RISPOSTA ALL’ARTICOLO SU GIOVANNI PALATUCCI DI ALESSANDRA FARKAS COMPARSO SUL CORRIERE DELLA SERA

Alessandra Farkas, la lettura del suo articolo su Giovanni Palatucci mi ha lasciato assolutamente allibito, innanzitutto a causa dell’impostazione giornalistica dell’articolo, con l’apparente scopo di “accusare” il martire ed elencare “prove” da più fonti e autori che sosterrebbero le tesi che Lei vorrebbe trasmettere al lettore, inculcandogli però, a chi non conoscesse abbastanza gli avvenimenti storici trattati, una versione sbagliata e ingiusta di quanto accadde a Fiume e distruggendo la figura di un eroe che si immolò per la salvezza di molti ebrei, nonchè per la salvaguardia dell’italianità della città del Carnaro in vista delle rivendicazioni jugoslave.

Un tema cosi delicato avrebbe meritato molta più finezza nei termini e un’impostazione storica e sopra le parti, con tesi sia a favore della sua indagine, sia opposte, di modo che sarebbe stato il lettore a farsi un’idea, non ad assimilare una tesi già preparata per lui. Prima di arrivare ai vari punti che ho trovato ambigui nel Suo testo, tengo a precisare che il revisionismo (linea di condotta da Lei adoperata nell’articolo) è l’anima della Storia e ne è per questo la parte più pura e importante, ma è un lavoro che va fatto con perizia e molta attenzione, giungendo a conclusioni solo alla luce di veri indizi o prove incontrovertibili. Vi erano moltissimi argomenti e dogmi che potevano essere revisionati, nel caso specifico della Shoah potevano essere analizzati molti dati e fatti, ma Lei è andata a pescare proprio il Palatucci, la cui storia è stata censurata per decenni… per rendere meglio l’idea, senza esagerare, credo sia come sparare sulla Croce Rossa.

Ma andiamo ora ai “problemi” dell’articolo. Salta subito all’occhio come sottotitolo : “Si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà.” (sic!) Ebbene, i miei dubbi sono sorti proprio da questa frase, dove avevo già intuito molto circa l’attendibilità di quello che sarei andato a leggere e dove si voleva andare a parare. Questa “rivelazione” circa il fatto che nella regione di Fiume non vi erano 5.000 ebrei cosa vuole lasciare intendere esattamente? Basterebbe leggere due righe sugli accadimenti che caratterizzarono Fiume durante la guerra, come la stessa natura della città, la sua particolare storia, per rendersi conto che questo numero di ebrei che venne salvato (che sia poi 5.000 o 1.000 non ha importanza) non era fiumano che in minuscola parte, mentre la stragrande maggioranza risaliva a una serie di nazionalità straniere. Già dopo l’annessione dell’Austria al Reich infatti, un buon numero di ebrei austriaci raggiunse la vicina Fiume, fenomeno che si intensificò col proseguire degli eventi bellici, in particolare l’invasione della Jugoslavia e il conseguente arrivo di rifugiati jugoslavi e poi ungheresi nella città, di cui per buona parte Palatucci riuscì a provvedere inviandoli a Campagna, presso lo zio arcivescovo Giuseppe Maria Palatucci. La collaborazione con lo zio risaliva comunque al 1940, quando nella notte tra il 17 e 18 giugno una rastrellata accurata imprigionò numerosi ebrei fiumani, messi in salvo in parte da Palatucci e inviati poi dallo zio. Egli arrivò a portare suoi funzionari al Ministero dell’Interno al fine di avere la certezza che le pratiche aperte avessero esito positivo.

Tuttavia nel Suo articolo Lei insiste sull’ “antisemitismo dei superiori” (sic!) di Giovanni, come se questo comporterebbe il medesimo sentimento nel Palatucci. Inoltre, il fatto che egli fosse stato un fervente fascista, non significa che avrebbe per forza dovuto essere anche antisemita. Siamo a conoscenza di innumerevoli salvataggi di ebrei, persino per ordine di Mussolini e prima dell’8 settembre mai le autorità italiane consegnarono ebrei italiani ai tedeschi. Avvenne solo dopo l’Armistizio, quando i nazisti ebbero in pratica mano libera, ma anche in quel caso non mancarono repubblicani che li salvarono.

Tra le testimonianze degli ebrei passati per Campagna (cittadina dove vi erano due campi, quello di San Bartolomeo e quello dell’Immacolata Concezione) vi è ad esempio quello di Magda Lipschitz Heimler, figlia di uno degli “internati”.

