Meglio un mese a Dachau, che una sola ora a Goli Otok. Prigionieri dell’oblio.

Nel corso degli ultimi anni sono stati fatti numerosi passi avanti nel processo di riscoperta della verità storica in merito alla questione foibe-esodo. Tuttavia, un argomento che spesso viene scarsamente approfondito, se non direttamente evitato, è quello dei campi di concentramento jugoslavi nel quale vennero internati i “nemici del popolo”, soldati ma anche civili, prelati, persino antifascisti e comunisti che parteciparono fianco a fianco con i titini alla guerra partigiana. Di molti di questi internati non si saprà più nulla, mentre i più fortunati che riusciranno a tornare a casa, verranno costretti a firmare una dichiarazione attestante il buon trattamento ricevuto, e una volta in Patria saranno diffidati dal parlare dei maltrattamenti subiti e dei crimini dei quali furono spettatori. L’odioso paragone con i lager tedeschi è un mero esercizio di retorica, ma per questa volta faremo un eccezione, solamente per dimostrare la disparità esistente nelle commemorazioni di tragici eventi e come non sia assurdo parlare di monopolio della memoria da parte delle vittime più note.

Chiunque conosce i nomi dei lager tedeschi ed ha avuto la possibilità, nel corso degli anni, di visionare materiale fotografico, video, film e documentari sull’argomento. La stessa cosa naturalmente non si può dire per i gulag sovietici, i laogai cinesi e men che meno per i campi di concentramento slavi. Uno tra i più noti fu il campo di Borovnica, nel quale vennero internati migliaia di italiani: soldati catturati e scampati ai massacri che sovente avvenivano sul posto, in barba ai codici bellici dell’epoca sul trattamento dei prigionieri, ma anche civili deportati dall’Istria e dalle città di Gorizia e Trieste durante i terribili 40 giorni di occupazione. Le foto dei detenuti scampati all’inferno di Borovnica sono terribili quanto quelle che ogni 27 gennaio vengono mandate in onda per ricordare i lager tedeschi. A Borovnica va aggiunto un altro campo, forse il più famoso in assoluto per la sua particolarità e “originalità”: Goli Otok. Il campo sorgeva sull’isola calva (goli otok la traduzione), un isolotto di rocce aride e bianche. In questo campo vennero rinchiusi per la maggior parte tutti coloro che dopo la rottura tra Stalin e Tito nel 1948, in seguito alla scomunica del Cominform, si confermarono stalinisti appoggiando la decisione di Mosca. Fu così che gli slavi internarono chiunque non aderisse pienamente alla linea titoista, descrizione alla quale corrispondevano quasi tutti i comunisti istriani rimasti dopo la firma del trattato di pace, e i controesodati che espatriarono dall’Italia per andare a costruire il socialismo in Jugoslavia. La detenzione nel campo era tremenda quanto particolare, poiché volta esclusivamente all’annientamento non fisico, ma morale. All’arrivo al campo i nuovi arrivati dovevano passare tra due ali di detenuti che accoglievano gli sventurati picchiandoli selvaggiamente. La vita quotidiana era segnata da continue vessazioni, punizioni, pestaggi, violenze, e ogni detenuto aveva l’obbligo tassativo di denunciare ai gestori del campo ogni parola fuori posto degli altri prigionieri, ogni malumore, ogni accenno di protesta. La pena per non aver denunciato questi fatti era l’essere accomunato a chi si era lamentato, cosa che prevedeva pestaggi e torture di ogni genere. Veniva così a mancare quel conforto che il prigioniero in genere ricava dalla consapevolezza di essere nella stessa situazione di tutti gli altri, dal pensiero di poter trovare negli altri un appoggio, un aiuto. A Goli Otok invece si sapeva di essere in un nido di vipere, l’unico campo di concentramento dove i torturatori e gli aguzzini dei detenuti, erano i prigionieri stessi.

Il silenzio che ha gravato sugli eventi delle foibe e dell’esodo ha sicuramente contribuito ad offuscare le vicende dei campi di concentramento slavi, specialmente considerando il fatto che i comunisti italiani internati a Goli Otok, una volta tornati in Patria, vennero esplicitamente diffidati dal PCI dal parlare delle violenze subite nel campo. Negli ultimi anni il velo è stato stracciato, grazie anche alle testimonianze di ex detenuti e al prezioso lavoro di ricerca svolto da storici seri. Chiudendo con l’improprio ma eloquente paragone con i lager tedeschi, riportiamo una testimonianza di Sergio Borme, ex detenuto a Goli Otok, estratta da una sua intervista rilasciata a History Channel qualche anno fa, dove racconta il suo terribile soggiorno nel campo. Nel periodo della sua prigionia, Borme incontrò un fiumano che era stato rinchiuso nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. Preso dalla curiosità di sapere come erano le condizioni in quei famosi campi, chiese al compagno di sventura di raccontargli la propria esperienza. Riportiamo la risposta senza aggiungere ulteriori commenti superflui: “Meglio un mese a Dachau, che una sola ora a Goli Otok”.

F.B.

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