Come la diplomazia tedesca trattò la questione di Fiume

Di certo non manca la letteratura sulla questione di Fiume, sull’impresa di D’Annunzio, sui molti risvolti intorno al mancato Stato libero e sulle relative implicazioni internazionali nel quadro delle relazioni adriatiche italo-jugoslave. L’originalità della recente monografia di William Klinger, giovane studioso nato a Fiume ma residente in Italia, Germania e Fiume. La questione fiumana nella diplomazia tedesca 1921-1924 (pagg. 280, euro 30), pubblicato dalla Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, sta invece nell’esame da un punto di vista finora trascurato: la diplomazia della Repubblica di Weimar. L’autore ha potuto esaminare importanti documenti recuperati alla fine della seconda guerra mondiale in una miniera di salgemma a Berchtesgaden, che ha microfilmato a Londra e poi restituiti: oggi le copie sono consultabili nei National Archives.

Riguardano l’attività del consolato tedesco a Fiume nel triennio 1921-’24. Tutti i documenti sono stati tradotti dal Klinger e qui pubblicati in appendice. La Germania, obbligata dal Trattato di Versailles a una posizione neutrale, guardava con interesse l’evoluzione politica intorno a Fiume, per comprendere in primo luogo l’atteggiamento della Francia che in quel momento stava proiettando i suoi interessi sull’Adriatico. William Klinger inserisce la prima soluzione data alla questione di Fiume in un’ampia cornice internazionale, dalla crisi austro-jugoslava sulla Carinzia (1920) a quella greco-albanese fino alle tensioni su Corfù tra Italia e Grecia, con l’intervento militare e diplomatico di Mussolini, in seguito al noto incidente di Giannina costata la vita agli uomini della colonna Tellini, inviata per definire i confini tra Albania e Grecia e culminata, appunto, con il bombardamento e la breve occupazione italiana dell’isola ionica (1923).

Proprio la soluzione ottenuta da Mussolini su Corfù, costata però la condanna italiana da parte della Società delle Nazioni, permise di trovare il successivo compromesso italo-jugoslavo su Fiume, minacciando, con spregiudicata abilità, un conflitto con Francia, Gran Bretagna e regno dei Serbi Croati e Sloveni, e trattando al tempo stesso con i serbi jugoslavi nella certezza che essi non coltivavano le rivendicazioni invece espresse su Fiume dai croati. La documentazione tedesca è molto utile, come detto, per comprendere il ruolo della Germania, anche se debole per la sconfitta, che si avvicinava all’Italia per sgravare il diktat francese sulla Renania. Iniziava lì, o meglio riprendeva, un’alleanza tra italiani e tedeschi funzionale ad entrambi: la Germania per un attimo sarebbe stata pure disposta ad un’azione militare sul Reno, se ciò poteva impegnare la Francia, qualora l’Italia avesse deciso per la guerra. E in quel momento la Gran Bretagna era ben disposta soprassedere all’aggressività di Mussolini pur di consolidarlo al potere e allontanare così dall’Italia la minaccia di una rivoluzione comunista.

Quante cose stavano dietro la questione fiumana! In codesta cornice, Klinger – con quel pizzico di provocazione alla storiografia più consolidata che gli va riconosciuto – ricostruisce pure gli interessi jugoslavi lungo i suoi incerti e giovani confini, caratterizzati da una tendenza a sostenere comitati nazionali e strani movimenti autonomisti, che si palesarono pure a Fiume e nella Venezia Giulia, con lo scopo di porre le premesse per future rivendicazioni territoriali. Gli interessi della Repubblica di Weimar a Fiume erano rappresentati da un commerciante triestino, di nazionalità e cittadinanza tedesche, Carl Hoffmann, presente in città da un paio di generazioni e titolare di un impresa per il commercio di prodotti coloniali e di olii eterei, con un magazzino in Punto Franco e un mulino per la macinatura delle spezie.

Era stato ufficiale nell’esercito del Reich e alla fine della guerra era rientrato in città: figura non di primo piano nel panorama economico locale ma ben inserita in un settore particolare dell’import-export e quindi dotato di un’ampia rete di amicizie e di relazioni. Per certi versi, un uomo misterioso di cui si sa veramente poco e non si conosce nemmeno una sua fotografia. Eppure, pur senza particolare esperienza diplomatica, egli rappresenta gli interessi germanici a Fiume, entrando subito in relazione con gli ambienti cittadini e facendosi intimo tanto di Michele Castelli, uomo di Badoglio e commissario civile italiano a Fiume, quanto di Riccardo Zanella, indiscusso capo degli autonomisti e presidente dell’effimero Libero Stato. Carl Hoffmann si muove con grande abilità, cogliendo le sfumature della complessa situazione locale perché alla base delle sue osservazioni, puntualmente recapitate al ministero degli Esteri, c’è sempre la situazione economica: le potenzialità di Fiume, gli interessi effettivi delle Potenze sul progetto del Libero Stato e non ultimo quelle intorno alla raffineria petroli, una delle più grandi del Mediterraneo, che faceva gola a più di un concorrente.

Hoffmann probabilmente aveva capito molte cose, come il convergente interesse/disinteresse italiano e jugoslavo perché Fiume non assumesse propria sovranità: il decollo della città come off-shore emporiale avrebbe danneggiato sicuramente Trieste, dove gli ambienti irredentisti non si attendevano che la sua annessione per eliminare una concorrente, mentre da parte jugoslava, con l’esclusione dei croati, prevaleva invece una dimensione economica continentale con la centralità del Danubio, ma l’annessione di Fiume al regno jugoslavo sarebbe stata catastrofica per le sorti del porto di Trieste. Per cui la città era posta in duplice assedio con la finalità di impedire la realizzazione di quanto deciso con il trattato di Rapallo, sostenuta invece dalla Francia. Così il governo tedesco era regolarmente informato della crisi fiumana, pur senza esprimere una propria politica sulle sorti della città, ma inserendo le proprie valutazioni all’interno di una partita europea più complessa in cui la Germania non aveva rinunciata alla propria parte.

Roberto Spazzali – Il Piccolo – 27 aprile 2012

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