Lei sostiene continuamente che Giovanni Palatucci verrebbe “fatto passare per questore”, carica che “non avrebbe posseduto”, (sic!) ma è falso. Egli, giunto a Fiume nel 1937, otterrà effettivamente la carica di questore dopo i fatti dell’8 settembre 1943, dove Fiume pur rimanendo giuridicamente sotto sovranità della R.S.I., entrò sotto l’orbita del Reich divenendo con tutta la Venezia Giulia una zona d’operazioni denominata Adriatisches Küstenland. La questura, ora sotto il suo comando, era divenuta oramai deserta e il suo lavoro insieme a quello dei poliziotti italiani, ostacolato dai nazisti e dagli ustascia croati. In queste tragiche ore Palatucci fece distruggere tutti i documenti riguardanti gli ebrei fiumani e vietò il permesso di crearne di nuovi senza suo consenso. In particolare tra il gennaio e il luglio del 1944 si adoperò con vari metodi riuscendo a salvare un migliaio di ebrei, fatti confermati da Miriana Tramontina, nipote di Feliciana Tremani, amica di Giovanni e direttrice dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia.

Riguardo ancora al numero di ebrei salvati bisogna riportare le parole di una lettera che lo zio Giuseppe a Campagna, spedì a don Alberto Gibboni, dove riferendosi ad alcuni ebrei del campo che si apprestò a battezzare diceva : ” […] tanto è vero che non arrivano neppure a una decina su migliaia che sono stati a Campagna […] ” . Si parla come vediamo di “migliaia” di persone. Ma comunque il quantitativo importa fino a un certo punto, parliamo di persone, non di sacchi di patate, che siano 2.000 o 5.000 che differenza fa? di certo non ne aveva per Palatucci il cui scopo era di salvarne il più possibile, probabilmente neanche lui dal Cielo saprebbe dare un numero esatto. Ad ogni modo, come Lei sottolinea, non vi sono riconoscimenti dove venga detto che furono salvati 5.000 ebrei, ma tale numero si riferisce a una stima approssimativa comunemente accettata, ma non per questo storicamente accertata e corretta. Abbiamo però inteso che probabilmente la cifra debba essere comunque di qualche migliaio. Mi pare ad ogni modo sfatata la storia dei “5.000 ebrei nella regione di Fiume”, dato che si dovrebbe essere capito che si trattava di profughi provenienti da mezza Europa e i fiumani transitati da Campagna erano infatti forse solo una quarantina, di fronte invece alle migliaia di stranieri che vi giunsero, per poi essere imbarcati o trasferiti in altre località. Degli ebrei stranieri, la maggioranza proveniva da Germania, Austria, Polonia e Cecoslovacchia, ma era presente anche qualche inglese e francese.

Si nota inoltre nel Suo articolo un indiretto stupore su come un simile passaggio di ebrei da Fiume a Campagna fosse stato possibile, ma basta vedere i contatti stabiliti dallo zio vescovo per rendersi conto della rete che permise logisticamente gli eventi. Lo zio Giuseppe stabilì contatti con la Segreteria di Stato della Santa Sede, la Nunziatura Apostolica mediante monsignor Francesco Borgongini Duca; diverse autorità tra cui Eugenio de Paoli, direttore del campo di concentramento di Campagna, il medico Fiorentino Buccella, il responsabile dell’ufficio internati presso il ministero dell’Interno, commendator Epifanio Pennetta, il ministro d’Italia in Croazia Raffaele Casertano; altri contatti erano costituiti dal referente romano della Raphaelsverein padre Antonio Weber, l’arcivescovo di Genova Pietro Boetto, l’arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, l’arcivescovo di New York Francis Spellman. Grazie a tali conoscenze riuscì a tenere in piedi i campi e a elemosinare beni di prima necessità per gli occupanti ebrei. In particolare fu il Pontefice a inviare in più momenti somme di denaro per la sussistenza degi internati. Per più motivi, non ultimo la volontà di alcuni internati, venivano procurati falsi certificati medici per trasferire alcuni ebrei in altre località, escamotage che fu usato molte volte con la complicità del medico del campo Fiorentino Buccella.

In ogni caso è evidente come lo zio Giuseppe agisse anche di sua iniziativa e che dunque non tutti gli internati a Campagna possono essere merito del nipote questore di Fiume, tuttavia il rapporto tra i due fu molto intenso e a testimoniare ancora una volta l’azione di Giovanni Palatucci vi sono un paio di lettere che vale la pena leggere, spedite entrambe da Giovanni allo zio.

