppe francesi sanguinano ancora, ed il tempo non riuscirà mai a rimarginarle completamente. Colpire persone innocenti in maniera così vigliacca, umiliandone la dignità umana, non è qualcosa che possa essere perdonato senza estrema sofferenza. Per questo sarebbe opportuno rimuovere definitivamente questo monumento, sostituendolo con un altro dedicato, al contrario, alle vittime di quei terribili mesi di terrore e disperazione, come accaduto recentemente con la stele in bronzo che il comune di Capodimele (LT), già Medaglia d’Argento al Merito Civile per le sofferenze subite per mano delle truppe coloniali francesi, ha dedicato a tutte le donne che subirono le atroci violenze per mano dei Goumier (in foto). Sarebbe l’unico gesto degno possibile, che renderebbe un minimo di giustizia alla memoria di migliaia di persone che, come gli istriani ed i dalmati, soffrirono poiché italiani, che non meritano di avere monumenti ai propri massacratori nella terra natale da questi sconvolta, e che, nonostante il cinema e la letteratura se ne siano occupati in tempi immediatamente successivi (“La Ciociara” il libro e film più famosi), ancora non hanno trovato debito posto nella coscienza del popolo italiano, sempre più propenso a farsi inebriare dal dolore per fatti e miti esteri, piuttosto che ricordare ed onorare i propri martiri.

F.B.

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