GLI ITALIANI DI CRIMEA

“Tutta la strada da Kerch al Kazakistan è irrigata di lacrime e di sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno né tombe né croci” – da “L’olocausto sconosciuto” di Giulia Boico e Giulio Vignoli

Il 29 Gennaio di ogni anno, a sole 48 ore dalla celebratissima “giornata della memoria”, ricorre l’anniversario di un evento ignorato dalla quasi totalità degli italiani e che è stato pressoché dimenticato. La storia inizia nel 1830, quando un flusso migratorio  italiano venne ad interessare la Crimea, all’epoca facente parte della Russia zarista. La maggior parte degli emigranti era originaria della Puglia, in particolare delle città di Molfetta, Bisceglie e Trani, ma c’erano anche campani, veneti, liguri. Ad interessarli furono le promesse della zarina Caterina che, dopo aver conquistato la penisola, volle ripopolarla con lavoratori in grado di lavorare la terra e nei cantieri navali. Così molti italiani partirono, crimea_map2sognando buoni guadagni e la possibilità di disporre di terre da coltivare in abbondanza. La presenza italiana in questa zona non era comunque una novità: dai tempi dell’Impero Romano, ma soprattutto al tempo della repubblica di Genova e di Venezia, gli italiani sono sempre stati una costante del territorio, specialmente nella città di Odessa, la più grande città dell’Ucraina meridionale, che si affaccia direttamente sul Mar Nero. A fine settecento la comunità italiana rappresentava addirittura un decimo dell’intera popolazione della città. Tra il 1830 e la fine del secolo questo flusso migratorio comporta la costituzione di una consistente comunità di italiani in Crimea, specialmente nella zona di Kerch, all’estremità orientale della penisola. Gli emigrati erano principalmente agricoltori, marinai, pescatori e carpentieri addetti al settore cantieristico navale. Da Kerch la comunità italiana crebbe e si diffuse anche a Feodosia, l’antica Caffa, un tempo colonia genovese, Simferopoli e in altri porti della penisola. Nel 1897, secondo le autorità ucraine, pare che nella provincia di Kerch gli italiani corrispondessero all’1,8% della popolazione, percentuale cresciuta al 2% nel 1921. Una presenza in aumento quindi, che fece sì che la Chiesa di Kerch, costruita dagli italiani nel 1840 e nota ancora oggi come “la chiesa degli italiani”, arrivasse ad avere nel 1920 un parroco italiano, una scuola elementare, una biblioteca, una sala riunioni, un club ed una società cooperativa. Il giornale locale inoltre, pubblicava regolarmente articoli in lingua italiana.

