L’ODIO ANTI-ITALIANO DEGLI SLOVENI, TRA LANCI DI PIETRE E ABUSI DELLA POLIZIA

Dopo i massi lanciati dal cavalcavia, le pietre scagliate come palle da baseball contro le auto che oltrepassano il confine. A fare le spese del nuovo, assurdo passatempo di qualche gruppetto di sbandati è stato l’altra sera un pizzaiolo di 38 anni, Giuseppe Perfido. Il parabrezza della sua Fiat Punto è stato centrato da un sacchetto di plastica riempito con acqua e sassi e gettato da una collinetta posizionata sul retro del distributore di benzina Omv di Pese. Esattamente lo stesso punto da cui, come ha accertato la polizia di Cosina, due settimane fa era partita un’altra pietra, lanciata anch’essa contro una macchina con targa italiana.
Entrambi i conducenti, quindi, hanno rischiato davvero grosso. Nel caso del pizzaiolo, in particolare, se il lancio avesse avuto una gittata appena un po’ più lunga, il vetro gli sarebbe praticamente scoppiato in faccia. «Per fortuna – precisa Perfido, titolare di una pizzeria al taglio -, l’altra sera ero da solo in auto. Il sacchetto è esploso proprio davanti al sedile del passeggero. Se ci fosse stato qualcuno al mio fianco, sarebbe stato investito in pieno dalle schegge».
L’episodio è accaduto attorno alle 23.30. In quel momento Perfido, diretto in Croazia dove vive la moglie, aveva oltrepassato l’ex confine di Pese e stava superando il casino ”Vis á Vis”. «A un tratto – racconta – ho sentito un botto tremendo. Subito dopo ho visto l’abitacolo riempirsi di acqua e il parabrezza che andava completamente in pezzi. Mi sono spaventato moltissimo, anche perché stavo guidando tranquillo con la radio accesa. Sulle prime ho pensato fosse caduto un ramo. Dopo aver ritrovato vicino alla macchina un sacchetto di plastica, probabilmente una confezione di biscotti, con una pietra all’interno, mi sono però reso conto che si trattava di ben altro».
Di lì la richiesta di aiuto al personale del casinò – anche perché, in quel punto, il cellulare non riusciva a prendere il segnale -, e l’intervento degli agenti del commissariato di Cosina.
Assieme a loro Perfido è riuscito a individuare il punto da cui era partito il lancio. «Il sacchetto – precisa ancora il pizzaiolo che, dopo l’episodio, ha subito sporto denuncia contro ignoti – è stato lanciato dal retro del distributore Omv che si trova proprio di fronte al ”Vis à Vis”, sul lato opposto della strada. Dietro alle pompe si trova una sorta di piazzola più alta di un paio di metri rispetto alla sede stradale, rialzata, dove si trovano l’apparecchio per misurare la pressione delle gomme e una pompa dell’acqua. Un’area poco illuminata e che confina con un campo incolto attraverso cui, con ogni probabilità, chi ha lanciato la pietra è riuscito poi ad allontanarsi».
La polizia di Cosina, contattata telefonicamente, ha fatto sapere di essere già sulle tracce dei possibili responsabili, senza aggiungere però altri particolari sulla loro identità. Gli agenti sloveni hanno inoltre confermato che quella dell’altra sera non è la prima pietra scagliata contro un’auto in corsa. Esattamente due settimane fa, nello stesso punto della strada che attraversa l’abitato di Pese, un’altra vettura era stata centrata da un masso partito sempre dalla stessa piazzola dietro il distributore di benzina.

(Maddalena Rebecca – Il Piccolo – 15 settembre)

Non riconosce di aver danneggiato un altro veicolo durante una manovra nel parcheggio di un albergo a Portorose. I poliziotti sloveni lo costringono a pagare 400 euro di multa. Altrimenti, dicono, «la dovremo trattenere». Vittima di quello che ha definito senza mezzi termini un abuso della polizia è stato un ricercatore universitario del dipartimento di Fisica. Si chiama Daniele Fausti, ha 34 anni.
L’episodio si è verificato nei giorni scorsi. «Sono arrivato all’albergo Bernardin di Portorose – racconta Fausti – attorno alle 8.30 in macchina con un mio collega. Dopo essere stati accolti all’hotel e aver partecipato alla conferenza per la quale eravamo andati lì, verso l’ora di pranzo sono stato avvicinato dal manager dell’albergo: mi ha informato che la polizia slovena mi voleva incontrare per una presunta infrazione commessa la mattina al mio arrivo. Ovviamente mi sono dichiarato disponibile. Dopo poco la polizia è stata chiamata».
E qui iniziano i guai. Racconta Fausti: «I poliziotti mi accusano, con maniere decisamente poco cortesi e trattandomi come un criminale pescato con le mani nel sacco, di aver causato un incidente durante il mio viaggio mattutino e di essere fuggito. Non riesco a capacitarmi della cosa e preoccupato chiedo spiegazioni: “In che senso ho causato un incidente? Dove? Si è fatto male qualcuno?”».
Poi i due poliziotti lo accompagnano alla sua auto e gli spiegano che il presunto “incidente con fuga” è avvenuto nel parcheggio dell’hotel Bernardin. Gli mostrano le fotografie di un’auto danneggiata, che sostengono fosse parcheggiata dietro la sua.
E qui iniziano due ore di delirio assoluto. «Ho chiesto cosa potessi fare per obiettare a quella che ritenevo una palese ingiustizia. E qui – racconta il ricercatore – i due hanno alzato la voce e hanno iniziato a mettermi in vario modo sotto pressione, fino a minacciarmi che, se mi fossi rifiutato di pagare, avrebbero dovuto ritirarmi i documenti e trattenermi fino alla soluzione del caso, suggerendo che il giudice delegato avrebbe impiegato varie settimane prima di prendere una decisione. Messo all’angolo da questo approccio “violento” e terrorizzato, ho deciso di pagare la multa. In sostanza “ho pagato” per la mia libertà».
Il giorno seguente il ricercatore triestino ha contattato il consolato italiano di Capodistria per «chiedere di proteggermi di fronte a questo abuso». Ieri un funzionario ha riferito: «Abbiamo inviato la documentazione all’ambasciata a Lubiana perché venga consegnata con una nota di protesta al ministero degli Esteri. Ora aspettiamo la risposta»

(C.B. – Il Piccolo – 3 luglio)

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