La prima è del 28 luglio 1940 e riguarda la visita di Maddalena Lipschitz al padre, detenuto a Campagna : ” per visitare il padre, che è stato internato in campo di concentramento, per il solo motivo dell’appartenenza alla razza ebraica. Conosco molto bene la Signorina e vi sarò molto grato di quanto vorrete fare per lei e il Padre ” .

La seconda, del 21 dicembre 1940, è se possibile ancora più esplicita : ” Carissimo zio, per quanto riguarda i miei protetti la situazione è la seguente: Ermolli Adalberto, ha presentato domanda di trasferimento in un Comune della Provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Questo che lo indirizza a Chieti in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se vi abbiate la possibilità d’intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri. Diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate per questi. Vi ricordo i nomi: Braun in Eisler Dragica (Carolina) figlia, Eisler Maria nipote, Jurak Nada, Selan ing. Carlo e moglie, Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alle province di Perugia e Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché quando che voi mi farete una raccomandazione per il Vescovo del luogo anche per essi che potrebbe segnalarli sia presso la Questura per una buona assegnazione e per una buona sistemazione. Per il momento occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno. Io vi informerò tempestivamente e voi vorrete, poi, interessare qualcuno perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla Questura. Ermolli ha già presentato ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se voi avete la possibilità di interessare per la provincia di Perugia persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene. ”

Infine, Lei ha assolutamente ragione sul fatto che Palatucci fu internato a Dachau non per l’azione a protezione degli ebrei, ma per il suo impegno per la salvezza dell’italianità di Fiume, che rischiava, (come poi purtroppo è accaduto), di essere annessa alla Jugoslavia di Tito. Nella consapevolezza che fosse impossibile che Fiume dopo la guerra fosse rimasta all’Italia, egli si adoperò per la creazione di uno Stato Libero di Fiume, (entità statale che di fatto esisteva anche prima dell’annessione all’Italia), che era forse l’unica soluzione che avrebbe evitato il genocidio culturale ed etnico della città italiana. Lo fece in collaborazione al C.L.N. cittadino, molto esiguo a causa dello strapotere croato che considerava già Fiume come sua città. La R.S.I. aveva le mani legate con la Venezia Giulia, non aveva potuto neanche inviare sue divisioni a presidiare i confini, ma solo piccoli reparti, battaglioni, reggimenti e distaccamenti vari. Palatucci, scoperto dai tedeschi nel suo piano, fu arrestato e deportato a Dachau, dove morì pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe statunitensi. Fiume cadde dopo una disperata resistenza dove si unirono soldati repubblicani e C.L.N. e la fine che fece fu terribile. I titini nella loro caccia fecero particolare attenzione agli autonomisti e dunque possiamo ipotizzare che, se Palatucci non fosse stato arrestato dai tedeschi e fosse rimasto a Fiume in quelle ore, anche lui sarebbe stato infoibato da loro.

Concludo, con la speranza che Alessandra Farkas o chi per Lei possa leggere questa lettera, auspicando che venga pubblicata una rettifica sul Corriere della Sera o questa stessa lettera di risposta, in modo da riparare al danno che il Suo articolo ha sicuramente arrecato alla grande figura di Giovanni Palatucci e alla Sua memoria.

Cordialmente, Sebastiano Parisi

Di seguito l’indirizzo dell’articolo del Corriere :
http://www.corriere.it/cultura/13_maggio_23/palatucci-pezzo-farkas_13ce2470-c3be-11e2-8072-09f5b2e9767e.shtml

3 pensieri su “RISPOSTA ALL’ARTICOLO SU GIOVANNI PALATUCCI DI ALESSANDRA FARKAS COMPARSO SUL CORRIERE DELLA SERA

  1. Carlo Silvano

    Mi complimento con Sebastiano Parisi che ha illustrato molto bene a figura di Giovanni Palatucci e mi auguro che vengano presto scritte pagine sulla storia dei tanti italiani che, dagli anni Venti alla fine del Secondo conflitto mondiale, hanno contribuito per il bene della Patria e per la sua unità, andando oltre le solite categorie di fascisti e comunisti, partigiani e repubblicani. Bisogna essere italiani e basta!

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  2. Pingback: CONTINUA LA POLEMICA SU GIOVANNI PALATUCCI | Movimento Irredentista Italiano

  3. Wolf Murmelstein

    Aggiungerei che l’autenticità di documenti “trovati” dai croati a circa 60 o 70 anni negli archivi della ex questura di Fiume ora Rijeka meriterebbe una verifica più rigorosa.
    Non mi pare che il “passaggio di poteri” a Fiume sia stato protocollare:quindi cosa è avvenuto nel 1945 coi documenti ancora archiviati – e dopo le razzie naziste! – negli uffici della Questura.

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