La vita di questa tranquilla minoranza venne però improvvisamente turbata dall’arrivo del comunismo e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. La comunità venne posta sotto la supervisione di emigrati italiani antifascisti che cercarono riparo in Unione Sovietica, segnando l’inizio delle repressioni e delle persecuzioni. Su iniziativa degli antifascisti italiani venne subito chiusa la Chiesa, con l’accusa di propaganda antisovietica da parte del parroco, che venne costretto a rimpatriare. La collettivizzazione dei mezzi di produzione e delle campagne, imposta dalla politica comunista, obbligò gli italiani a creare un kolchoz, intitolato a Sacco e Vanzetti dai fuoriusciti italiani filosovietici. La pena comminata a chi si opponeva alla collaborazione al progetto era l’espropriazione di tutti gli averi ed il rimpatrio forzato. Questo provocò una diminuzione della presenza italiana, che nel 1933 si attestava sull’1,3% della popolazione della provincia di Kerch. Gli italiani non vennero risparmiati neanche nel periodo delle purghe staliniane quando, tra il 1935 e il 1938, molti italiani seguirono le sorti di migliaia di persone avverse al regime o presunte tali. Con la ridicola accusa di spionaggio, in poco tempo decine di italiani vennero arrestati, torturati e fucilati. La vita per i nostri connazionali, diventata progressivamente insostenibile, si aggravò dopo la guerra di Spagna del 1936, dove Italia e Russia, fino a quel momento in buoni rapporti date le convergenze su alcuni punti tra la dottrina fascista e quella socialista, si trovarono contrapposte. La vera tragedia iniziò però con lo scoppio del secondo conflitto mondiale e l’invasione della Russia da parte delle forze dell’Asse. La Crimea, insieme al Caucaso settentrionale, venne occupata dagli eserciti italo-tedeschi nel novembre del 1941. All’avvicinarsi dell’esercito germanico, la minoranza tedesca venne deportata già nell’agosto dello stesso anno, una sorte che tutte le altre minoranze nazionali, compresa quella italiana, subirono al ritorno dell’Armata Rossa, nel gennaio del 1942. Il 29 del mese l’intera comunità italiana di Kerch venne radunata, compresi gli antifascisti espatriati che dirigevano il kolchoz. Con solo 8 kg di effetti personali a testa, l’intera minoranza venne imbarcata e traghettata attraverso il Mar d’Azov fino a Novorossijsk, per poi essere caricata su tre convogli piombati fino a Baku. Da qui, rinchiusi nelle stive delle navi, attraversarono il Mar Caspio fino a Krasnovodsk, dove ripresero il viaggio sui binari, sempre in vagoni piombati, verso l’Asia centrale, nel Kazakistan, ai confini con la Siberia. Numerose fonti quantificano in 3.000 gli italiani deportati, ossia la quasi totalità della comunità italiana in Crimea, che all’epoca contava circa 4.000 anime. I treni avanzarono per due mesi tra la neve delle steppe, un calvario che costò la vita alla maggior parte dei prigionieri tra cui anche donne, vecchi e bambini, uccisi dalla fame e dal freddo. I cadaveri vennero gettati in mare durante la navigazione nel Mar d’Azov e nel Mar Caspio, e giù dal treno durante il viaggio a terra.  Furono giorni strazianti, di terribili violenze fisiche e psicologiche inframezzate da gesti commoventi come quello di una madre deportata, di cui una testimonianza racconta che, per poter dare degna sepoltura al proprio figlio morto, finse di allattarlo al fine di impedire che gli aguzzini ne facessero scempio gettandolo fuori dal convoglio. A marzo i treni arrivarono nei Gulag Karagandagulag di Akmolinsk e Karaganda (in foto). Qui i sopravvissuti vennero rinchiusi e messi ai lavori forzati nella Trudarmia, l’armata del lavoro, sotto la vigilanza del Commissariato del popolo agli affari interni. Metà degli italiani imprigionati non tornò mai indietro. Chi sopravvisse a quell’inferno di lavoro e ghiaccio ci riuscì a prezzo di interrogatori interminabili, torture inenarrabili e turni di lavoro massacranti in condizioni estreme. Solo il 20% dei deportati tornò dai campi di lavoro e per chi riuscì a rivedere Kerch, le sofferenze continuarono. Molti inoltrarono domanda al tribunale per riavere le proprie case, che vennero assegnate solo per alcune porzioni della proprietà ma effettivamente mai restituite, nemmeno quando, dopo qualche tempo, il regime iniziò ad assegnare appartamenti alla popolazione, escludendo la minoranza italiana. Solo nel 1956, quando l’allora presidente Krusciov condannò questo spaventoso genocidio di popoli, la situazione iniziò lentamente a migliorare. Il riconoscimento dell’illegalità della deportazione dei nostri fratelli da parte del Soviet supremo avverrà però solamente dopo la caduta del muro, il 14 Novembre 1989, 47 anni dopo l’inizio di quell’olocausto silenzioso che sui libri di storia non ha mai trovato spazio.

In questi giorni in cui si commemora il Giorno del Ricordo, un pensiero non può non andare anche a questi italiani che, come gli istriani, i fiumani e i dalmati, sono stati dimenticati per decenni. Per chi ha sofferto così tanto, la cosa più dolorosa da dover sopportare è proprio l’oblio, il mancato riconoscimento della propria terribile storia da parte del mondo e, soprattutto, della propria Madrepatria e degli italiani. Un’indifferenza che lo stato italiano continua a dimostrare verso questa minoranza che ancora oggi popola Kerch, ed è colapide Crimeamposta da circa 300 persone. Di fronte alla stazione ferroviaria della cittadina c’è una piccola lapide nera (in foto) che ricorda i popoli deportati dalla furia di Stalin. Sono citati tedeschi, armeni, bulgari, greci e tatari, ma non gli italiani. Perché?

La comunità italiana, alla quale non era mai stato riconosciuto lo status di minoranza deportata negli anni di sovranità ucraina sulla Crimea (da qui l’assenza della citazione sulla lapide), si è vista riabilitare solo lo scorso settembre quando, a Yalta, i rappresentanti dell’Associazione degli italiani di Crimea hanno incontrato il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, accompagnato nell’occasione da Silvio Berlusconi.

Il Presidente russo, dopo il significativo incontro, ha annunciato da Sebastopoli di aver prontamente firmato gli emendamenti al decreto di riabilitazione approvato il 21 aprile 2014, il quale riabilitava tutte le minoranze vittime delle persecuzioni sovietiche ad esclusione di quella italiana, dimenticata da tutti sia in Crimea che in Italia. Un primo importante passo per la riscoperta della storia dei nostri fratelli emigrati in Crimea che, ancora oggi, nutrono un grande amore verso l’Italia e custodiscono gelosamente i pochi tricolori ricevuti in dono negli ultimi anni da associazioni umanitarie. Il riconoscimento di minoranza etnica deportata consentirà finalmente alla comunità di ottenere benefici quali l’aumento delle pensioni più basse, sconti per le cure mediche, sussidi per gli anziani, obiettivi minimi per garantire continuità a questa piccolo gruppo di discendenti di emigrati italiani.

