Giovanni Cernogoraz: “mezza medaglia” in più. E l’Italia scopre l’acqua calda.

ImmagineIn queste calde e afose giornate agostane, la notizia dell’oro vinto da Giovanni Cernogoraz ai giochi olimpici di Londra, nel tiro a volo, specialità fossa olimpica, ha rallegrato tutti. È un traguardo che consacra il suo lungo periodo d’impegno, di dedizione e di tenacia in uno sport che richiede concentrazione e abilità non indifferenti. La lista dei riconoscimenti e delle coppe da lui vinte è lunga, ma il primo posto sul podio della massima manifestazione sportiva ha, decisamente, un altro peso. Ed è un oro che sentiamo anche “nostro”, perché Gianni è “nostro”, e lo ha manifestato palesemente nel dopo gara. La vittoria, raggiunta dopo un appassionato spareggio all’ultimo piattello, con l’italiano Massimo Fabbrizi, è stata seguita con interesse dai mezzi d’informazione del Bel Paese. Ancora una volta abbiamo colto quella sorta di “smarrimento” nel momento in cui ci si avvicina all’Istria. La medaglia d’oro è andata alla Croazia, lo sportivo, però, solo croato proprio non lo è. Ma come? Possiamo solo immaginare lo stupore che (quasi) tutti avranno provato nel momento in cui il nostro campione ha “usufruito” dello stesso interprete assegnato all’atleta italiano. Ebbene sì, perché la lingua dei due è la stessa, anche se indossavano i colori di due Stati diversi. In pratica abbiamo assistito ad un confronto tra connazionali, infatti abbiamo letto di un “mezzo oro italiano”. Per non parlare della dichiarazione in cui Giovanni ha evidenziato che a casa sua parla solo il veneto. E la cosa non è passata inosservata; Marco Mensurati, sulle colonne de “la Repubblica”, riporta che, effettivamente, si è rivolto ai giornalisti con “accento veneto e pure fortissimo”. Ma allora chi è questo ragazzo? Siamo convinti che le idee di più di un giornalista si saranno offuscate nel presentare il trionfatore: nato a Capodistria (Slovenia, ma non nel 1982), residente a Cittanova (in Croazia), ma italiano. Proprio così e a sostegno di questa nostra considerazione è sufficiente ricordare che i maggiori quotidiani d’Italia non hanno usato, nemmeno tra parentesi, il nome italiano della sua località di provenienza; per “la Repubblica” questi risiede e si allena in un’improbabile “Novograd”, mentre il “Corriere della Sera” scrive solo Novigrad. Le poche cose chiare sono così finite per essere sommerse da parecchi punti interrogativi. Tutto troppo complicato? Forse, ma solo per chi ci guarda da Milano o da Roma, per noi è la semplice quotidianità. Quando sul Dragogna non c’era un confine che divideva la penisola, si veniva alla luce nell’ex convento capodistriano dei Serviti, che ospitava il reparto di maternità. Tra poco meno di un anno quel limite verrà meno e, finalmente, quel fazzoletto di terra, racchiuso fra Trieste, Pola e Fiume, avrà nuovamente una sua unitarietà. Tanto stupore per nulla? Credo proprio di sì. Comunque questa straordinaria circostanza ha portato all’attenzione di tutti l’esistenza di una presenza italiana in Istria e quindi in Croazia, autoctona, abbarbicata sul territorio del suo insediamento secolare, perciò che Giovanni abbia in tasca anche il passaporto italiano c’entra ben poco, anche senza quel documento la sua identità sarebbe tale e quale. Molti mass media, invece, si sono trovati spiazzati, poiché il loro interesse non è mai rivolto agli Italiani “di là”, semplicemente non esistono. È mancato addirittura l’abbiccì, ecco il perché di tante meraviglie. Nulla di strano, è il frutto di decenni di rimozioni o meglio di menefreghismo nei nostri confronti. A parte qualche servizio o inserto dedicato all’Adriatico orientale, perlopiù alla sua offerta turistica, in cui gli strafalcioni non si contano, è più unico che raro riscontrare qualcosa sulla storia di queste terre e pressoché nulla sulla realtà odierna. Perché questa comunità nazionale non merita neanche un trafiletto o un breve servizio televisivo? Non si tratta d’immigrati, ma di un corpo che appartiene a questa terra, che oggi rappresenta i resti di un popolo, che i sinistri accadimenti della storia contemporanea sradicarono e dispersero, senza risparmiare chi è “rimasto”. Vi ricordate di Marina Razman? La bella bionda rovignese che nel 2004 si classificò seconda al concorso “Miss Italia nel mondo”? Anche lei, a differenza delle altre partecipanti, che non di rado si esprimono in un italiano impacciato e approssimativo, aveva mostrato non solo di padroneggiare con quella che è poi la sua madrelingua, ma anche di usarla fluentemente e senza alcuna inflessione “straniera”. Se qualcuno s’interessasse solo un po’ a quella che è stata definita la “piccola Italia”, che ha scuole, istituzioni, mezzi d’informazione, ecc., che operano in lingua italiana, sarebbe al corrente che esistono persone, anche di giovane età, che ancora pensano, lavorano e fanno progetti in italiano. In questo modo si eviterebbe di scoprire l’acqua calda. Come pure trasmettono i loro sentimenti in questa stessa lingua; il messaggio del figlio Leonardo scritto su Facebook: “Bravo papà, son fiero e orgoglioso de ti, te vojo tanto ben”, è la testimonianza più genuina di un’italianità vissuta ogni giorno, tra alti e bassi.Giovanni, ancora congratulazioni per la meritata vittoria e grazie per aver “segnalato” la nostra esistenza in una cornice così importante.

Articolo di Kristjan Knez, Presidente della Società di Studi Storici e Geografici di Pirano

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