4 NOVEMBRE – ANNIVERSARIO DELLA VITTORIA

Un altro 4 Novembre è mestamente trascorso, oscurato dal vortice delle notizie di gossip, sport e futilità. Futilità nelle quali vogliamo inserire le solite vuote parole di rito che il Presidente della Repubblica ha dovuto pronunciare sull’Altare della Patria, alle quali aggiungiamo la modesta gamma di commemorazioni che si sono tenute nei comuni d’Italia, la maggior parte delle quali più per onor di presenza che altro. Come coronamento, prendiamo atto del vilipendio al Monumento ai Caduti di Novaglie, frazione del Comune di Verona, imbrattato con vernice rossa proprio in concomitanza della ricorrenza. Noi vogliamo accantonare questo valzer di azioni volte a meri tentativi di sgravarsi le coscienze istituzionali, per spostare l’attenzione sulla vera anima del 4 Novembre. E’ palese l’ignoranza popolare in merito a questo giorno, che fino a 70 anni fa rappresentava una delle feste nazionali più importanti, nonchè una delle poche date che univa, e potrebbe unire, tutto il popolo italiano, perennemente diviso da altre, e purtroppo ben più note, ricorrenze.

Il 4 Novembre, ora declassato a festa di una non meglio precisata unità, delle forze armate e dei caduti di tutte le guerre, nasce come celebrazione della VITTORIA nella Prima Guerra Mondiale. Una guerra per molti rivoluzionaria, un conflitto che doveva essere la miccia di accensione di una rivoluzione sociale e nazionale che, una volta battuti gli imperi centrali, ultimi baluardi della reazione, avrebbe dovuto instaurare un nuovo ordine sociale, uno Stato nazionale del lavoro, e una vera giustizia sociale; concetti per i quali molti, come Filippo Corridoni, andranno volontari in guerra e moriranno. E’ infatti poco noto che gli intellettuali e l’ala della sinistra interventista cambiarono opinione sul militarismo e sull’ingresso in guerra, intuendone la portata rivoluzionaria. Non meno secondaria era la volontà irredentista, che nell’immaginario collettivo assumerà la forma di Trento e Trieste, le due città simbolo e irredente per antonomasia, ancora sottoposte al dominio asburgico. L’esito della guerra lo conosciamo, chi più chi meno: il Regio Esercito Italiano, sconfitto e in ritirata dopo Caporetto, riuscirà ad evitare la rotta e ad attestarsi sul Piave, che diventerà “Fiume sacro alla Patria”. A solo un anno di distanza i soldati, pur provati dalla lunga guerra, ma rinforzati dai ragazzi del ’99 e dagli eroici arditi, avanzeranno inesorabilmente e a Vittorio Veneto sbaraglieranno l’esercito austro-ungarico, ritenuto al tempo uno dei più forti della storia. Il 4 Novembre l’Austria firmerà la resa, mentre i bersaglieri italiani erano già sbarcati il giorno prima dall’Audace in quel di Trieste, ed erano entrati a Trento. Dalle trincee della Grande Guerra nascerà così una nuova generazione, forgiata dal piombo nemico e dalle terribili fatiche affrontate, che ricostruirà la Patria permettendole di emergere come potenza europea al pari degli altri Stati, e qualche anno più tardi, come potenza mondiale. L’Italia raggiungerà un’unità mai così vicina a quella sognata, oggi ancora più lontana, riuscendo a liberare tutta la Venezia Giulia e l’Istria. Non verrà ottenuta Fiume, se non nel 1924 dopo l’impresa dannunziana e l’esperienza dello Stato Libero, nè la Dalmazia settentrionale promessa nel Patto di Londra, che verrà limitata alla sola Zara. Le vicende belliche della seconda guerra mondiale renderanno purtroppo per metà vano il sacrificio degli oltre 600.000 italiani morti al grido di “Viva l’Italia” e con Trento e Trieste negli occhi. Così come sarà tradito il sacrificio di alcuni tra i nostri più grandi eroi e martiri quali Nazario Sauro, Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa. L’Italia perderà l’Istria, tutta la Dalmazia annessa, Fiume e quasi tutta la Venezia Giulia tranne le città di Gorizia e Trieste. Una mutilazione causata della pulizia etnico/politica effettuata dai partigiani comunisti slavi, in collaborazione con quelli italiani, che provocherà migliaia di morti e in aggiunta la tragedia dell’esodo, con lo sradicamento di un intero popolo dalla terra natale.

A maggior ragione dunque, assume un’importanza maggiore ricollocare il 4 Novembre nella propria dimensione naturale, dando della ricorrenza l’immagine appropriata. In tal modo il popolo italiano sarà forse meno indifferente a quelle targhe che in ogni città italiana indicano l’importante e lunga “Via IV Novembre”, nonchè alle varie vie dedicate alle città irredente come Trento, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara, alle cime teatro delle battaglie più importanti come il Monte Grappa e il Pasubio, o agli eroi già citati. Il 4 Novembre deve tornare l’Anniversario della VITTORIA, deve tornare ad essere quella festività che, come nessun’altra, ha sempre unito gli italiani invece che dividerli. Il 4 Novembre deve essere un’occasione in più per ricordare, insieme ai caduti, le terre per cui questi ultimi lottarono fino al sacrificio supremo, parti d’Italia che anelavano al tricolore e alla redenzione da quasi 60 anni, da quell’infausta sconfitta navale a Lissa che darà il via alla cancellazione dell’italianità adriatica orientale per mano austro-slava. Ecco perchè le celebrazioni che ogni anno si ripetono lasciano con l’amaro in bocca, rendendoci sempre più consapevoli di come l’ideologia continui ad essere più importante di concetti e valori ben più importanti, relegando il 4 Novembre in secondo piano. I motivi possiamo tutti comprenderli, specie riflettendo su come sia stata taciuta la storia delle terre redente nella quarta guerra di indipendenza, quale fu quella del 1915-1918, e poi perse dopo l’ultimo conflitto mondiale; il tutto mentre altre ricorrenze molto più discutibili e che celebrano non vittorie nè unità, ma divisioni e lotte intestine, assurgono al rango di feste nazionali ben più blasonate e celebrate. Noi preferiamo serrare i ranghi e ricordare silenziosamente, oggi come ogni giorno dell’anno, chi ha combattuto e versato il proprio sangue per la Patria, impedendo agli invasori austriaci di oltrepassare il Piave; chi ha tentato, offrendo la propria vita, di salvare l’Istria e la Venezia Giulia dalle orde slave tra il 1943 e il 1945; chi, incolpevole, è stato vittima di torture e massacri a causa della propria italianità, trovando la morte nelle foibe, nelle cave, in mare e nei campi di concentramento. Dopo 94 anni noi irredentisti siamo ancora qui, eredi degli eroi delle trincee e dell’Isonzo, del Piave e di Vittorio Veneto. Ed oggi come allora non ci pieghiamo a chi ci relega nel recinto dei nostalgici o dei folli anacronistici. Noi ci ribelliamo al panciafichismo istituzionale, all’indolenza della società e all’ignoranza popolare. Ci ribelliamo col fermo proposito di continuare come allora, la lotta per la difesa della Patria dallo straniero che ancora occupa il sacro suolo italiano, l’impegno per la difesa dell’italianità e, in maniera più ampia, per la riconquista di quella consapevolezza nazionale che fece degli italiani un popolo vero, in quei brevi periodi di storia in cui seppe compattarsi e marciare in un’unica direzione.

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