L’anima della comunità italiana di Kerch è Giulia Boico, non solo per il suo ruolo ma anche per la storia della sua famiglia che venne decimata dalle purghe staliniane quando, tra il 1933 e il 1937, quattro fratelli della nonna vennero arrestati: due furono fucilati, uno scomparve nei gulag siberiani ed il quarto, tornato a casa, venne nuovamente deportato nel 1942. Giulia presiede l’associazione Cerkio, acronimo di “Comunità emigrati regione di Kerch italiani di origine”, che lavora per insegnare e mantenere vive la cultura e le tradizioni ma soprattutto l’italiano, specialmente con i giovani i quali, nonostante nomi e cognomi italiani, non conoscono bene questa lingua che tanto vorrebbero imparare dato che, a causa del divieto assoluto imposto dalle autorità sovietiche, non si è potuta mai parlare liberamente se non dopo la caduta del regime. Un lavoro complesso ed importantissimo che però va avanti nel silenzio più assoluto delle autorità politiche e diplomatiche italiane. Un silenzio che Giulio Vignoli, professore di Diritto Internazionale presso l’Università di Genova, ha provato a rompere negli ultimi anni, scrivendo ed inviando lettere, unitamente al libro da lui scritto in coppia con Giulia Boico (“L’Olocausto Sconosciuto – Lo sterminio degli italiani in Crimea”), per portare all’attenzione delle autorità la situazione della comunità italiana di Kerch, tragica dal punto di vista sociale ed economico. In particolare si chiedeva attenzione su tre provvedimenti necessari: aiuti materiali e culturali, perché gli italiani hanno soprattutto fame di cultura, chiedono libri e maestri di italiano; il riconoscimento dello status di minoranza deportata (ora risolto grazie all’interessamento del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin); il riconoscimento della cittadinanza italiana ai rimasti, cosa a cui la nostra ambasciata non ha mai provveduto, al contrario delle ambasciate delle altre nazioni che hanno avuto connazionali deportati. Dopo il riconoscimento dello status di deportati da parte del governo della Federazione Russa, gli italiani di Crimea possono richiedere la doppia cittadinanza ma la grave carenza di documenti, molti dei quali andati perduti nel vortice della furia sovietica, rende il processo lungi dall’essere praticabile.

Conoscere la storia, ancor prima di aiutare materialmente, diventa un gesto necessario per rimediare al totale disinteresse dimostrato dalle istituzioni italiane verso questi italiani. Persino in Kazakistan ancora abitano circa 500 italiani, reduci dai gulag che si sono dispersi sul territorio ma che conservano e ostentano orgogliosamente la propria provenienza e la propria italianità, con manifestazioni simili a quelle che avvengono a Kerch dove, durante le celebrazioni del patrono, gli italiani cantano il Va Pensiero di Verdi, per strada recitano a memoria quotidianamente le poesie di Ungaretti, Quasimodo e Montale e festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia ogni giorno, con i tricolori ricevuti dalle onlus italiane. Probabilmente un Garofani italiani Crimeaattaccamento tale non si riscontra nemmeno in Italia, e la cosa commovente è proprio notare quanto amore nutrano queste persone verso una Patria che per loro non ha fatto niente. E’ dunque necessario un impegno generale affinché questi nostri fratelli vengano aiutati, sostenuti, riconosciuti e soprattutto ricordati, perché le loro sofferenze non vengano coperte dal velo dell’oblio con cui il tempo lentamente ha provato a rimuoverle dalla storia. Così facendo, forse il prossimo 29 Gennaio i 300 italiani di Kerch si sentiranno meno soli, durante la loro annuale commemorazione della deportazione, ricordata gettando in mare dei garofani rossi, simbolo dei connazionali uccisi dal freddo, dalla fame e dalla fatica nei gulag.

“Noi non perdiamo la speranza, impariamo diligentemente l’italiano e, con l’aiuto di Dio, lavoriamo insieme per rendere eterna la memoria delle vittime”. – Giulia Boico

F.B.

 

Chiunque fosse interessato ad aiutare la comunità degli italiani di Kerch, può contattare il Movimento Irredentista Italiano all’indirizzo di posta elettronica movimentoirredentistaitaliano@gmail.com per inviare un’offerta, organizzare la presentazione del libro del professor Vignoli o una raccolta fondi per aiutare la comunità.

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